Satira e bagni di sangue

Scritto da Giovanni in Cultura

LiberaTV/blogs del 23.10.2012

L’art. 261 del nostro Codice penale commina una pena pecuniaria fino a 180 aliquote giornaliere a chiunque, pubblicamente e in modo abietto, offende o schernisce le convinzioni altrui in materia di credenza, particolarmente di credenza in Dio, o profana oggetti di venerazione religiosa. E’ il reato di perturbamento della libertà di credenza e di culto.

A sua volta l’art. 261bis cpv. 1 commina una pena detentiva sino a tre anni o una pena pecuniaria a chiunque incita pubblicamente all’odio o alla discriminazione contro una persona o un gruppo di persone per la loro razza, etnia o religione. E’ il divieto della discriminazione razziale. Entrambi i reati sono perseguibili d’ufficio. Non è necessaria una querela di parte poiché il bene protetto è nel primo caso il diritto fondamentale alla libertà religiosa (e solo in subordine il sentimento e la pace religiosi) e nel secondo la dignità umana.

La cultura giuridica occidentale, con poche eccezioni, attribuisce rilevanza penale a simili comportamenti.

I vincoli del codice valgono anche per le offese arrecate attraverso la satira. In questo caso, tuttavia, quando è immediatamente riconoscibile dal pubblico il carattere satirico dell’offesa (il cui connotato distintivo è l’esagerazione), i tribunali sono generalmente più prudenti nell’ammettere gli estremi del reato. E si capisce perché. Se per la satira valessero i consueti parametri di giudizio, la libertà della stampa che se ne serve risulterebbe oltre modo limitata. Negli anni ’70 il tribunale cantonale zurighese condannò un giornalista che aveva pubblicato nel Blick il quadro “Sikakrusifiks” del pittore finlandese Harro Koskinen. Raffigurava un crocifisso sul quale era inchiodato, in luogo del Cristo, un maiale sofferente e con l’aureola, stilizzato alla Walt Disney. Oggi, in un’epoca in cui gli animali suscitano empatia piuttosto che disprezzo, una simile condanna non verrebbe più pronunciata, benché immagini come queste possano continuare a ferire la suscettibilità di molte persone.

Ma ciò che importa in un’ottica liberale è la separazione dei poteri. Negli Stati di diritto eventuali violazioni della libertà di credenza e di culto o discriminazioni razziali vanno accertate e, se del caso, condannate da parte dei tribunali e non da parte delle autorità politiche. Sembra di primo acchito un’ovvietà. Ma è lungi dall’esserlo. Lo abbiamo potuto costatare ancora recentemente. La diffusione su Youtube di un video dissacrante su Maometto, per altro di pessimo gusto, è valsa a scatenare reazioni di violenza cieca e inaudita da parte di gruppi islamici fanatici contro rappresentanti e simboli statunitensi e occidentali in genere. Non solo: gli ambienti integralisti di molti Paesi arabi hanno preteso l’intervento censorio della politica in Europa e negli USA nei confronti di chi si permette il “crimine della blasfemia”. Una pretesa significativa, che dà tutta la misura di una concezione totalitaria dello Stato. C’è solo da augurarsi che lo scontro tra gli ambienti moderati e le variegate forze integraliste in seno al proteiforme mondo islamico si risolva a favore dei primi. In caso contrario passerà ancora molto tempo prima che si affermino anche in quei Paesi i principi dello Stato di diritto, la separazione tra la sfera statale e quella religiosa e i valori del pluralismo. Al prezzo di nuovi bagni di sangue.

Giovanni Merlini

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