La Regione del 26 novembre 2016

La democrazia diretta è sotto pressione. Negli ultimi anni sono aumentate le iniziative popolari che mettono a dura prova la capacità dei cittadini di resistere alla tentazione di proposte seducenti, ma fuorvianti e pericolose. La destra nazionalista non esita a strapazzare i diritti popolari, pur di far passare soluzioni che rimettono in discussione il modello di successo elvetico. Un modello che comprende il rispetto dello Stato di diritto, la nostra tradizione umanitaria, l’osservanza della Convenzione europea dei diritti umani (CEDU) e la collaborazione ed i buoni uffici nelle relazioni internazionali, tanto per citare alcuni capisaldi su cui si regge la Confederazione. Ma non scherzano neppure la sinistra e gli ambienti sindacali di quell’area: a Berna, e poi in sede di votazioni popolari, abbiamo dovuto combattere iniziative nocive che avrebbero messo a repentaglio la stabilità finanziaria della Confederazione, dei Cantoni e delle nostre assicurazioni sociali, e altre che, fossero state accolte, avrebbero disatteso il federalismo ed il principio di sussidiarietà, la flessibilità, l’ordinamento liberale del mercato del lavoro e la competitività fiscale svizzera. Tutti fattori che pure rientrano nel cosiddetto modello di successo elvetico.

L’anno prossimo dovremo fare i conti con l’ennesima iniziativa popolare depositata dall’UDC, particolarmente insidiosa. Denominata “Diritto svizzero in luogo di giudici stranieri”, il suo vero scopo è la disdetta della CEDU e degli Accordi Bilaterali con l’UE. I promotori vorrebbero legare le mani ai giudici del Tribunale federale (TF). Propongono infatti che la Costituzione federale sia la suprema fonte di diritto della Confederazione. Secondo il testo dell’iniziativa la Costituzione federale deve prevalere addirittura sul diritto internazionale, riservate le sue disposizioni imperative. Di conseguenza chiede che Confederazione e Cantoni si astengano da qualsiasi impegno internazionale che contraddice la Costituzione federale e che – nel caso di conflitto tra norme del diritto internazionale e norme costituzionali – gli impegni previsti dagli accordi internazionali vadano adeguati in conformità alle indicazioni della Costituzione federale e, se necessario, disdetti. Soltanto gli accordi internazionali soggetti a referendum sarebbero vincolanti per il TF.

Non ci vuole molto per capire che questa iniziativa avrebbe conseguenze pesanti: non soltanto per l’immagine e l’affidabilità internazionale del nostro Paese, in particolare nell’ambito della politica di sicurezza ed in quello della politica estera, bensì pure per l’economia nazionale. Se una qualsiasi legge federale dovesse violare la CEDU (una convenzione internazionale che non è mai stata oggetto di referendum), ecco che il TF – in un caso concreto di impugnazione da parte di un cittadino – si ritroverebbe costretto ad applicare comunque quella stessa legge, pur avendo constatato l’incompatibilità. L’effetto concreto e l’obbiettivo perverso dell’iniziativa “per l’autodeterminazione” consistono dunque nel condizionamento dei nostri giudici, quelli del TF, e non dei giudici stranieri. Anzi la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo potrebbe comunque statuire, su ricorso di un cittadino svizzero, in merito all’eventuale incompatibilità con la CEDU di una disposizione contenuta in una legge federale. E in caso di accertata violazione del diritto internazionale superiore, il ricorrente potrebbe richiedere a Mon Repos la revisione della sua stessa sentenza, secondo quanto previsto dalla Legge sul TF.

I promotori ignorano volutamente che la CEDU non è soltanto diritto straniero, bensì anche svizzero, in quanto democraticamente recepito. Infatti, se è vero che il parlamento, quando ratificò la Convenzione nel 1974, non ritenne di sottoporla al referendum poiché non vi era ancora una norma che glielo imponeva, è però altrettanto vero che a partire dagli anni ’80 ogni Protocollo addizionale della Convenzione fu munito della clausola referendaria e, cionondimeno, nessun referendum fu lanciato. Vale anche per l’11. Protocollo addizionale che stabilisce le modalità di funzionamento della Corte europea dei diritti dell’Uomo, ancora valide oggi. La CEDU può quindi ritenersi ben ancorata nel diritto svizzero, anche dal profilo democratico. D’altra parte l’iniziativa “per l’autodeterminazione”, se approvata, indebolirebbe la nostra democrazia diretta perché costringerebbe il Consiglio federale (CF) a disdire anche gli accordi internazionali approvati dal popolo, ma in contrasto insanabile con la Costituzione federale. Ciò significa che in caso di fallimento dei nostri negoziati con l’UE sulla gestione autonoma dell’immigrazione, il CF dovrebbe disdire unilateralmente il principio della libera circolazione delle persone, previsto da uno dei 7 Accordi Bilaterali I e ripreso negli Accordi Bilaterali II, senza chiedere al popolo la sua opinione. E tutto ciò benché lo stesso popolo abbia approvato con una chiara maggioranza i Bilaterali I nel maggio del 2000, così come i Trattati di Schengen e di Dublino nel 2004 nell’ambito dei Bilaterali II, e benché non sia mai stato lanciato il referendum contro gli accordi ratificati nell’ambito dei Bilaterali II. Le conseguenze di un abbandono dei Bilaterali non tarderebbero a gravare sullo sviluppo economico e sull’occupazione in Svizzera: esclusione delle nostre esportazioni dall’accesso al mercato europeo e serio pregiudizio per il futuro della nostra ricerca, formazione e innovazione tecnologica.

Summa summarum: è piuttosto stupefacente costatare con quale cinismo elettorale e superficialità si possano lanciare iniziative che creano soltanto problemi alla Svizzera, lasciando poi agli altri l’onere di trovare soluzioni praticabili per minimizzarne i danni. Una sorta di insostenibile leggerezza dell’irresponsabilità.

Ogni abuso, anche quello dei diritti, è da condannare. Ma quando si tratta di diritti popolari di natura politica, qualsiasi ipotesi di contromisure deterrenti è delicata (come un eventuale aumento, di per sé giustificato già solo dall’incremento demografico, del numero delle firme necessarie per il valido deposito di un’iniziativa popolare o un rigoroso esame preventivo della sua ricevibilità costituzionale ancora prima della raccolta delle firme) e destinata a scontrarsi con forti resistenze (“in dubio pro populo”). Anche in futuro dovremo quindi saper convivere con proposte provocatorie che verosimilmente non diminuiranno di numero, almeno finché sarà pagante la politica spettacolo delle non-soluzioni.

Provo comunque a concludere con una nota positiva, invitando a non drammatizzare. Se osserviamo la situazione da un diverso angolo prospettico, possiamo considerare di scontare questo ricorso abusivo ai diritti popolari come prezzo necessario della democrazia partecipativa. E così possiamo consolarci, ricordando che il sistema svizzero è comunque preferibile alla democrazia parlamentare dove la classe politica decide indisturbata ogni cosa, salvo sottoporsi al giudizio popolare alla fine della legislatura. Meglio la nostra democrazia diretta, anche se è più complessa nella misura in cui obbliga il legislatore ad essere prudente e a trovare soluzioni mediate e consensuali, in un contesto di condivisione delle responsabilità tra parlamento e popolo. Un lavoro faticoso che richiede tempo. Ma finora ha dato risultati tutto sommato lusinghieri.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

CdT del 05.11.2016

All’orizzonte si delineano sempre meglio i contorni di un’iniziativa popolare dal titolo tanto allettante, quanto fuorviante: “Per un abbandono pianificato dell’energia nucleare”, sulla quale saremo chiamati ad esprimerci il prossimo 27 novembre. L’obiettivo della proposta – ovvero il divieto di produrre energia nucleare in Svizzera – è condivisibile e sostenuto anche dalle Camere federali, ma gli iniziativisti vorrebbero farci credere che sia realizzabile entro il 2029 grazie ad un “abbandono pianificato”. L’abile cosmesi terminologica vorrebbe essere rassicurante, mascherando i grossi rischi che questa scelta precipitosa e caotica comporterebbe.

Le centrali nucleari producono il 40% dell’energia elettrica totale generata in Svizzera. Una rinuncia prematura al loro apporto pregiudicherebbe seriamente l’approvvigionamento interno. Infatti, stando a valutazioni più ideologiche che scientifiche, già entro l’inverno prossimo andrebbero spente 3 centrali su 5, sacrificando il 15% dell’energia prodotta annualmente in Svizzera (paragonabile a 1,6 mio di economie domestiche) e il 40% entro il 2030. Per compensare questo deficit andrebbe convertito il tessuto produttivo così come la sua rete di distribuzione. È tuttavia illusorio ritenere di poter pianificare, progettare e realizzare in così poco tempo nuove centrali idroelettriche o impianti eolici a sufficienza. Occorrono diversi anni per poter attivare nuove centrali: si tratta di progetti che devono sormontare lunghi calvari ricorsuali, generati spesso dalle stesse organizzazioni ambientaliste che si oppongono al nucleare. V’è inoltre una questione di efficienza produttiva che non può essere sottovalutata, poiché – a titolo d’esempio – la produzione elettrica della sola centrale nucleare di Mühleberg corrisponde a qualcosa come 685 macchine eoliche.

Per evitare costosi black-out, la Svizzera sarà dunque costretta ad importare elettricità dall’estero, come peraltro già avviene d’inverno. Uno scenario a dir poco paradossale. Incentiveremmo ancora la produzione di energia nucleare, così come quella proveniente da fonti inquinanti, carbone e gas in primis. La Francia si affida infatti per il 75% al nucleare e la Germania per il 50% al carbone. Il nostro attuale sistema di approvvigionamento, per contro, è fra i più sostenibili al mondo, con un’immissione di CO2 quasi nulla, grazie alla combinazione di energia nucleare e idroelettrica. Ma c’è anche un problema tecnico. Importare massicciamente elettricità dall’estero o produrne in maniera delocalizzata, moltiplicando le centrali sul territorio, sovraccaricherebbe l’attuale rete di trasporto di elettricità. E il suo potenziamento richiederebbe procedure annose, per gli stessi motivi citati sopra.

Discutere di nucleare significa discutere di sicurezza. La Svizzera vanta un sistema di sorveglianza all’avanguardia, garantito dall’Ispettorato federale della sicurezza nucleare (IFSN), che l’anno scorso ha effettuato oltre 500 controlli e in ogni momento può ordinare ai gestori delle centrali tutte le misure ritenute necessarie. Lo stesso IFSN è sottoposto alla sorveglianza di un organo indipendente, ovvero la Commissione federale della sicurezza nucleare. Le norme e i dispositivi in vigore nel nostro paese sono – com’è giusto che sia – molto esigenti. Grazie ad essi è quindi assai improbabile che carenze analoghe a quelle riscontrate nelle famigerate centrali di Fukushima possano manifestarsi nei nostri impianti. Anche i test effettuati dall’autorità europea competente confermano che siamo fra i Paesi produttori più sicuri d’Europa, grazie a disposizioni legali che finora hanno stimolato investimenti pari a 6,3 mia. di franchi nella sicurezza.

L’uscita dal nucleare davvero pianificata e ordinata è contenuta nella Strategia energetica 2050, proposta dal Consiglio federale e affinata dal Parlamento che l’ha avallata nella scorsa sessione d’autunno. È previsto, fra l’altro, lo spegnimento delle centrali che raggiungono il loro ciclo di vita (50 anni) e la rinuncia alla costruzione di nuove. E ciò attraverso un solido programma di conversione sistemica: ossia con lo sviluppo ulteriore dell’approvvigionamento idroelettrico, l’incremento della quota di energia rinnovabile alternativa e il miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici, degli apparecchi e della mobilità. L’uscita dal nucleare è dunque già in atto. La centrale di Mühleberg chiuderà entro il 2019. Seguiranno le altre centrali, attenendosi a una cadenza che rispetta esigenze economiche nonché valutazioni tecnico-scientifiche, e non forzature ideologiche.

Confido che, anche in questa occasione, il popolo sovrano sappia resistere alla tentazione di assecondare questa iniziativa dal titolo accattivante, opponendosi all’abbandono prematuro e disordinato del nucleare. Io voterò NO e vi invito a fare altrettanto. Un approvvigionamento energetico sicuro è fondamentale per le persone, così come per le aziende che devono continuare a beneficiare di condizioni quadro tutto sommato invidiabili. Evitiamo di mettere a repentaglio un simile vantaggio competitivo del nostro sistema-paese.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale PLR

Ottobre 2016

Puntuale come i treni svizzeri di alcuni anni fa, anche quest’anno è giunto l’annuncio del rincaro dei premi delle assicurazioni malattia per il 2017. Per quanto concerne il Ticino, l’Ufficio federale della sanità pubblica ha comunicato un aumento del 5,7% (rispetto a una media svizzera del 4,5%), scatenando comprensibili malumori, ma anche reazioni unilaterali e fuorvianti. Dinanzi alla nuova fattura del proprio assicuratore, infatti, s’innesca l’automatismo per cui si punta immediatamente il dito contro un sistema ritenuto ormai oscuramente dominato dalle casse malati.

Questo processo contro i famigerati “cassamalatari” poco serve, però, a comprendere realmente il complesso settore della salute pubblica. Un approccio impregnato di un tasso così alto di pregiudizio ci distoglie infatti dall’interrogarci sui reali motivi per cui i costi della salute aumentano. E questo tanto più che dall’introduzione della LAMal nel 1996 i premi sono praticamente raddoppiati e intaccano il potere di acquisto di molte economie domestiche. Una progressione maggiore rispetto al costo della vita e ai salari che, sul medio termine, diverrà insostenibile per una fascia sempre più larga della popolazione.

Le cause principali di questa corsa al rialzo concernono direttamente l’allungamento dell’aspettativa di vita (con la relativa diffusione di malattie croniche), il progresso tecnologico della medicina e l’incremento quantitativo delle prestazioni, determinate non solo dai loro fornitori, ma anche dalle cattive abitudini di chi vi fa ricorso per semplici bagatelle: la responsabilità individuale gioca anche qui un ruolo fondamentale. Infatti, se ci chiniamo sulle voci di spesa nell’ambito della salute, dal 2004 al 2014 i costi dei medici sono cresciuti di oltre il 50%, quelli delle cure stazionarie negli ospedali poco meno. Anche l’esplosione delle spese nell’ambito delle cure ambulatoriali deve indurci a riflettere, poiché sono più che raddoppiate in 10 anni (+ 116%). Dietro a queste percentuali si celano le contrattazioni tra molti partner pubblici e privati, il sistema di tariffe TARMED, il DRG (Sistema di tariffazione per gli ospedali) e altri complessi strumenti di politica sanitaria che determinano il flusso di miliardi di franchi. È facendo leva su questi strumenti che possiamo intervenire affinché si possa contenere l’evoluzione della crescita dei costi e dunque anche dei premi.

Quanto agli assicuratori malattia, spesso additati quali principali responsabili del rincaro dei premi, va precisato che il loro settore è tra quelli più controllati in Svizzera e ancora recentemente il Legislatore federale ha adottato importanti correttivi al loro funzionamento, e altri saranno forse ancora necessari. Per quanto riguarda poi l’assicurazione di base, è bene ricordare che vige il divieto tassativo di realizzare utili. I costi amministrativi, gli stipendi (da notare come i manager non guadagnino più degli altri dirigenti del settore parapubblico) e il marketing sono stati ridotti dall’8% al 5% della fattura finale che dobbiamo saldare mensilmente. Detto altrimenti, tra il 1994 e il 2014, queste voci amministrative della spesa sono lievitate quasi impercettibilmente di 2 fr. al mese.

Non riusciremo mai nell’impresa del contenimento dei costi limitandoci semplicemente a “gambizzare” un sistema sanitario all’avanguardia a livello internazionale e basato sulla concorrenza, oltre che sulle collaborazioni tra attori pubblici e privati. Soluzioni monopolistiche – come la cassa malati unica – ci farebbero solo cadere dalla padella alla brace.

Concentrare il dibattito politico sul 5% dei costi della salute non è solo inutile, ma controproducente. Molto meglio affrontare il restante 95% a copertura dei costi delle prestazioni medico-sanitarie che esigiamo a tutela del nostro patrimonio più prezioso, la salute.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

Settembre 2016

La nuova legge federale sulle attività informative, in votazione il prossimo 25 settembre, è il frutto di un’attenta ponderazione tra la protezione della sfera privata e la sicurezza dello Stato. Una legge al passo coi tempi. Prevede strumenti più efficaci a disposizione di chi è chiamato a garantire la sicurezza della popolazione attraverso la prevenzione di atti criminali. Il tema è di cruciale attualità non solo per il moltiplicarsi di attacchi di matrice jihadista, bensì pure per la penetrazione nel nostro territorio nazionale di organizzazioni criminali di stampo mafioso e camorristico. Secondo il recente rapporto pubblicato da Confederazione e 18 Cantoni riuniti nella Rete integrata per la sicurezza, tra 300 e 400 giovani svizzeri simpatizzerebbero con lo Stato islamico (Isis). Va quindi organizzata una prevenzione sistematica della radicalizzazione jihadista, che coinvolga i Cantoni nei settori di loro competenza come l’educazione, la socialità, l’integrazione e l’esecuzione delle pene, incoraggiando gli addetti ai lavori ad una maggiore collaborazione regionale. Il rapporto raccomanda tra l’altro di procedere quanto prima ad un censimento degli imam, alla programmazione di una formazione riconosciuta per l’assistenza religiosa musulmana, al miglioramento delle competenze mediali nell’uso in particolare di internet e dei social media trai giovani, i genitori e gli insegnanti. Fondamentale sarà una stretta collaborazione, a tutti i livelli, con le associazioni musulmane, senza le quali qualsiasi progetto di prevenzione sarebbe destinato al fallimento. Sarà utile valorizzare le esperienze dei Cantoni all’avanguardia nella prevenzione in questo campo, come Ginevra e Zurigo, che hanno dovuto confrontarsi già negli scorsi anni con diversi fenomeni di estremizzazione.

La legge impugnata col referendum è figlia di una nuova impostazione di fondo che tiene conto delle trasformazioni in atto. Non distingue più tra minacce provenienti dall’interno e quelle provenienti dall’estero, ma tra estremismo violento con riferimento alla Svizzera da una parte e rimanenti fonti di minaccia dall’altra, con la definizione dei relativi compiti per il Servizio informativo della Confederazione (SIC). Sono codificate nella legge nuove misure di acquisizione di informazioni nei settori del terrorismo, dello spionaggio, della proliferazione delle armi e degli attacchi ad infrastrutture critiche oppure nella tutela di altri interessi nazionali rilevanti. Il SIC sarà così autorizzato, come avviene già nella stragrande maggioranza dei Paesi europei e non solo, a sorvegliare la corrispondenza postale e del traffico delle telecomunicazioni (posta elettronica compresa), ad impiegare apparecchi tecnici di sorveglianza nel settore privato, a conservare i dati e registrarli in modo differenziato mediante la loro archiviazione in funzione della tematica, della fonte e del grado di sensibilità dei dati, in una rete integrata di sistemi di informazione. Queste nuove facoltà, potenzialmente lesive della sfera privata degli individui, hanno suscitato l’allarme dei referendisti memori dello scandalo delle schedature degli anni ’80. Ma le competenze riservate al SIC sono necessarie per far fonte alle forme sempre più aggressive e sofisticate delle minacce odierne e inoltre sono subordinate a precise condizioni e ad un regime di controllo severo. Le attività del SIC saranno soggette ad una triplice vigilanza: quella esercitata dal Dipartimento militare, quella del Consiglio federale e quella della Delegazione delle Commissioni della gestione del Consiglio nazionale e del Consiglio degli Stati. L’esplorazione radio sarà inoltre soggetta ad una verifica tecnica separata da parte dell’autorità di controllo indipendente. Tutti i provvedimenti soggetti ad autorizzazione e l’esplorazione dei segnali via cavo saranno attuabili unicamente previa approvazione del Tribunale amministrativo federale e con il nullaosta del Capo del Dipartimento dopo che avrà consultato la Delegazione Sicurezza del Consiglio federale. Con questo sistema di controllo sarà possibile garantire la legittimità e la proporzionalità dei provvedimenti del SIC, senza quindi esorbitare dai perimetri stabiliti dallo Stato di diritto. Possiamo quindi rimanere tranquilli: diamo ai nostri servizi di intelligence strumenti aggiornati e all’altezza dell’evoluzione tecnologica per la loro attività a favore della sicurezza della popolazione del nostro Paese.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

CdT del 30 luglio 2016

Ci accingiamo un po’ abbacchiati a commemorare il Primo di Agosto. Con sentimenti alterni e senza un gran voglia di festeggiare, per la verità. Ansia e disorientamento si stanno diffondendo a macchia d’olio anche nella nostra invidiata Svizzera. Et pour cause: attorno a lei infuria la burrasca. Se non è guerra, è qualcosa che le assomiglia molto. Il radicalismo jihadista dilaga mietendo ovunque vittime inermi. Lo stato d’emergenza sta diventando la regola. L’attuale sistema penale e giudiziario appare sempre più inadeguato di fronte al nuovo terrorismo e alle organizzazioni criminali. L’UE, già malmessa nella gestione dei flussi migratori, si ritrova a fare i conti con la “perfida Albione” che ha osato prendere cappello voltandole le spalle. L’incertezza per le conseguenze economiche e finanziarie della decisione britannica scoraggia gli investimenti e la ripresa economica. Intanto a est la tentazione autoritaria sta traviando Polonia e Ungheria, che pure hanno già fatto esperienza diretta delle sofferenze prodotte dai regimi illiberali precedenti al crollo del muro di Berlino. Al portale asiatico d’Europa il golpe abortito ha fatto il gioco di Erdogan: epurazioni in grande stile, sospensione dell’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo e transizione a passi spediti verso l’agognata repubblica presidenziale. A Bruxelles, come nelle altre capitali europee, la politica estera arranca: difesa dello Stato di diritto e Realpolitik si fanno il controcanto con certosina prudenza, sull’infido crinale che separa la rottura con Ankara dall’accordo plurimiliardario che la impegna a trattenere su territorio anatolico poco meno di tre milioni di profughi. E neppure da oltre Atlantico giungono segnali rassicuranti per gli equilibri geostrategici: se Trump dovesse spuntarla l’onda d’urto si farebbe sentire ben presto, non solo sui destini della Nato. In un simile contesto la nostra Festa nazionale rischia di svolgersi in tono minore. Ma la cifra dell’instabilità che caratterizza questa delicata fase storica dovrebbe indurci al realismo, anziché alla rassegnazione o ad un eccessivo pessimismo. Il mondo è sempre più interconnesso e la Svizzera non è mai stata un’isola. Le ondate migratorie non diminuiranno. Finora il nostro Paese è riuscito a gestirle con oculatezza e ce la farà anche in futuro, se saprà evitare panico e vie solitarie. Nelle nostre relazioni con l’UE la Brexit potrebbe paradossalmente aprire qualche spiraglio, ma ci vorranno tempo e pazienza. Siamo un Paese solido e snobbarci non è nell’interesse di nessuno, neppure dell’UE. La nostra struttura economica è competitiva e innovativa. Pur con qualche fenomeno da non sottovalutare, come la deindustrializzazione in alcuni ambiti della produzione di beni e la perdurante pressione sui salari (in particolare nel nostro Cantone), il livello occupazionale è invidiabile. La libera circolazione delle persone – di cui beneficia solo chi è titolare di un regolare contratto di impiego, è bene ricordarlo – non ha quindi causato solo problemi, come vorrebbero farci credere i fautori delle nuove muraglie cinesi in terra elvetica. Il cambio di passo che la Svizzera ha registrato con i Bilaterali è innegabile. Anche grazie a loro è stato possibile superare la stagnazione degli anni ’90 e tornare a crescere. È fuorviante credere che si stesse meglio nel vecchio “regime delle frontiere chiuse”. Durante il burocratico sistema dei contingenti per i lavoratori stranieri le frontiere non erano affatto ermetiche e lo dimostrano le difficoltà di integrazione di allora. Chi poi voleva introdursi nel nostro territorio per delinquere lo faceva comunque, senza chiedere permessi a chicchessia. È vero, abbiamo attraversato periodi meno complicati, come quello del florido sviluppo conosciuto tra gli anni ’50 e agli anni ’80 del secolo scorso. Ma neppure allora fummo un Paese isolato dal resto del mondo, tant’è che quella prosperità fu resa possibile soprattutto grazie al cospicuo ricorso alla manodopera estera e all’inarrestabile afflusso di capitali da tutto il mondo. La posizione geopolitica della Svizzera, incastonata nel cuore dell’Europa, l’ha predestinata a negoziare con gli altri, e non solo con gli Stati confinanti. Già da ben prima dell’avvento dei vituperati Bilaterali. Non vi è mai stata alcuna alternativa autarchica per un piccolo Paese senza materie prime. Da sempre la nostra Confederazione si è adoperata a favore di una fitta rete di collaborazioni e di accordi internazionali nei trasporti, libero scambio commerciale, ricerca, protezione ambientale, cultura, attivandosi nel contempo con i suoi buoni uffici per la pacificazione dei conflitti internazionali, forte della sua tradizione umanitaria e della sua provvidenziale neutralità. Ergo: abbiamo sempre rifiutato di chiuderci su noi stessi. Una scelta lungimirante, decisiva per il nostro benessere. È sacrosanta la nostra diffidenza verso le spinte centralistiche di Bruxelles, le sue derive tecnocratiche e l’insana finanziarizzazione dell’economia. Ma non dobbiamo sottovalutare l’importanza di un’Europa che ritrovi la bussola per poter continuare ad essere uno dei tre poli geopolitici ed economici a livello globale, pena la programmata decadenza e marginalizzazione anche della Svizzera. Gufare contro la vicina Italia e contro l’UE è un esercizio del tutto sterile e non ci aiuta a stare meglio. Serve semmai un’Europa federale, con più anima e finalmente vicina alle esigenze quotidiane dei suoi popoli. Un’Europa a misura d’Uomo. Un po’ meno drogata dai tecnicismi dell’austerità di Maastricht e invece più coordinata ed efficace nella politica della sicurezza, della migrazione, della lotta al crimine, del rilancio degli investimenti. E allora anche noi Svizzeri ci sentiremo un po’ più a casa nostra in questa Europa smarrita, già rapita da Zeus mentre coglieva i fiori in riva al mare.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale PLR