CdT del 3 giugno 2017

Nell’intervista al mio collega Consigliere nazionale e membro (come il sottoscritto) della Commissione degli affari giuridici, pubblicata a pag. 4 del GdP del 23.5 us. in merito alle proposte della Commissione speciale del GC che si è occupata di concretizzare l’iniziativa popolare “Prima i nostri”, si leggono alcune affermazioni avventurose.

Nidegger, difendendo a spada tratta il “primanostrismo” sempre più in auge e non solo da noi, sostiene che “se Berna non ha fatto i compiti nell’applicare l’iniziativa contro l’immigrazione di massa, il Ticino può sostituirsi ad essa, legiferando nel rispetto della Costituzione federale” o ancora che “i Cantoni (…) conservano il diritto di occupare spazi non coperti dal diritto federale”. E ci assicura che “i Cantoni non perdono (…) il loro diritto di emanare delle leggi se la Confederazione decide di non fare uso di questa sua competenza”.

Non mi sento di condividere questa analisi, per più di una ragione.

I Cantoni sono sì sovrani, ma nel limite stabilito dalla Costituzione federale ed esercitano le competenze che non sono riservate alla Confederazione (art. 3 CF). Inoltre vale il principio secondo cui Confederazione e Cantoni sono tenuti a rispettare il diritto internazionale (art. 5 cpv. 4 CF). E’ un po’ come per il popolo: noi Svizzeri siamo orgogliosi della sovranità esercitata dalle cittadine e dai cittadini grazie ai diritti popolari della nostra democrazia diretta. Ma sappiamo bene che, pur essendo sovrano, il popolo non è onnipotente. Deve infatti rispettare le regole dello Stato di diritto che esso stesso si è dato.

Per quanto concerne le competenze legislative della Confederazione, ve ne sono di due tipi: quelle esaustive che escludono la possibilità per i Cantoni di legiferare nello stesso ambito e quelle concorrenti, che invece lasciano spazio di manovra ai Cantoni accanto alla Confederazione. P.es. per i settori degli stranieri e dell’asilo (art. 121 CF) così come per il mercato del lavoro disciplinato dal diritto civile (art. 122 CF) la nostra Costituzione federale assegna alla Confederazione una competenza legislativa esaustiva. Di conseguenza, in questi tre ambiti, i Cantoni non possono mettersi a sperimentare in ambito legislativo, neppure laddove Berna abbia fatto un uso solo parziale delle sue competenze. È vero che i Cantoni possono sfruttare un per altro angusto margine di manovra se sussistono comprovati motivi di ordine pubblico, di sicurezza e salute pubblica, come stabilisce l’Accordo sulla libera circolazione delle persone (ALC), oppure nei casi di impieghi legati all’esercizio della “pubblica podestà” (p.es. nell’ambito del rilascio di permessi di soggiorno). Ma dubito che tali motivi possano essere invocati per giustificare la discriminazione di cittadini stranieri non residenti, derivante dalle varie clausole di preferenza indigena proposte dalla Commissione speciale sotto forma di molteplici modifiche di leggi cantonali, come quella sul turismo (secondo cui le OTR, a parità di requisiti e qualifiche, devono dare la precedenza alle persone residenti, purché idonee ad occupare il posto di lavoro offerto), oppure quella sulla Legge tributaria (che prevede tra l’altro una riduzione di 1/3 dell’imposta sull’utile delle neocostituite società per la durata di 10 anni, se almeno l’80% dei loro dipendenti risiedono in CH) oppure ancora quella sull’USI e la SUPSI (precedenza indigena nelle assunzioni di personale amministrativo, bibliotecario, tecnico e ausiliario, a parità di requisiti e qualifiche), sulle aziende di trasporto e sulla Banca dello Stato. Si tratterebbe in questi casi di manifeste violazioni del divieto (stabilito dall’ALC) di discriminazione di cittadini non residenti. Non solo: a mio modesto avviso vi si può ravvisare anche una restrizione indebita della libertà economica garantita dall’art. 27 CF. Inoltre, a prescindere dalle puntuali modifiche delle leggi indicate, l’iniziativa proposta in forma generica volta a modificare la Legge d’applicazione della preferenza indigena interviene a regolare un ambito, quello del rilascio dei permessi agli stranieri, in cui i Cantoni non hanno alcunché da dire, proprio per una chiara ripartizione delle competenze. E’ come se il Ticino si mettesse a stampare moneta, magari denominandola “leponzio”.

Nella lingua di Racine si usa l’espressione “jamais trop de zèle” per ammonire qualcuno circa i rischi legati a certi eccessi di zelo. Gli sforzi della Commissione speciale del Gran Consiglio per attuare la modifica costituzionale approvata dalla maggioranza del popolo ticinese sono lodevoli, ma non sortiranno effetti pratici degni di nota. Il difetto sta infatti nel manico, ossia nel tenore di un’iniziativa (“Prima i nostri”) il cui titolo seducente sintetizza bene l’obbiettivo, ma illude sulle possibilità di raggiungerlo. E così torniamo all’inizio. Le regole dello Stato di diritto vanno osservate, piacciano o no. Se alcune non piacciono più si possono cambiare, ma senza scorciatoie illecite. Ben venga quindi l’iniziativa popolare sull’ALC. Perlomeno ci porterà chiarezza. Intanto il DFE continui a sollecitare le parti sociali a dialogare in vista della conclusione di contratti collettivi di lavoro, come ha fatto con successo nel settore della vendita al dettaglio.

Opinione Liberale del 2.06.2017

Recentemente è stato commemorato il 25. anniversario dell’attentato di Capaci che costò la vita a Giovanni Falcone, a sua moglie e ai tre agenti di scorta. Intanto nel nostro Paese è in corso un’animata discussione sul rafforzamento della lotta al criminalità organizzata e al terrorismo di matrice islamista. Giuristi e politici si interrogano sugli strumenti più opportuni e urgenti da aggiungere all’attuale panoplia di misure preventive e repressive. Si moltiplicano, anche in reazione ad alcune sentenze del Tribunale penale federale considerate troppo miti, gli atti parlamentari che mirano ad inasprire la pena massima comminata dal Codice penale svizzero per i crimini violenti e per la partecipazione ad un’organizzazione criminale (quest’ultima punibile attualmente, secondo l’art. 260ter, con una pena detentiva massima di soli 5 anni). Mercoledì scorso il Consiglio nazionale ha respinto una mozione che chiedeva al governo di adottare una normativa sui collaboratori di giustizia (ossia a favore dei cosiddetti “testimoni della corona”), in particolare per agevolare le inchieste nel perseguimento di reati di stampo mafioso, aiutando così la giustizia penale a sgominare le organizzazioni criminali attive sul nostro territorio. La Camera del popolo ha tuttavia approvato una mozione che vuole estendere la possibilità per i giudici di attenuare la pena inflitta al membro di un’organizzazione terroristica come Al Quaida e ISIS, che grazie alla collaborazione fornita contribuisce ad impedire la continuazione dell’attività criminale dell’organizzazione di cui ha fatto parte.

Il Codice di procedura penale unificato (CPP) non prevede oggi la possibilità di valorizzare processualmente gli imputati dissociatisi da un’organizzazione criminale o terroristica. Il Ministero pubblico della Confederazione federale (MPC) non è infatti autorizzato a prospettare ai pentiti una riduzione della pena se la loro collaborazione attiva e le loro testimonianze contribuiscono a far arrestare i vertici dell’organizzazione e a smantellarla, scongiurando così ulteriori reati. Questo divieto di patteggiare uno sconto di pena con i pentiti deriva direttamente dai principi di legalità e di parità di trattamento, appena confermati appunto dal Consiglio nazionale. Anche secondo il Consiglio federale, le esigenze di maggiore efficienza nella lotta contro le organizzazioni criminali grazie agli insiders non giustificherebbe il sacrifico di due principi così importanti dello Stato di diritto. Questa posizione “purista” del governo e della maggioranza parlamentare ha le sue buone ragioni, ma appare contraddittoria nella misura in cui lo stesso CF aveva motivato nel 2006 la necessità di unificare la procedura penale proprio invocando la necessità di far fronte più efficacemente al carattere transnazionale e globale del crimine organizzato e di quello economico e finanziario. La facoltà dell’autorità inquirente di indurre gli imputati dissociatisi – prospettando loro riduzioni di pena in sede istruttoria – a collaborare attivamente nella raccolta di prove a carico di coimputati o persone terze coinvolte è riconosciuta da decenni in diversi Stati europei e con notevoli successi nella repressione di varie cosche e associazioni delinquenziali, come p.es. in Italia, in Francia e in Germania (con la Kronzeugenregelung del suo Codice penale), oltre che nei Paesi anglosassoni. È vero che possono sorgere dubbi sulla credibilità di dichiarazioni a carico di coimputati o altre persone, ottenute con la promessa di sconti di pena, ed è sempre latente il rischio che possa risultare compromesso il diritto ad un equo processo secondo l’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo. Il nostro CPP si limita quindi a stabilire solo una forma ristretta di testimonianza della corona, autorizzando il giudice ad attenuare la pena, se l’accusato si sforza di impedire la prosecuzione dell’attività dell’organizzazione criminale (art. 260ter cif. 2 CPS). Di conseguenza in Svizzera la possibilità di un trattamento di favore interviene, in questi casi particolari, soltanto in sede di commisurazione della pena da parte del giudice.

Dunque il Ministero pubblico federale non potrà giovarsi della regola “del testimone della corona” nella repressione sempre più impegnativa di queste gravi forme di criminalità ramificata, che orami da tempo si fa un baffo dei confini nazionali.

CdT del 10 maggio 2017

Il Ticino e gli altri Cantoni di montagna, con i loro impianti idroelettrici, trarranno significativi vantaggi dalla Strategia energetica 2050. Il prossimo 21 maggio ci è data l’occasione di approvarla, dando così una svolta pragmatica e lungimirante alla politica energetica elvetica. Si tratta di un nuovo modello di sviluppo decentralizzato, sostenibile, orientato al mercato e concepito con un orizzonte temporale pluridecennale. Le sue finalità consistono nella riduzione dei consumi, nell’aumento dell’efficienza energetica, nella promozione delle fonti rinnovabili, nel sostegno temporaneo alle grandi centrali idroelettriche, nell’abbandono graduale del nucleare, nella riduzione della dipendenza dalle energie fossili estere, e nell’incentivazione degli investimenti in Svizzera, con relativa creazione di posti di lavoro (la Energiestiftung Schweiz ne stima circa 85’000 a medio e lungo termine). Non è tanto la politica né lo Stato, quanto semmai lo sviluppo tecnologico e l’innovazione delle imprese che ci consentiranno di avvicinarci sia ai valori di riferimento previsti per l’incremento della produzione indigena media di elettricità a partire dalle rinnovabili e dalla forza idrica entro il 2035, sia a quelli indicati per la riduzione del consumo medio annuo pro capite entro lo stesso anno rispetto al 2000. Grazie ad apparecchi, costruzioni, veicoli e processi industriali sempre più performanti riusciremo ad utilizzare meno energia, senza doverci privare di alcunché. Infatti, secondo uno studio dell’Ufficio federale dell’energia, negli ultimi 13 anni il consumo dovuto agli apparecchi elettrici è diminuito del 5,9% (ossia di 455 GW/h) all’anno, mentre il loro numero è aumentato del 46%. Se non modificassimo le modalità del nostro approvvigionamento energetico saremmo costretti ad importare dal 30 al 40% in più di energia. Oggi dipendiamo dall’estero per il 75% del nostro fabbisogno e 2/3 circa di questa percentuale sono rappresentati da energie fossili: importiamo ogni anno petrolio, uranio e gas per circa 10 miliardi di franchi all’anno da Paesi come la Libia, la Russia, l’Azerbaijan, la Nigeria e il Kazakhstan e (per l’elettricità) dai produttori europei di energia nucleare o sporca proveniente da centrali a carbone e a gas. I relativi utili sulle risorse energetiche prendono quindi il largo. Senza una vera svolta questa dipendenza si farebbe ancora più marcata. Grazie al nuovo sistema di rimunerazione a copertura dei costi per l’immissione in rete, si promuoveranno ulteriormente le rinnovabili e l’idroelettrico fino al 2022, ma con tariffe che andranno degradando periodicamente per allineare al mercato questo tipo di produzione energetica. Saranno limitati nel tempo, fino al 2030, anche i contributi all’investimento nonché il premio di mercato destinato ai grandi impianti idroelettrici, che non potrà superare la durata di 5 anni; questi aiuti saranno finanziati attraverso l’adeguamento di 0,8 cts/kWh del supplemento di per i costi di trasporto sulla rete. È vero che, a causa di questo aumento, le economie domestiche composte di quattro persone e con un consumo medio annuo di energia di ca. 5’000 kW/h dovranno sborsare 115.- franchi in più all’anno rispetto agli attuali 75.-. Ma è anche vero che tale incremento sarà più che compensato dai risparmi di carburante (ca. 400.- franchi annui per veicolo) generati dalle misure previste per la maggiore efficienza dei veicoli a motore. Con il supplemento di rete, inoltre, si riuscirà a finanziare una parte dei ca. 40’000 progetti in lista di attesa ai fini della rimunerazione a copertura dei costi per l’immissione in rete, con un potenziale di produzione pari a 6 TW/h.

La riforma tiene conto delle radicali mutazioni in atto nel mercato internazionale dell’energia e della riduzione dei prezzi dovuta al calo della domanda e all’eccesso di un’offerta di elettricità dopata dalle sovvenzioni pubbliche, con le conseguenti difficoltà del settore idroelettrico confrontato con una concorrenza spietata e costretto a vendere energia sotto costo. Di qui le varie forme di sostegno proprio a questo importante ramo della produzione indigena. Soprattutto per noi, abitanti di un Cantone alpino ricco di “oro blu”, la Strategia energetica 2050 ha quindi tutte le carte in regola per essere un buon affare. Vediamo di non lasciarcelo sfuggire.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale PLR

Opinione Liberale del 24 marzo 2017

È stato un braccio di ferro. Lo si può definire così il duro confronto che ha visto protagoniste le due Camere federali durante la recente sessione primaverile. Oggetto della disputa la Riforma della previdenza vecchiaia 2020. Si sono contrapposti due modelli per compensare la riduzione, dal 6.8% al 6%, del tasso di conversione che serve a calcolare le rendite a partire dall’avere di vecchiaia capitalizzato nell’ambito della cassa pensione (LPP). Dopo la terza lettura sono rimaste ancora tre divergenze: l’incremento di 70 franchi mensili delle rendite di base AVS, pervicacemente voluto dalla maggioranza del Consiglio degli Stati e combattuto dalla maggioranza del Consiglio nazionale che preferiva un aumento dei prelievi sui salari per il secondo pilastro, nonché l’aumento dell’IVA (dell’1% secondo gli Stati contro lo 0,6% del Nazionale) e la rendita massima AVS per coniugi (155% della rendita individuale secondo la Camera dei cantoni e 150% secondo la camera del popolo). In particolare il supplemento di 70 franchi mensili si è tramutato in una questione di principio, tradendo la malcelata opposizione ideologica del centrosinistra nei confronti del secondo pilastro. Così la Conferenza di conciliazione – dove è maggioritario il centrosinistra – pur di non rinunciare a quell’aumento divenuto ormai simbolico, ha optato per venire incontro al Nazionale eliminando la divergenza sull’IVA e sulla rendita massima per coniugi. L’errore metodologico di questa soluzione, il cui prezzo sarà pagato dalle giovani generazioni e dagli attuali pensionati – i quali non solo non beneficeranno dell’aumento delle rendite, ma saranno anche chiamati a finanziarla – consiste nel rimediare parzialmente ad un problema del secondo pilastro (la sempre più debole redditività dei mercati finanziari) andando ad estendere le prestazioni del primo.

Quella partorita dopo lungo travaglio ha tutta l’aria di essere una riforma tagliata su misura da coloro che ne approfitteranno. E per giunta senza sacrifici, ossia la generazione transitoria di coloro che nel 2019 avranno tra i 45 e i 65 anni. A scapito dei pensionati attuali, delle prossime generazioni e delle donne: i veri perdenti di questa revisione che rischia di far saltare definitivamente il patto intergenerazionale, senza per altro contribuire al consolidamento duraturo della previdenza per la vecchiaia. Il PLR aveva proposto diverse soluzioni di compromesso per indurre la Camera dei cantoni ad abbandonare il suo modello di compensazione ad innaffiatoio: la possibilità del prepensionamento per le persone con bassi redditi, l’abolizione della deduzione di coordinamento (annosa rivendicazione di tutte le organizzazioni femminili e del sindacalista senatore Paul Rechsteiner), l’onere aggiuntivo di 5 miliardi annui per la stabilizzazione del sistema previdenziale, la rinuncia al meccanismo di intervento per frenare l’indebitamento dell’AVS in tempi difficili e alle modifiche concernenti le rendite vedovili e per figli. Tutte respinte da PS e PPD. Giammai avrebbero mollato il supplemento di 70 franchi, quasi un feticcio. E così sia. Ma se mi è consentito un sommesso consiglio all’alleanza popolar-socialista (tra l’altro: il buon Pfister non voleva profilare più a destra il suo partito?) attenderei a brindare. Hanno vinto una battaglia, con 101 voti risicati e grazie all’apporto del duo leghista, ma non ancora la guerra. Vedremo il 24 settembre che cosa avranno da dire gli oltre due milioni di pensionati e coloro che perderebbero o si vedrebbero ridurre le prestazioni, oltre ai giovani contribuenti. E poi ne riparleremo.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

CdT del 17 marzo 2017

La qualità delle cure non cessa di migliorare, lo sviluppo tecnologico fa passi da gigante e la speranza di vita in Svizzera è ai vertici su scala mondiale. Tradotto in premi assicurativi, il costo di questi progressi si fa però proibitivo. Certe cifre, poi, non trovano alcuna logica giustificazione e richiedono un ripensamento in sede politica, soprattutto in relazione agli incentivi finanziari. Mister Prezzi, nella sua annuale conferenza stampa, ha puntato ancora una volta il dito contro i vari attori del sistema sanitario. Lo ha fatto elencando oltre cinquanta situazioni in cui certi incentivi assurdi inducono medici, ospedali, settore farmaceutico e via dicendo ad incrementare inesorabilmente la spesa sanitaria. Secondo i dati dell’OCSE, gli interventi chirurgici ambulatoriali in Germania raggiungono il 30%, in Olanda il 50% e negli USA addirittura il 60%. Da noi invece appena il 20%. Ciò significa che, in Svizzera, nell’80% dei casi il paziente trascorre almeno una notte in ospedale, con le relative conseguenze finanziarie. Ad esempio, un’operazione al menisco in ambito ambulatoriale costa 2’400.- franchi, in un contesto stazionario 3’700.- franchi. Secondo recenti studi, se in Svizzera si riuscisse a trattare i pazienti ambulatorialmente sempre laddove possibile, il risparmio annuale ammonterebbe a qualcosa come circa mezzo miliardo di franchi. Anche se consideriamo le assicurazioni complementari, la fondatezza di alcune decisioni, spesso giustificate in quanto “nell’interesse del paziente”, inizia a vacillare. Altrimenti non si spiegherebbe come mai, secondo i dati presentati dal Direttore della sanità del Canton Zurigo, i pazienti con un’assicurazione complementare trattati al pronto soccorso sono il 24%, all’entrata in ospedale il 38%, mentre nel settore stazionario addirittura il 44%. Questa netta prevalenza delle cure stazionarie mostra bene, se ancora ce ne fosse bisogno, quale sia la principale controindicazione del nostro modello duale di finanziamento delle prestazioni: gli assicuratori malattia non hanno alcun incentivo a promuovere i trattamenti in ambito ambulatoriale, i cui costi sono a loro carico esclusivo. Inevitabile quindi il continuo aumento degli interventi stazionari, il cui onere finanziario è invece ripartito tra Cantone (55%) e assicuratori (45%). Il passaggio ad un modello di finanziamento uniforme delle cure, poco importa se somministrate in ambito stazionario o ambulatoriale, ci farebbe fare un bel passo in avanti, ma finora a Berna non si è riusciti a trovare un consenso sufficiente. Non da ultimo, c’è l’annoso tema dei medicamenti che costituiscono il 20% dei premi pagati dai cittadini-assicurati. Le differenze di prezzo rispetto all’estero sono indifendibili, soprattutto per quello che riguarda i generici che arrivano a costare fino a 20 volte tanto. Neppure l’esigenza di proteggere la nostra ricerca farmaceutica giustifica una simile situazione.

Dunque, un certo margine di manovra per intervenire ci sarebbe. Ma i veti incrociati dei vari interessi in gioco si riflette nelle immani difficoltà con cui la politica si ritrova a fare i conti ogni volta che tenta di correggere le distorsioni del sistema, come ad esempio i falsi incentivi. Una riforma del sistema creerebbe anche dei “perdenti”, nel senso che alcuni attori della sanità sarebbero chiamati a ridimensionare le loro pretese, risp. le loro prestazioni. Ma non esistono alternative, se non il crollo dell’intero sistema. E allora a perderci sarebbero tutti, compresi gli assicurati, che malgrado tutto oggi hanno accesso a cure di ottima qualità, indipendentemente dal loro stato sociale, dalla loro età e dalle loro condizioni di salute.