CdT del 30 luglio 2016

Ci accingiamo un po’ abbacchiati a commemorare il Primo di Agosto. Con sentimenti alterni e senza un gran voglia di festeggiare, per la verità. Ansia e disorientamento si stanno diffondendo a macchia d’olio anche nella nostra invidiata Svizzera. Et pour cause: attorno a lei infuria la burrasca. Se non è guerra, è qualcosa che le assomiglia molto. Il radicalismo jihadista dilaga mietendo ovunque vittime inermi. Lo stato d’emergenza sta diventando la regola. L’attuale sistema penale e giudiziario appare sempre più inadeguato di fronte al nuovo terrorismo e alle organizzazioni criminali. L’UE, già malmessa nella gestione dei flussi migratori, si ritrova a fare i conti con la “perfida Albione” che ha osato prendere cappello voltandole le spalle. L’incertezza per le conseguenze economiche e finanziarie della decisione britannica scoraggia gli investimenti e la ripresa economica. Intanto a est la tentazione autoritaria sta traviando Polonia e Ungheria, che pure hanno già fatto esperienza diretta delle sofferenze prodotte dai regimi illiberali precedenti al crollo del muro di Berlino. Al portale asiatico d’Europa il golpe abortito ha fatto il gioco di Erdogan: epurazioni in grande stile, sospensione dell’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo e transizione a passi spediti verso l’agognata repubblica presidenziale. A Bruxelles, come nelle altre capitali europee, la politica estera arranca: difesa dello Stato di diritto e Realpolitik si fanno il controcanto con certosina prudenza, sull’infido crinale che separa la rottura con Ankara dall’accordo plurimiliardario che la impegna a trattenere su territorio anatolico poco meno di tre milioni di profughi. E neppure da oltre Atlantico giungono segnali rassicuranti per gli equilibri geostrategici: se Trump dovesse spuntarla l’onda d’urto si farebbe sentire ben presto, non solo sui destini della Nato. In un simile contesto la nostra Festa nazionale rischia di svolgersi in tono minore. Ma la cifra dell’instabilità che caratterizza questa delicata fase storica dovrebbe indurci al realismo, anziché alla rassegnazione o ad un eccessivo pessimismo. Il mondo è sempre più interconnesso e la Svizzera non è mai stata un’isola. Le ondate migratorie non diminuiranno. Finora il nostro Paese è riuscito a gestirle con oculatezza e ce la farà anche in futuro, se saprà evitare panico e vie solitarie. Nelle nostre relazioni con l’UE la Brexit potrebbe paradossalmente aprire qualche spiraglio, ma ci vorranno tempo e pazienza. Siamo un Paese solido e snobbarci non è nell’interesse di nessuno, neppure dell’UE. La nostra struttura economica è competitiva e innovativa. Pur con qualche fenomeno da non sottovalutare, come la deindustrializzazione in alcuni ambiti della produzione di beni e la perdurante pressione sui salari (in particolare nel nostro Cantone), il livello occupazionale è invidiabile. La libera circolazione delle persone – di cui beneficia solo chi è titolare di un regolare contratto di impiego, è bene ricordarlo – non ha quindi causato solo problemi, come vorrebbero farci credere i fautori delle nuove muraglie cinesi in terra elvetica. Il cambio di passo che la Svizzera ha registrato con i Bilaterali è innegabile. Anche grazie a loro è stato possibile superare la stagnazione degli anni ’90 e tornare a crescere. È fuorviante credere che si stesse meglio nel vecchio “regime delle frontiere chiuse”. Durante il burocratico sistema dei contingenti per i lavoratori stranieri le frontiere non erano affatto ermetiche e lo dimostrano le difficoltà di integrazione di allora. Chi poi voleva introdursi nel nostro territorio per delinquere lo faceva comunque, senza chiedere permessi a chicchessia. È vero, abbiamo attraversato periodi meno complicati, come quello del florido sviluppo conosciuto tra gli anni ’50 e agli anni ’80 del secolo scorso. Ma neppure allora fummo un Paese isolato dal resto del mondo, tant’è che quella prosperità fu resa possibile soprattutto grazie al cospicuo ricorso alla manodopera estera e all’inarrestabile afflusso di capitali da tutto il mondo. La posizione geopolitica della Svizzera, incastonata nel cuore dell’Europa, l’ha predestinata a negoziare con gli altri, e non solo con gli Stati confinanti. Già da ben prima dell’avvento dei vituperati Bilaterali. Non vi è mai stata alcuna alternativa autarchica per un piccolo Paese senza materie prime. Da sempre la nostra Confederazione si è adoperata a favore di una fitta rete di collaborazioni e di accordi internazionali nei trasporti, libero scambio commerciale, ricerca, protezione ambientale, cultura, attivandosi nel contempo con i suoi buoni uffici per la pacificazione dei conflitti internazionali, forte della sua tradizione umanitaria e della sua provvidenziale neutralità. Ergo: abbiamo sempre rifiutato di chiuderci su noi stessi. Una scelta lungimirante, decisiva per il nostro benessere. È sacrosanta la nostra diffidenza verso le spinte centralistiche di Bruxelles, le sue derive tecnocratiche e l’insana finanziarizzazione dell’economia. Ma non dobbiamo sottovalutare l’importanza di un’Europa che ritrovi la bussola per poter continuare ad essere uno dei tre poli geopolitici ed economici a livello globale, pena la programmata decadenza e marginalizzazione anche della Svizzera. Gufare contro la vicina Italia e contro l’UE è un esercizio del tutto sterile e non ci aiuta a stare meglio. Serve semmai un’Europa federale, con più anima e finalmente vicina alle esigenze quotidiane dei suoi popoli. Un’Europa a misura d’Uomo. Un po’ meno drogata dai tecnicismi dell’austerità di Maastricht e invece più coordinata ed efficace nella politica della sicurezza, della migrazione, della lotta al crimine, del rilancio degli investimenti. E allora anche noi Svizzeri ci sentiremo un po’ più a casa nostra in questa Europa smarrita, già rapita da Zeus mentre coglieva i fiori in riva al mare.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale PLR

Opinione Liberale del 17.06.2016

Ticino – Berna

Certe nomine prestigiose insegnano sempre qualcosa. Quella di Joerg De Bernardi a secondo vicecancelliere della Confederazione è un doppio riconoscimento. Personale, per il delegato del Consiglio di Stato ai rapporti con Berna, che vede premiato il suo meticoloso lavoro di tessitore di alleanze a favore del Ticino. Ma anche politico, per un Cantone periferico che ha saputo proporsi in modo costruttivo, nonostante le sue difficoltà. Propositività e disponibilità a varcare le Alpi per allacciare contatti e creare consenso politico sono atteggiamenti che pagano. La clausola di salvaguardia proposta dal Ticino sarebbe ancora un’emerita sconosciuta se Christian Vitta e il neonominato, con il supporto della deputazione ticinese alle Camere, non si fossero subito adoperati per farla conoscere a Berna e agli esecutivi degli altri Cantoni. Risultato: una delle tre Commissioni del Nazionale che sta esaminando il messaggio del CF sull’attuazione del 9 febbraio ha incaricato il prof. Ambühl di completare il suo rapporto, estendendo il “modello ticinese” su scala nazionale. Così funzionano le cose nel nostro Paese. Chi si trova svantaggiato ottiene considerazione se si attiva e dimostra capacità progettuali. Limitarsi all’autocommiserazione peggiora solo la situazione. È questo il Ticino che mi piace: il Ticino che sa farsi valere con la forza delle idee e delle competenze.

Svizzera – UE

Sull’estensione alla Croazia della libera circolazione delle persone il Nazionale si è scostato dagli Stati. Come mai la Camera del popolo ha rinunciato a vincolare la ratifica del Protocollo aggiuntivo alla condizione di trovare un accordo con l’UE, compatibile con la volontà popolare espressa il 9 febbraio 2014 ? Prima di tutto perché la libera circolazione dei cittadini croati nel nostro Paese non sarà né immediata, né automatica. La Svizzera potrà avvalersi della priorità indigena durante i primi cinque anni. In questo periodo i cittadini croati non potranno quindi invocare la parità di trattamento con i residenti nell’ambito del mercato del lavoro. Secondo motivo: la Svizzera si è riservata il diritto di mantenere contingenti assai ridotti, anche successivamente, per un periodo di sette anni, per i permessi B e L (quelli di breve durata). Terzo, se tutto ciò non bastasse, nel caso di un aumento importante dei flussi migratori, potremo reintrodurre unilateralmente i contingenti fino al decimo anno di applicazione dell’accordo. Il che significa che per i primi dieci anni potrebbe addirittura non esservi alcuna libera circolazione di cittadini croati su territorio elvetico. Ma il vero quesito politico è un altro. Che cosa comporterebbe la mancata ratifica del Protocollo entro la fine del 2016 ? Salterebbe l’accordo provvisorio con l’UE che ci consente di partecipare al programma europeo di ricerca Horizon 2020, una prospettiva che non preoccupa soltanto Johann Schneider-Ammann e Mauro dell’Ambrogio, ma l’intero settore della formazione: dai Politecnici federali alle Scuole universitarie e professionali, alle stesse USI e SUPSI ticinesi e a tutti coloro che si impegnano in progetti di sviluppo fondamentali non solo per i progressi della scienza, bensì per il futuro dell’economia nazionale. Gli interessi in gioco sono dunque di natura strategica più ampia e vanno oltre l’aspetto migratorio (tutto sommato irrilevante) derivante dall’estensione graduale della libera circolazione alla Croazia. La palla è ora dunque di nuovo agli Stati.

Giovanni Merlini

CdT del 01.06.2016

La votazione del 5 giugno prossimo sulla modifica della Legge federale concernente la procreazione con assistenza medica (Legge sulla medicina della procreazione, LPAM) riguarda un tema ostico, non solo dal profilo terminologico. La revisione concretizza a livello legislativo la novella costituzionale approvata l’anno scorso da popolo e cantoni, in materia di diagnosi preimpianto (DPI). Grazie ad essa si rende un prezioso servizio alle coppie desiderose di una gravidanza, limitandone notevolmente i rischi ed evitando trasferte all’estero. Conviene quindi cogliere l’importanza degli strumenti e degli obiettivi di una revisione che – adeguando gli standard normativi a quanto è già previsto nella maggioranza dei Paesi europei – consentirà di scongiurare sofferenze e disagi a molte persone e di migliorare la loro qualità di vita.

Di che cosa si tratta? La DPI consiste in un esame genetico – facoltativo e non a carico dell’assicurazione malattia base – degli embrioni ottenuti con la fecondazione artificiale (in vitro). Il loro esame avviene prima dell’impianto nell’utero materno, separando una o più cellule di un embrione allo stadio iniziale per verificare se sia presente una determinata caratteristica indice di sviluppo patologico.

La DPI, però, potrà essere eseguita unicamente in due casi ben definiti. Il primo, quando vi sono coppie che purtroppo soffrono o sono portatrici di gravi malattie ereditarie. L’esame serve dunque a selezionare gli embrioni che non manifestano difetti genetici, affinché i figli non siano condannati alla malattia dei genitori. Il secondo, quando le coppie non riescano a concepire figli in modo naturale. Questa tecnica medica consentirà di selezionare gli embrioni con buone capacità di sviluppo, evitando così l’elevato rischio di un’interruzione della gravidanza. Si intende così aiutare le donne a portare a termine la gravidanza evitando pericolose complicazioni che potrebbero causare la perdita del bambino o comportare rischi per la loro salute.

Il test è quindi orientato all’identificazione degli eventuali rischi noti dei genitori oppure alla verifica del numero di cromosomi (“screening delle aneuploidie”).

Attualmente, invece, esiste unicamente la possibilità di un esame nel corso della gravidanza: laddove vengono riscontrati problemi i genitori sono dunque chiamati a prendere una decisione difficile e sofferta circa un’eventuale interruzione della gravidanza.

Contrariamente agli spauracchi agitati dai contrari – che paventano un’ingegneria genetica à la carte – questo esame sarà autorizzato unicamente alle condizioni restrittive appena descritte. La DPI è pertanto vietata per tutte le altre coppie e, conviene sottolinearlo, non può essere eseguita per determinare il sesso o altre caratteristiche fisiche del nascituro: non v’è dunque il pericolo di una deriva eugenetica. All’estero tale strumento è consentito da oltre vent’anni e non ha condotto agli abusi temuti dal comitato referendario. Infine, permane il divieto di selezionare embrioni allo scopo di ottenere quello che si definisce un “bambino salvatore”, ovvero un individuo le cui cellule staminali serviranno a curare fratelli e sorelle gravemente malati.

Non si tratta pertanto di lasciare il concepimento di un figlio in balia dell’arbitrio della scienza o di assecondare gli eventuali capricci dei genitori. Si tratta soltanto di attuare quanto già previsto dalla Costituzione federale, adeguando – con equilibrio e nel perimetro stabilito – l’attuale Legge sulla medicina della procreazione, a favore della salute di coloro che domani si affacceranno al mondo.

Sosteniamo quindi la modifica della legge votando sì.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

La Regione del 31.05.2016

Quando, nel 2007, il legislatore federale ha adottato il nuovo modello remunerativo per le prestazioni ospedaliere, ha posto al centro della riforma la libertà di scelta del paziente. E’ proprio il paziente, e non altri, ad avere il diritto di decidere dove e presso quale ospedale farsi curare, potendo far capo all’offerta sanitaria presente sull’intero territorio nazionale, poco importo se gestita da istituti pubblici o privati. Con l’apertura del sistema ospedaliero svizzero ad una concorrenza ben regolata è stata pure pianificata la creazione di determinati centri di punta altamente specializzati, in modo da garantire una sempre migliore qualità delle cure grazie alla concentrazione dei casi. Le Camere federali, parificando il finanziamento di strutture pubbliche e private, non hanno affatto rinunciato al principio del servizio pubblico sancito dalla LAMal, ma ne hanno affidato l’attuazione – mediante i mandati di prestazione – a quei fornitori che meglio lo garantiscono, indipendentemente dalla loro veste giuridica (enti di diritto pubblico, fondazioni private, società anonime, ecc.). È in questo contesto che va letta la necessità di aggiornare la Legge cantonale sul nostro Ente ospedaliero cantonale (EOC), il quale deve essere messo in condizione di collaborare in modo più stretto e articolato con quegli attori privati della sanità che siano disposti a sviluppare dinamiche sinergiche e modelli organizzativi integrati, allo scopo di superare l’attuale frammentazione dell’offerta. Come ha spiegato il prof. Moccetti, che sa molto bene di che cosa parla, soltanto grazie ad una messa in rete delle competenze e delle dotazioni tecnologiche pubbliche e private (evitando inutili e costosi doppioni) riusciremo a mantenere in Ticino anche la casistica complessa, potenziando così la competitività, la qualità e l’efficienza della nostra offerta sanitaria nell’ambito nazionale. È un obbiettivo strategico il cui raggiungimento viene invece ostacolato dall’iniziativa “Giù le mani dagli ospedali” che, a dispetto del titolo accattivante, pregiudica pericolosamente lo sviluppo del nostro del sistema sanitario.

Chi teme l’inizio di una privatizzazione della sanità si sbaglia. È semmai l’EOC e il servizio pubblico che vengono rafforzati dalla riforma della Legge. Non solo perché il Gran Consiglio sarà chiamato di volta in volta ad approvare le singole nuove partecipazioni al capitale di società private e lo potrà fare soltanto in presenza di un evidente interesse pubblico, ma anche perché i partners privati saranno tenuti ad applicare le stesse condizioni che regolano il settore pubblico, come ad esempio i contratti di lavoro, il primariato e la messa a disposizione di posti di formazione. Verrà inoltre conferita la possibilità all’EOC di gestire l’intero percorso di cura del paziente – dalla fase acuta al rientro a domicilio – secondo quanto previsto dalla pianificazione federale e cantonale.

Il Cantone beneficerà per altro degli interessi che maturerà il capitale di dotazione, di cui l’EOC potrà disporre.

Non vi è dunque motivo di inquietarsi: né per la presenza di società anonime tra gli attori privati, né per il destino del servizio pubblico in un contesto concorrenziale. Diversi ospedali pubblici in Svizzera hanno assunto da anni la forma giuridica della SA, avvalendosi così di una maggiore flessibilità nelle collaborazioni con il settore privato; cionondimeno, nessuno dei loro pazienti si sognerebbe di dubitare del ruolo trainante di quelle strutture nella promozione di un servizio di pubblico di primo ordine. La concorrenza ha il pregio di stimolare la cooperazione dell’offerta pubblica e privata, l’innovazione in campo medico e i progressi della ricerca scientifica. Il settore privato continuerà ad essere complementare a quello pubblico e quest’ultimo manterrà la sua centralità, consolidando le sue specializzazioni. Ciò presuppone però una condizione: quella di poter coordinare e concentrare meglio le attività – soprattutto nella diagnostica e nel trattamento di certe specialità – tra i fornitori di prestazioni che se ne occupano, come appunto prevede la modifica della legge sull’EOC. Ne beneficerà anche il futuro Master in medicina dell’USI, che andrà ad accrescere l’offerta accademica e scientifica in Ticino, con un virtuoso riverbero in termini di conoscenze ed esperienze in campo medico, a tutto vantaggio dei pazienti ticinesi e non solo.

L’accesso alle cure per tutti è e rimane la condizione indispensabile di ogni sistema sanitario equo e solidale. La nuova legge intende rafforzare questo principio assicurando l’accesso in Ticino anche alla medicina di punta, senza tuttavia rinunciare ad un solido servizio di base e di emergenza su tutto il territorio, valli comprese. Per questi motivi il prossimo 5 giugno io voterò un convinto “SÌ” alla modifica della Legge dell’Ente ospedaliero cantonale, invitandovi a fare altrettanto.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale PLR

NZZ marzo 2016

Ist das Tessin zu einem Sonderfall geworden? Kann sich die Schweiz – als Sonderstaat in Europa – einen Sonderfall Tessin leisten? Um diese zwei Fragen dreht sich gegenwärtig die föderalistische Beziehung zwischen der Eidgenossenschaft und der italienischen Schweiz. Die Entwicklung dieser Beziehung ist unübersehbar und nicht unbedeutend: Sie hat sogar einen Einfluss auf das Schicksal der Bilateralen Abkommen mit der Europäischen Union, wie der Ausgang der Abstimmung zur Initiative gegen die Masseneinwanderung belegt hat. Am 9. Februar 2014 stimmte 68,2% der Tessiner Wähler – aus Verdrossenheit gegenüber dem Freizügigkeitsabkommen und unter dem Druck von etwa 60’000 Grenzgängern aus der Lombardei – für die Volksinitiative der SVP. Mit seinen 44’063 Ja-Stimmen spielte das Tessin das Zünglein an der Waage: Auf Bundesebene wurde die Initiative mit einer knappen Mehrheit von 19’302 Stimmen angenommen. Zählen wir die weitgehend wegen der Begehrlichkeiten der Tessiner Politik entstandenen Spannungen in den Verhandlungen zwischen der Schweiz und Italien im Steuerbereich hinzu, so müssen wir feststellen: Es besteht Handlungsbedarf. Das Tessin hat Probleme mit dem Bundesbern, aber auch das Bundesbern hat Probleme mit dem Tessin.

Es soll hier kurz erwähnt sein: Seit dem Ende des kalten Krieges, nachdem sich eine rasante Entwicklung der Europäischen Union entfaltete, wurden für die Schweiz die Beziehungen zum Ausland (insbesondere zur EU und den USA) wichtiger, komplexer, zum Teil schwieriger, sicher aufreibender. Die eidgenössische Politik musste vermehrt nach Brüssel und Washington schauen, um einerseits dem internationalen Druck (in den Neunziger Jahren wegen der Rolle der Schweiz während dem zweiten Weltkrieg, im neuen Jahrhundert wegen des Bankgeheimnisses) so weit wie möglich standzuhalten, anderseits um nicht Abseits der Globalisierung der Märkte zu stehen. Infolge dessen, kümmerte sich das Bundesbern etwas weniger um die Belange der Innenpolitik und der nationalen Kohäsion. Es hatte weniger Zeit, sich allen kantonalen Anliegen zu widmen, passte indessen die Wirtschaftspolitik richtigerweise den liberalen Ansätzen an, was jedoch der Peripherie der Eidgenossenschaft eine Unmenge an Bundesstellen (Post, Bahn, Armee) kostete. Auch die Bundesregien sollten betriebswirtschaftlich geführt und nicht mehr allein vom föderalistischen Gebot, den Randgebieten Arbeitsplätze zu garantieren, geleitet werden. Das Tessin, als geographische, sprachliche und wirtschaftliche Peripherie, bekam das in den 90er Jahren des letzten Jahrhunderts hart zu spüren.

Alles andere als behilflich zur innerschweizerischen Verständigung war die Entstehung der Lega dei Ticinesi im Jahre 1991. Im Sonntagsparteiblatt “Il Mattino”, vom Gründer der Lega Giuliano Bignasca selbst geführt, wurden Bundesräte und Bundesbeamte als Landvögte schwarzgemalt, die das Tessin ausbeuten wollen (Ausländern und Italienern insbesondere ging es nicht besser). Die Lega schaffte es, eine politische Subkultur des Opfergefühls parteiüberschreitend zu verbreiten. In vielen Köpfen nagelte sich diese Wahrnehmung fest. Das Tessin igelte sich langsam aber sicher ein. Es hiess, man müsse sich vor Bern und Ausland (Italien, EU) schützen. Alle eidgenössischen Abstimmungen, die eine internationale Öffnung der Schweiz anstrebten, sei es gegenüber Europa oder der Uno, wurden verworfen. Die meisten Tessiner mutierten zu Neinsagern.

Die politische Distanz zu Bundesbern, aber generell auch zur Deutschschweiz, wuchs unaufhaltsam. Warum? Verstanden sich die Tessiner nicht mehr als Schweizer? Oder war es die logische Konsequenz eines abklingenden föderalistischen Dialogs? Wenn man sich weniger miteinander austauscht, sich kaum mehr kennt, wachsen die Missverständnisse, driften Ziele und Strategien auseinander. Heute ist man soweit, dass sich das Tessin als Sonderfall versteht und als solcher von Bundesbern anerkannt sein will. Der Tessiner Grossrat hat sogar eine kantonale Initiative angenommen, die einen (rechtlich und politisch bedenklichen) Sonderstatus für den Südkanton verlangt.

Es gibt im Tessin aber seit je auch politische Kräfte und Leute, die die Lage differenziert beurteilen. Sie mögen teilweise zustimmen, dass Bundesbern sich um die Anliegen des Tessins nicht genug kümmert, aber sie sind sich bewusst, dass die Hauptverantwortung bei den Tessinern selber liegt. Sie meinen, man solle endlich aufhören, selbstmitleidig nach Bern mit ausgestreckter Hand zu schauen, und die Fäden des föderalistischen Dialogs selber in die Hand zu nehmen. In einem von der Lega dei Ticinesi wachsend geprägten Umfeld ist das Unterfangen nicht einfach. Einen wichtigen Schritt in diese Richtung hat der Tessiner Regierungsrat aber gemacht, indem er 2011 einen Delegierten für die Beziehungen zur Eidgenossenschaft beauftragt und nach Bern geschickt hat. Jörg De Bernardi hat mit seinem stillen aber gekonnten Wirken der Tessiner Politik gezeigt, dass man durch eine kluge Vernetzung mit den Bundesbehörden und den ständigen Dialog einiges erreichen kann. Das Bundesbern hat er den Tessinern vielleicht nicht näher bringen können (es ist ja auch nicht seine Aufgabe), aber wichtigen Anliegen meines Kantons wurde in Bern auch dank dem Einsatz des Beauftragten, des Regierungsrats und der Tessiner Deputation mehr Aufmerksamkeit geschenkt. Deswegen stellt sich heute die Frage: Wäre es nicht sinnvoll, dass auch der Bundesrat einen eigenen Delegierten für die Beziehungen zum Tessin ernennen würde?

Eine solche Figur – eine im Tessin anerkannte, glaubwürdige und neutrale Persönlichkeit – kann dazu helfen, erstens die gefährliche Debatte um einen Sonderstatus zu entschärfen, zweitens der Landesregierung die oft undurchsichtige und filzige Realität der italienischen Schweiz zu erklären, und drittens den Tessinern zu beweisen, dass es dem Bundesbern der Zusammenhalt der Schweiz am Herzen liegt. Eine solche Brückenfunktion ist bitter nötig, und liegt im höheren Interesse der Eidgenossenschaft.

Ich höre schon die Kritik: dann würden alle Kantone kommen, und dasselbe für sich beanspruchen, dazu würde der Staat wieder einmal aufgebläht. Aber denken wir daran: seit 17 Jahren sitzt kein Tessiner mehr im Bundesrat, und solange die Romandie mit drei Magistraten in der Landesregierung vertreten ist, bleiben die Chancen für eine Tessiner Vertretung gleich null. Wird keine langfristige, koordinierte Strategie des Bundesrates zur Verbesserung der Beziehungen zum Tessin aufgegleist, (individuell geplante Reisen von Bundesräten in den Süden genügen halt nicht, um die Stimmung umzukehren), steigt die Gefahr, dass sich das Tessin auslandpolitisch immer mehr quer stellt und innenpolitisch sich langsam (landes-)geistlich abspaltet. Der nicht überraschende Ausgang der Volksabstimmung vom 28. Februar zur Durchsetzungsinitiative der SVP in meinem Kanton bekräftigt leider diese Tendenz. Deswegen habe ich als Nationalrat während der letzten Wintersession eine von den Tessiner Kollegen aber auch von Parlamentariern anderer Kantone mitunterschriebene Motion eingereicht, die im Rahmen der vom Bundesrat verlangten Massnahmen zur Verbesserung der Beziehungen zum Tessin auch die Schaffung eines solchen Delegierten der Bundesregierung erwähnt.

In Europa kämpft die Schweiz um gute Beziehungen zur EU mit gleichzeitiger Wahrung ihrer Sonderstellung, warum sollte sie dasselbe dem Tessin verweigern?

Dr. Giovanni Merlini, Nationalrat (TI)