Opinione Liberale del 14.06.2019

Per José Saramago “sapere dove sia l’identità è una questione senza risposte”. Di tutt’altra identità si è invece dibattuto a Berna in questa sessione estiva:anche il Consiglio degli Stati, come già il Consiglio nazionale lo scorso mese di marzo, si è infatti occupato di un tema che ci tocca sempre più da vicino: l’uso di una identità digitale riconosciuta dallo Stato. E` comodo e veloce l’acquisto in internet di biglietti per il trasporto pubblico e di merce per corrispondenza. Idem quando si decide di far capo a servizi statali tramite sportelli virtuali, senza doversi spostare da casa o dall’ufficio. Oppure ancora quando si tratta di migliorare l’efficienza delle cure da prodigare ai pazienti grazie alla loro cartella informatizzata. E proprio perché il numero di transazioni che avvengono attraverso la rete è in forte crescita, si pone sempre più la questione di una corretta identificazione degli utenti. Servono dunque regole chiare che garantiscano alla popolazione l’affidabilità di queste operazioni, per almeno due aspetti essenziali. Primo, nessuno deve poter ottenere un’identità elettronica falsa che minaccerebbe la sicurezza delle transazioni. Secondo, va garantita la protezione dei dati. Il Consiglio federale ha proposto un modello misto di collaborazione tra pubblico e privati che le Camere hanno sostanzialmente confermato, stabilendo una chiara suddivisione dei compiti. Allo Stato spetta la competenza esclusiva di certificare ufficialmente l’esistenza di una persona, verificandone i dati identificativi come nome, sesso e data di nascita. Per la Confederazione sarà il Servizio delle identità del DFGP ad occuparsene visto che gestisce già appositi registri ufficiali. Altro discorso è invece lo sviluppo tecnologico e il rilascio dei supporti o delle piattaforme in cui dovranno essere concretamente registrate le varie identità digitali verificate e confermate dallo Stato. Questo compito sarà attribuito a fornitori privati che dispongono delle competenze necessarie e che sono più vicini alle esigenze degli utenti. Questi cosiddetti Id-Providers saranno tuttavia sottoposti a controlli regolari e le soluzioni da loro proposte saranno oggetto di una severa procedura di riconoscimento. Contro questo modello di cooperazione, salutato favorevolmente anche dalla grande maggioranza dei partecipanti alla procedura di consultazione, sono state avanzate obiezioni da parte di minoranze parlamentari che vi ravvisano una delega inopportuna di competenze statali. Ma in realtà il ritmo sostenuto dei cambiamenti tecnologici e la molteplicità delle possibili soluzioni applicabili sconsigliano l’opzione da parte dello Stato a favore di una determinata tecnologia: rischierebbe di rimanere inutilizzata a vantaggio invece di altre che si impongono sul mercato, causando una rapida obsolescenza del sistema regolamentato dalla Confederazione. Il clamoroso insuccesso dell’esperienza fatta con il sistema informatico “Insieme” sviluppato in seno all’Amministrazione federale insegna. Rispetto al Nazionale gli Stati hanno adottato qualche opportuna cautela in più: sia per scongiurare eventuali monopoli tariffari a danno degli utenti, sia ai fini di una sorveglianza più efficace sul rispetto di tutti gli obblighi previsti dalla nuova legge federale sui servizi di identificazione elettronica, in particolare in merito alla protezione dei dati, grazie all’introduzione di una Commissione indipendente di vigilanza. I prossimi anni ci diranno se serviranno ulteriori misure di affinamento della normativa.

Giovanni Merlini

CdT del 11.05.2019

Riuscirà il nostro Paese ad essere fiscalmente competitivo per le imprese, anche senza più concedere privilegi alle holding e alle società di servizio dei gruppi internazionali? E saprà assicurare le rendite AVS a lungo termine? Sì, ma solo se il prossimo 19 maggio la Riforma fiscale delle imprese abbinata al potenziamento dell’AVS (RFFA) supererà lo scoglio referendario, come mi auguro. Pur non risolvendo ogni problema, questo pacchetto è meglio congegnato rispetto al precedente, più equilibrato e federalista. Mira a scongiurare un deflusso dal nostro Paese di molte delle 24’000 società che non potranno più beneficiare degli statuti fiscali speciali concessi dai Cantoni, ormai divenuti incompatibili con gli standard internazionali. Si tratta di contribuenti importanti che occupano direttamente 150’000 persone qualificate, collaborano con numerose PMI locali, realizzano quasi la metà di tutti gli investimenti privati nel settore della ricerca e dello sviluppo, producono la metà del gettito dell’imposta federale sull’utile delle società e versano ca. 7 miliardi di fr. inimposte sull’utile a Cantoni e Confederazione, senza calcolare i miliardi che pagano attraverso altre imposte e tasse. Queste società si ritroverebbero con un aggravio fiscale (di ca. 2,4 miliardi di fr.) se la riforma si limitasse ad abrogare gli statuti cantonali. In un contesto internazionale fortemente competitivonon possiamo disinteressarci delle probabili delocalizzazioni di molti di questi gruppi societari: l’impatto sull’occupazione e sui gettiti di Cantoni e di certi Comuni potrebbe creare squilibri rilevanti, impoverendo il tessuto sociale ed economico anche nella sua capacità innovativa. L’antidoto fornito dalla RFFA è flessibile e rispetta la sovranità fiscale dei Cantoni: quelli che lo vorranno, potranno adottare sgravi fiscali uniformi per tutte le imprese e riceveranno atale scopo una compensazione di ca. 1 miliardo, a beneficio anche delle città, grazie all’aumento della loro quota di partecipazione al gettito dell’IFD. Potranno assoggettare ad un’aliquota ridotta gli utili societari derivanti da marchi e brevetti,tassandoli però almeno in ragione del 10%, e concedere deduzioni maggiorate per le spese per la ricerca e lo sviluppo svoltisul territorio svizzero. Le imprese che trasferiranno in Svizzera la loro sede dall’estero potranno beneficiare di ammortamenti supplementari nei primi anni. Tuttavia gli azionisti pagheranno un po’ di più sui loro dividendi: il 70% dei redditi da partecipazioni saranno imponibilia livello federale e almeno il 50% a livello cantonaleper chi detiene almeno il 10% delcapitale societario.Il parallelo rafforzamento dell’AVS rappresenta la componente sociale della riforma, con un’iniezione supplementare di ca. 2 miliardi annui già dal 2020 fino a raggiungere 2,4 mia. nel 2030,sgravando così di ca. 30 mia. il deficit totale di finanziamento del nostro primo pilastro l’AVS previsto per quell’anno, che diminuirà da 54 miliardi a 24 miliardi di fr. È un risanamento solo parziale, a cui dovranno aggiungersi le misure del progetto di stabilizzazione AVS 21, la riforma che affronterà finalmente i problemi strutturali del nostro primo pilastro.Questo primo e immediato intervento a favore dell’AVS sarà finanziato tramite un sacrificio accettabile – come il lieve aumento del prelievo sui salariper la prima volta negli ultimi 40 anni (0.15% a carico dei dipendenti e 0.15% a carico dei datori di lavoro)- e con uno sforzo accresciuto della Confederazione.Il rafforzamento dell’AVS così ottenuto dovrebbe per altro consentire il contenimento dell’incremento dell’IVA proposto dal Consiglio federale nell’ambito della Riforma AVS21, limitandolo a 0.7 punti percentuali in luogo degli 1,5 punti percentuali previsti nell’avamprogettomesso in consultazione. I parametri della perequazione finanziaria della Confederazione saranno pure ritoccati a favore dei Cantoni finanziariamente meno forti, a a vantaggio anche del Ticino che riceverà oltre 30 milioni in più. La RFFA è l’ultima occasione da non perdere per evitare l’iscrizione nella lista nera dei Paesi non collaborativi in materia fiscale, con tutte le nefaste conseguenze del caso. Ci permette inoltre di prendere due piccioni con una fava: preservare la competitività della piazza economica svizzera, garantendo nel contempo le rendite AVS. Sono tutti buoni motivi per sostenerla.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale PLR

 

Opinione Liberale del 8.3.2019

Tra i compiti primari dello Stato, la lotta alla criminalità si svolge su più livelli. Organizzazioni criminali e terroristiche vanno combattute anzitutto con un approccio internazionale. La Svizzera sostiene la Strategia globale antiterrorismo dell’ONU del 2006 e il suo piano d’azione del 2016per prevenire l’estremismo violento, collaborando inoltre in seno all’Europol e nel campo delle attività informative del sistema di Schengen. La Rete integrata svizzera per la sicurezza ha elaborato – in collaborazione con Confederazione, Cantoni e Città – il Piano di azione nazionale contro la radicalizzazione. L’esperienza dimostra che deve essere migliorato lo scambio di informazioni tra le autorità preposte all’esecuzione delle pene e le autorità che si occupano del perseguimento penale, risp. tra le autorità di sicurezza e quelle competenti nell’ambito della migrazione. Il gruppo TETRA (TerroristTracking), condotto da Fedpol, comprende il Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC), il Ministero pubblico della Confederazione (MPC), il Centro di gestione delle crisi del DFAE, il Corpo delle guardie di frontiera, la Segreteria di Stato della migrazione (SEM), l’Ufficio federale di giustizia e la Conferenza dei comandanti delle polizie di cantonali (CCPCS). Solo per dire quanto sia essenziale un metodo multidisciplinare nell’affrontare la minaccia terroristica.

Il Consiglio federale si è nel frattempo mosso con proposte di modifica del Codice penale che da una parte inaspriscono la pena massima detentiva comminata per la partecipazione ad un’organizzazione criminale o terroristica e dall’altra adeguano i requisiti dell’art. 260ter del Codice penale, venendo così incontro alle richieste del parlamento per rendere più efficiente il perseguimento penale del crimine organizzato. È pendente anche il messaggio del Consiglio federale per l’armonizzazione delle sanzioni penali che adegua il sistema delle pene alla realtà odierna.

Giovanni Merlini

Corriere del Ticino del 2.2.2019

La tormentata vicenda dell’Accordo fiscale tra Svizzera e Italia,parafato il 22.12.2015 e relativo ai lavoratori frontalieri, si è ormai trasformata in una patetica “telenovela”. La firma da parte del governo italiano è stata ulteriormente rinviata sine die e non sono previste altre notizie prima del prossimo aprile.Neppure la decisione del governo ticinese di rinunciare – in caso di firma dell’Accordo da parte italiana – all’obbligo per i frontalieri italiani di presentare un estratto del loro casellario giudiziale è valsa a sbloccare la situazione. Il che dimostra per altro che l’Accordo è, tutto sommato, più vantaggioso per il nostro Paese che per l’Italia e ciò anche se consente a quest’ultima di incrementare a medio e lungo termine il suo gettito fiscale. Di fronte a questo lungo stallo è comprensibile la reazione di chi – richiamando le 10’000 firme della petizione ticinese del 2014 – invoca la disdetta unilaterale dell’Accordo sui frontalieri del 3.10.1974, entrato in vigore nel 1979 con effetto retroattivo dal 1.1.1974, reclamando in via subordinata una compensazione finanziaria da Berna per il nostro Cantone. Al Ticino deriva in effetti un evidente pregiudizio dal traccheggiare delle autorità italiane. Primo perché con l’Accordo in vigore dovrà continuare a riversare a Roma – quale compensazione a favore dei Comuni della fascia di confine – il 38.8% delle imposte alla fonte prelevate dai frontalieri italiani, anziché il 30% previsto dal nuovo Accordo. Secondo perché la quota di ristorno fiscale attualmente dovuta all’Italia è significativamente superiore a quella dovuta, per es., all’Austria. Berna infatti, con l’entrata in vigore della libera circolazione delle persone (ALC),ha modificato l’accordo sui frontalieri con l’Austria stornandole da allora solo il 12,5% delle imposte incassate alla fonte dai suoi frontalieri. Il vantaggio del nuovo Accordo con l’Italia, se mai entrerà in vigore, consiste nella facoltà del Ticino di incassare il 70% delle imposte alla fonte invece dell’attuale 62.2% (ca. tra i 12 e i 20 mio. in più all’anno). Inoltre i lavoratori italiani saranno tenuti a dichiarare anche in Italia il reddito da lavoro conseguito in Svizzera, deducendo l’imposta ivi pagata. Le ben più elevate aliquote marginali in Italia (pari al 43% per i redditi superiori ai 75’000.- Euro) potrebbero indurre quantomeno i lavoratori frontalieri nelle fasce di reddito superiore a riconsiderare la loro scelta di lavorare in Svizzera, il che allevierebbe in certa misura la pressione sui salari e sulle infrastrutture in Ticino.Una forma di compensazione finanziaria a favore del nostro Cantone – che per le note ragioni storiche era stato penalizzato dall’Accordo del 1974 – è per altro già stata ipotizzata nel 2017 dallo stesso Consigliere federale Ueli Maurer, quale responsabile del DFF, in un incontro con la Deputazione ticinese, se non si fosse sbloccata la situazione con l’Italia. La compensazione potrebbe essere adottata nel quadro della revisione della Perequazione finanziaria della Confederazione o in altri ambiti: non sarebbe altro che una concretizzazione del principio di solidarietà confederale (“Unus pro omnibus, omnes pro uno”) sancito dall’art. 44 cpv. 1 della Costituzione svizzera. Un atto parlamentare in tal senso verrà quindi inoltrato dai sottoscritti al Consiglio nazionale e al Consiglio degli Stati affinché sia ripreso il filo di quel discorso e si riporti l’attenzione del Consiglio federale sul prezzo che il nostro Cantone si è accollato in tutti questi quarantacinque anni per volontà della Confederazione.

Occorre invece una certa cautela nell’esigere la disdetta unilaterale dell’attuale Accordo del 1974. È vero che l’ALC ha modificato nel 2007 la nozione di frontaliere, abbandonando il requisito del rientro giornaliero dal luogo di lavoro a quello di domicilio (bastando un unico rientro settimanale) ed è altrettanto vero che il contesto storico è del tutto diverso rispetto all’epoca in cui fu concluso l’Accordo sui frontalieri, in particolare in seguito all’adozione dello scambio automatico di informazioni in materia fiscale. Cionondimeno, come risulta dal Messaggio del Consiglio federale del 2.7.1975, l’Accordo sui frontalieri del 1974 è parte integrante della Convenzione italo-svizzera contro le doppie imposizioni (CDI), la cui importanza economica per il nostro Paese – come pure per l’Italia – non deve essere comprovata. Ora, come ha spiegato il prof. Stefano Dorigo in un convincente contributo dottrinale apparso nella rivista Novità fiscali n. 5 del maggio 2014 edito dalla SUPSI, la CDI contempla sì un diritto di denuncia, ma unicamente in relazione all’intero trattato e non in relazione a singole clausole, come appunto quelle concernenti l’imposizione reciproca dei frontalieri. E se ciononostante la Svizzera intendesse denunciare unicamente l’Accordo sui frontalieri invocando l’art. 44 della Convenzione di Vienna che autorizza il recesso di trattati in caso di mutamento fondamentale delle circostanze, non riuscirebbe comunque a dimostrare (come esige questo articolo della Convenzione di Vienna) che quell’Accordo non era per la controparte italiana una condizione essenziale per la stipulazione della CDI. Dalla genealogia della CDI risulta infatti che per l’Italia è sempre stato essenziale prevedere un regime di tassazione dei frontalieri che comportasse il ristorno ai comuni italiani di frontiera di una parte delle imposte riscosse alla fonte dalla Svizzera.

 

Fabio Abate, Consigliere agli Stati

Rocco Cattaneo, Consigliere nazionale

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

CdT del 23 novembre 2018

Chi rispetta davvero la democrazia diretta si cura di sottoporre alle cittadine e ai cittadini quesiti chiari, con testi che non diano adito a dubbi. Solo così è infatti possibile la formazione di una volontà popolare non viziata da errori e consapevole delle conseguenze. Occorre sapere con una certa precisione che cosa comporti un sì o un no. Se una modifica costituzionale in votazione è in conflitto con impegni internazionali, è determinante per chi vota sapere se in caso di accettazione dell’iniziativa il trattato in questione dovrà essere violato o rinegoziato. Nel caso dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa i problemi che si sarebbero posti con l’UE in relazione all’Accordo sulla libera circolazione erano stati al centro del dibattito. Ma siccome il testo dell’iniziativa non precisava se l’accordo dovesse essere disdetto in caso di insuccesso di una sua rinegoziazione, i votanti si ritrovarono nell’irritante situazione di non sapere se credere al Consiglio federale (che prefigurava la necessità di disdire l’accordo) oppure agli iniziativisti (che invece negavano una simile necessità). Subito dopo l’esito risicato a favore dell’iniziativa i fronti si capovolsero: i promotori cambiarono idea e si misero ad invocare la disdetta della libera circolazione delle persone, mentre il Consiglio federale si rimangiò la parola insistendo sull’importanza dei Bilaterali. I gabbati del 9 febbraio furono le cittadine e i cittadini: chi votò sì credendo all’UDC, ma anche chi votò no credendo al Consiglio federale e temendo una disdetta dei Bilaterali. Il parlamento arbitrò poi le contraddizioni con un compromesso che salvò capra e cavoli. Se in quell’occasione l’UDC avesse richiesto direttamente ciò che già allora in realtà voleva, ossia la disdetta della libera circolazione delle persone, la domanda sarebbe stata inequivocabile e sarebbe stata verosimilmente rifiutata a causa delle sue gravi conseguenze. Richieste imprecise consentono a chi le formula di mantenere un confortevole margine di manovra per pretendere, in seguito al voto popolare, anche cose non indicate nel testo di un’iniziativa. Occorre quindi aprire bene gli occhi ed evitare la trappola delle iniziative volutamente vaghe nel loro testo. Perché in quella deliberata vaghezza si nasconde una trappola per la democrazia diretta. Se fosse accolta l’iniziativa sull’autodeterminazione questa trappola funzionerebbe senza soluzione di continuità, come ha ben evidenziato recentemente il costituzionalista prof. Stefan Schlegel sulla NZZ. Qualsiasi conflitto con il diritto internazionale verrebbe infatti strumentalizzato dall’UDC per reclamare automaticamente la disdetta di un trattato (se non fosse possibile rinegoziarlo) e ciò a prescindere dal fatto che il popolo abbia dato uno specifico mandato a in tal senso o meno. Un malaugurato sì farebbe da apripista ad una serie di ulteriori iniziative con testi strategicamente indeterminati e vaghi che favorirebbero la possibilità di un’approvazione popolare. Autodeterminarsi è possibile unicamente a condizione di conoscere con sufficiente precisione le conseguenze delle proprie scelte. Altrimenti la democrazia diretta non può essere esercitata con responsabilità. Tutt’al più continuerà ad essere abilmente sfruttata a fini elettorali. Con buona pace del popolo sovrano. Evitiamo quindi di cadere nella trappola e votiamo no.

Giovanni Merlini