CdT del 23 novembre 2018

Chi rispetta davvero la democrazia diretta si cura di sottoporre alle cittadine e ai cittadini quesiti chiari, con testi che non diano adito a dubbi. Solo così è infatti possibile la formazione di una volontà popolare non viziata da errori e consapevole delle conseguenze. Occorre sapere con una certa precisione che cosa comporti un sì o un no. Se una modifica costituzionale in votazione è in conflitto con impegni internazionali, è determinante per chi vota sapere se in caso di accettazione dell’iniziativa il trattato in questione dovrà essere violato o rinegoziato. Nel caso dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa i problemi che si sarebbero posti con l’UE in relazione all’Accordo sulla libera circolazione erano stati al centro del dibattito. Ma siccome il testo dell’iniziativa non precisava se l’accordo dovesse essere disdetto in caso di insuccesso di una sua rinegoziazione, i votanti si ritrovarono nell’irritante situazione di non sapere se credere al Consiglio federale (che prefigurava la necessità di disdire l’accordo) oppure agli iniziativisti (che invece negavano una simile necessità). Subito dopo l’esito risicato a favore dell’iniziativa i fronti si capovolsero: i promotori cambiarono idea e si misero ad invocare la disdetta della libera circolazione delle persone, mentre il Consiglio federale si rimangiò la parola insistendo sull’importanza dei Bilaterali. I gabbati del 9 febbraio furono le cittadine e i cittadini: chi votò sì credendo all’UDC, ma anche chi votò no credendo al Consiglio federale e temendo una disdetta dei Bilaterali. Il parlamento arbitrò poi le contraddizioni con un compromesso che salvò capra e cavoli. Se in quell’occasione l’UDC avesse richiesto direttamente ciò che già allora in realtà voleva, ossia la disdetta della libera circolazione delle persone, la domanda sarebbe stata inequivocabile e sarebbe stata verosimilmente rifiutata a causa delle sue gravi conseguenze. Richieste imprecise consentono a chi le formula di mantenere un confortevole margine di manovra per pretendere, in seguito al voto popolare, anche cose non indicate nel testo di un’iniziativa. Occorre quindi aprire bene gli occhi ed evitare la trappola delle iniziative volutamente vaghe nel loro testo. Perché in quella deliberata vaghezza si nasconde una trappola per la democrazia diretta. Se fosse accolta l’iniziativa sull’autodeterminazione questa trappola funzionerebbe senza soluzione di continuità, come ha ben evidenziato recentemente il costituzionalista prof. Stefan Schlegel sulla NZZ. Qualsiasi conflitto con il diritto internazionale verrebbe infatti strumentalizzato dall’UDC per reclamare automaticamente la disdetta di un trattato (se non fosse possibile rinegoziarlo) e ciò a prescindere dal fatto che il popolo abbia dato uno specifico mandato a in tal senso o meno. Un malaugurato sì farebbe da apripista ad una serie di ulteriori iniziative con testi strategicamente indeterminati e vaghi che favorirebbero la possibilità di un’approvazione popolare. Autodeterminarsi è possibile unicamente a condizione di conoscere con sufficiente precisione le conseguenze delle proprie scelte. Altrimenti la democrazia diretta non può essere esercitata con responsabilità. Tutt’al più continuerà ad essere abilmente sfruttata a fini elettorali. Con buona pace del popolo sovrano. Evitiamo quindi di cadere nella trappola e votiamo no.

Giovanni Merlini

CdT del 11.10.2018

Domanda: firmereste un contratto con una società anonima, sapendo che essa potrà poi liberarsi dai suoi impegni nei vostri confronti con un semplice cambiamento del suo statuto? Ne dubito. Con un interlocutore così poco affidabile non si concludono accordi e non si fanno affari. Troppo rischioso. Eppure è proprio quanto succederebbe alla Svizzera, se l’iniziativa “per l’autodeterminazione” trovasse una maggioranza del popolo e dei cantoni il prossimo 25 novembre. Trovare ancora qualcuno disposto a sedersi ad un tavolo negoziale con noi diventerebbe impresa impervia. Se oggi il nostro Paese è rispettato nel mondo, non è solo grazie al suo successo economico, al suo impegno a favore dei diritti umani e all’offerta di buoni uffici nelle crisi internazionali. È anche grazie alla sua affidabilità, perché mantiene la parola data e si attende che gli altri facciano altrettanto. È la nostra stessa Costituzione a volerlo: l’art. 5 cpv. 4 impone a Confederazione e Cantoni di rispettare il diritto internazionale e l’art. 190 prescrive al Tribunale federale (TF) e alle altre autorità giudicanti di applicare le leggi federali e il diritto internazionale. È il cosiddetto primato del diritto internazionale: un primato che tuttavia non è assoluto. In casi eccezionali il conflitto tra una norma internazionale e una nazionale può essere risolto a favore di quest’ultima, quando è assodato che l’Assemblea federale abbia deliberatamente preso in considerazione l’incompatibilità della norma interna in questione con una precedente norma del diritto internazionale. Questa modalità flessibile di risolvere eventuali conflitti di norme ha dato buona prova di sé, nei pochi casi in cui il problema si è posto. Negli ultimi anni si sono però fatte più frequenti le iniziative popolari miranti a modificare la Costituzione federale con disposizioni problematiche alla luce degli impegni internazionali della Svizzera, se non addirittura inconciliabili: per es. le iniziative per l’internamento a vita, per il divieto dei minareti, per l’espulsione di stranieri condannati, per il rinvio effettivo di stranieri delinquenti, per uno stop all’immigrazione incontrollata e, ultima arrivata, per la disdetta della libera circolazione delle persone. Finora il parlamento è sempre riuscito ad attuare in forma di legge queste controverse modifiche costituzionali, mediando tra volontà popolare e rispetto del principio “pacta sunt servanda”, che regge il diritto internazionale. Ma ai fautori del sovranismo questo saggio pragmatismo, tipicamente elvetico, non sta bene. Essi vorrebbero capovolgere la gerarchia normativa con uno schema rigido che non ammette eccezioni: la Costituzione federale assurgerebbe a “fonte suprema del diritto della Confederazione” (nuovo art. 5 cpv. 1 CF) e prevarrebbe sul diritto internazionale, fatte salve le regole imperative come il divieto della tortura e della schiavitù. In caso di contraddizione di una norma della Costituzione con gli obblighi internazionali, questi andrebbero adeguati e, se necessario, disdetti. Chi, come e quando li debba disdire non è dato sapere. Inoltre, dal testo non risulta che il popolo possa dire la sua, neppure se a suo tempo aveva approvato il trattato in questione. Quale sia il vero bersaglio dell’iniziativa non è un arcano: è la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), un “insopportabile” ostacolo all’attuazione delle recenti iniziative lanciate dall’UDC. Infatti, secondo il nuovo art. 190 CF proposto dai promotori, le leggi federali e soltanto i trattati internazionali assoggettati al referendum sarebbero vincolanti per il TF e le altre autorità chiamate ad applicare il diritto. Quando il nostro parlamento ratificò la CEDU nel 1974 non sottopose il decreto di approvazione al referendum facoltativo, poiché le disposizioni di allora non lo prevedevano. Per contro ogni Protocollo aggiuntivo alla CEDU, adottato dalle Camere federali a partire dagli anni ’80, fu munito della clausola referendaria, ma nessun referendum fu mai lanciato. La denuncia della CEDU avverrebbe quindi a dispetto della sua legittimazione democratica, risultante dall’accettazione tacita da parte del popolo di tutti gli accordi successivi che ne hanno esteso la portata e che hanno regolato gli aspetti procedurali relativi alla Corte di Strasburgo chiamata ad applicarla. La disdetta della CEDU non solo nuocerebbe alla nostra reputazione, sconfessando clamorosamente la tradizione umanitaria svizzera. Ma incoraggerebbe anche alcuni Stati con regimi sempre più autoritari a fare altrettanto (Russia, Turchia, ecc.). Poter beneficiare della CEDU anche in futuro è importante proprio perché la nostra Costituzione non è statica e può sempre essere oggetto di modifiche, comprese quelle incompatibili con le libertà individuali garantite dalla Costituzione stessa e dai trattati internazionali. La possibilità di rivolgersi a Strasburgo in questi casi è quindi una garanzia supplementare di salvaguardia dei diritti fondamentali, soprattutto per le minoranze. Gli attuali meccanismi della nostra democrazia liberale fondata sullo Stato di diritto neutralizzano il rischio di una tirannia della maggioranza, già temuta da Tocqueville. Ed è giusto così, perché nessuna maggioranza – sia essa popolare, parlamentare o governativa – è autorizzata a calpestare i diritti fondamentali, le libertà individuali e delle minoranze e la separazione dei poteri.

Giovanni Merlini

10.10.2018

Il diritto nazionale è buono, mentre il diritto internazionale è cattivo. Cattivo perché limiterebbe la nostra indipendenza e sovranità. Questa è la tesi di fondo dell’iniziativa cosiddetta “per l’autodeterminazione”. Una tesi avventurosa e priva di alcun fondamento. La sovranità sta ad uno Stato come l’autonomia e la capacità di agire stanno ad una persona. Se io decido di concludere un contratto di collaborazione con Tizio perché lo ritengo nel mio interesse, non limito la mia capacità di agire: la esercito. Lo stesso vale per uno Stato. Se la Svizzera, senza che nessuno l’abbia mai obbligata a farlo, ha concluso migliaia di accordi internazionali con centinaia di Stati lo ha fatto nel suo interesse nazionale e quindi ha esercitato la sua sovranità, agendo come nazione indipendente e determinata a rafforzare la sua posizione sul piano internazionale. È stato così per evitare la doppia imposizione di società e cittadini svizzeri, per promuovere gli investimenti e il libero scambio commerciale oppure per regolare il traffico dei pagamenti, i controlli doganali, i trasporti aerei, per combattere la tratta di persone e la violenza domestica, per proteggere i nostri brevetti, ecc. È stato così anche con i Bilaterali: grazie ad essi abbiamo garantito ai nostri prodotti l’accesso all’enorme mercato europeo senza dover aderire all’UE ed evitando allo stesso tempo un fatale isolamento economico. Oltre a non essere cattivo, il diritto internazionale non è neppure straniero: è diritto comune e quindi anche nostro. Si tratta infatti (in ragione di circa il 95%) di diritto contrattuale e in quanto tale appartiene agli Stati contraenti, Svizzera compresa. Essendo anche nostro, il diritto internazionale ci consente p.es. di rivolgerci agli organismi dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) per chiederne l’intervento di fronte alla guerra dei dazi scatenata da Trump, con i suoi effetti penalizzanti per la nostra economia di esportazione. E potremo fare lo stesso se nelle prossime settimane la Commissione europea limitasse nuovamente ad un solo anno il riconoscimento dell’equivalenza della nostra normativa borsistica. Il diritto internazionale è il giubbotto antiproiettile dei piccoli Stati che, non potendo far valere il diritto della forza, si difendono con la forza del diritto. Ma è anche lo scudo che protegge i nostri diritti e quelli delle minoranze. Grazie alla Convenzione europea sui diritti dell’Uomo (CEDU) ratificata dal nostro parlamento nel 1974 e nel mirino degli iniziativisti, ognuno di noi può impugnare davanti alla Corte di Strasburgo una decisione del Tribunale federale (TF) in contrasto con uno o più diritti fondamentali garantiti dalla CEDU. Ne sanno qualcosa le figlie di un lavoratore argoviese deceduto nel 2005 a causa di un mesotelioma pleurico dovuto al contatto prolungato con l’amianto durante la sua attività in fabbrica. Il TF aveva dovuto respingere la richiesta di indennizzo della famiglia perché la pretesa risarcitoria era già prescritta. Per contro, la Corte di Strasburgo ha accolto il ricorso nel marzo 2015, stabilendo che un termine di prescrizione di soli 10 anni in caso di danni corporali o di decesso in seguito ad atto illecito risulta incompatibile con la garanzia di un processo equo. Il legislatore federale è quindi poi corso ai ripari, prolungando a 20 anni la prescrizione per questi casi. La possibilità di ricorrere a Strasburgo è quindi essenziale, dal momento che il TF è tenuto ad applicare una legge federale anche se ne accerta l’incostituzionalità. Ma è pure importante perché la nostra Costituzione può essere modificata in ogni momento, anche con nuove disposizioni che violano i diritti fondamentali. Rinegoziare da subito tutti gli accordi internazionali in contrasto con la nostra Costituzione, come chiede l’iniziativa, è una pia illusione. Per rinegoziare un trattato bilaterale occorre essere in due, non basta che la Svizzera lo esiga. Se poi si tratta di un trattato multilaterale, lo devono volere tutti gli Stati firmatari. Lo stesso Trump, che credeva di riuscire a rinegoziare l’Accordo di Parigi sul clima, ha dovuto ricredersi: i suoi sforzi si sono risolti in un nulla di fatto. Se non ci riescono gli USA, figurarsi un piccolo Stato come il nostro. L’iniziativa prevede che il trattato in questione vada disdetto “ove necessario”, se non è possibile rinegoziarlo. Ma chi stabilirà se è necessario? Non è nemmeno dato sapere chi, quando e come procederà alla disdetta: il Consiglio federale, il Parlamento, i tribunali? E come la mettiamo con la sovranità popolare, se il trattato in questione è stato approvato dal Popolo? L’incertezza giuridica la farà da padrone e i conflitti di competenza sono già programmati. Su tutti gli attuali accordi internazionali ratificati dal nostro Paese penderà la spada di Damocle di un’eventuale disdetta, con grave pregiudizio alla nostra affidabilità internazionale.

Questa non è autodeterminazione: è semmai autodebilitazione.

CdT del 12.05.2018

Ai promotori dell’Iniziativa Moneta intera va perlomeno dato atto di aver sollevato un dibattito critico sui limiti del nostro sistema monetario e creditizio, che come tutti i sistemi umani è lungi dall’essere perfetto. Cionondimeno sono convinto che gli obbiettivi della loro iniziativa resterebbero ampiamente disattesi anche in un regime di moneta intera. Cominciamo da due scenari: la paventata corsa agli sportelli nel caso di un crollo di fiducia verso uno o più istituti bancari e il rischio di grandi crisi finanziarie, come quella scoppiata nel 2007-2008. È vero che in un sistema a moneta intera si riuscirebbe a scongiurare la corsa agli sportelli. I clienti non si precipiterebbero a prelevare i loro risparmi sui conti correnti (depositi a vista), sapendo che sono coperti integralmente dal controvalore sotto forma di banconote o di averi in giroconti detenuti dalla loro banca presso la BNS e contabilizzati esternamente al bilancio, quindi al di fuori della massa fallimentare in caso di insolvenza. Tuttavia i conti risparmio e gli altri tipi di investimenti non sarebbero comunque protetti. Inoltre, in Svizzera non vi sono mai state corse agli sportelli, grazie alla stabilità del nostro sistema. Un simile rischio, in futuro, dovrebbe essere ancora più ridotto per effetto delle prescrizioni restrittive adottate nell’ultimo ventennio in materia di fondi propri e liquidità. L’ultimo dissesto finanziario di un banca svizzera risale per altro al 1991, con il fallimento della Cassa di risparmio di Thun, quando non esistevano ancora tutte le restrizioni legali e le direttive dell’autorità di vigilanza (oggi è la FINMA) che limitano la possibilità delle banche di creare denaro scritturale dal nulla, mediante la concessione di crediti. Quanto alle crisi finanziarie: l’ultima, di dimensioni planetarie, ebbe origine da una scriteriata sottovalutazione dei rischi da parte delle principali banche americane, le quali – incoraggiate anche dalla Federal Reserve e da un’esuberante politica di accesso alla proprietà promossa già dagli anni di Bill Clinton – avevano concesso, su larga scala, crediti ipotecari a famiglie con scarse garanzie di solvibilità. Considerate le difficoltà nell’ottenimento del rimborso dei loro crediti, le banche americane pensarono bene di liberarsene, cartolarizzando i mutui in prodotti strutturati complessi (che si sarebbero ben presti rivelati “tossici”) e immettendoli così nel circuito dei mercati finanziari. In seguito alla crisi di fiducia reciproca i prestiti interbancari subirono una paralisi e la bolla dei “subprimes” scoppiò, con le note conseguenze. Anche UBS ne fu talmente colpita che rischiò il fallimento: aveva infatti fortemente investito in titoli strutturati, basati sui crediti immobiliari americani, e lo avrebbe potuto fare anche in un sistema a moneta intera. A posteriori possiamo dire che la decisione politica di salvare la più importante banca del Paese, in virtù della sua importanza sistemica, fu opportuna. L’ancorché rischiosa iniezione da parte della Confederazione di 6 miliardi di franchi convertibili in azioni e il rilevamento da parte della BNS di titoli “tossici” e illiquidi per 38,7 miliardi di dollari, evitò danni economici e sociali incalcolabili. Si rivelò pure un ottimo affare. L’operazione di salvataggio non solo non andò a gravare sulle spalle dei contribuenti, bensì consentì alla Confederazione di recuperare i fondi e di conseguire già nel 2009 un utile di un miliardo di franchi con la vendita delle azioni ad investitori istituzionali. Idem per la BNS, per la quale l’operazione di stabilizzazione durò qualche anno in più (fino al 2013) fruttando però interessi per 1,6 miliardi di dollari e un utile sulla vendita dei fondi di 3,8 miliardi di dollari. È dunque la sottovalutazione dei rischi, che la moneta intera non impedisca affatto, e non l’emissione in sé di denaro scritturale (promessa di pagamento) da parte delle banche commerciali il fattore scatenante delle crisi finanziarie. Il rimedio proposto dall’iniziativa è quindi inefficace, oltre a comportare una serie di gravi controindicazioni. Infatti, i soli depositi di risparmio (senza dunque i conti correnti) sarebbero largamente insufficienti per finanziare integralmente i crediti richiesti dagli attori economici che investono. I costi di rifinanziamento delle banche aumenterebbero e quindi anche gli interessi e le spese che verrebbero accollate ai clienti, con il forte rischio di una stretta creditizia e quindi di minori investimenti con conseguente perdita di posti di lavoro, per tacere dei rischi di una destabilizzazione del franco svizzero e di un’inflazione non più controllabile da parte della BNS. Un vecchio adagio popolare dice di non riparare ciò che non è rotto. A maggior ragione se il prezzo della riparazione è esorbitante, come con la moneta intera.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

La Regione del 12 aprile 2018

L’approccio globale da cui è scaturita la riforma fiscale e sociale, approvata da un’ampia maggioranza del Gran Consiglio, merita di essere confermato dal popolo. Rappresenta un buon patto politico tra famiglie, contribuenti facoltosi e aziende nel nostro Cantone. Respingerlo significherebbe rinunciare ad un progetto lungimirante che è nell’interesse generale poiché riesce ad integrare responsabilmente misure fiscali urgenti ed esigenze sociali viepiù sentite. È una soluzione organica che risponde inoltre alla necessità di migliorare l’attrattiva fiscale del nostro Cantone per determinate categorie di contribuenti e di promuovere l’accesso delle donne al mercato del lavoro conciliandolo meglio con gli impegni familiari, in una sorta di “simmetria dei vantaggi” di respiro interclassista.

In ambito fiscale il pacchetto di misure tiene conto dei rapidi cambiamenti a livello internazionale e nazionale, mirando a rendere un po’ più competitivo il nostro Cantone che attualmente è tra i più onerosi nell’imposizione della sostanza delle persone fisiche, risp. del capitale delle imprese. Gli interventi proposti sono comunque lungi dal configurarsi come una defiscalizzazione spinta: il minor gettito fiscale per Cantone e Comuni è stimato in soli 22,1 mio. di fr. all’anno su un gettito totale annuo delle persone fisiche e giuridiche di ca. 1,4 miliardi di fr., ma perlomeno il nostro Cantone si riavvicinerà alle medie intercantonali. In Ticino l’imposizione della sostanza dei grossi contribuenti è la quinta più onerosa rispetto agli altri Cantoni e quella del capitale delle aziende è anch’essa davvero poco concorrenziale. In un contesto federalista competitivo occorre trattenere sul nostro territorio i contribuenti più cospicui e, pur evitando esagerazioni, attrarne nuovi. Ciò vale soprattutto se a pochi chilometri di distanza vige una pressione fiscale allettante. In Ticino l’1% delle persone più facoltose genera ben il 57,5% del gettito cantonale dell’imposta sulla sostanza. Il loro contributo è quindi notevole.

Nel concreto, si tratta di ridurre progressivamente l’aliquota massima dell’imposta sulla sostanza dal 3,5 al 2,5 per mille e di adottare il freno all’imposta sulla sostanza, sul modello combinato di ciò che già avviene nei Cantoni di Ginevra e Argovia. Questi due accorgimenti dovrebbero permettere di contrastare il deflusso dal Ticino di prezioso substrato fiscale verso lidi più accoglienti; un fenomeno preoccupante che dal 2011 ha determinato una contrazione netta della sostanza imponibile dei primi cento contribuenti per 1,1 miliardi di fr.

A favore delle aziende si introduce la possibilità di dedurre il 10% dell’imposta sull’utile dall’imposta sul capitale e si riduce la base imponibile delle società la cui attività principale riguarda l’amministrazione di partecipazioni.

Queste misure sono coerentemente collegate a incentivi a favore delle società innovative (start-up) che spesso offrono posti di lavoro qualificati e investono nelle nuove tecnologie offendo opportunità di lavoro ai giovani. Infine, gli sgravi previsti sono parzialmente bilanciati da dispositivi di compensazione, tra cui l’aumento della quota imponibile dei dividendi e la proroga del supplemento dell’imposta immobiliare cantonale delle imprese.

Questa riforma è anche sociale, come ricordato in esordio. Infatti, nel 2019 è prevista l’entrata in vigore di un pacchetto di misure a favore delle famiglie, finanziate dalle aziende stesse. Dall’assegno parentale di 3’000 franchi annui per molti nuclei familiari alle riduzioni delle rette per i nidi dell’infanzia, passando per ulteriori aiuti finanziari, la manovra favorisce l’economia che a sua volta s’impegna a rafforzare la socialità, migliorando la conciliabilità tra famiglia e lavoro. Un circolo virtuoso che sarebbe poco saggio interrompere. Sono tutti motivi più che sufficienti per votare un sì convinto il prossimo 29 aprile.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale