Opinione Liberale del 24 marzo 2017

È stato un braccio di ferro. Lo si può definire così il duro confronto che ha visto protagoniste le due Camere federali durante la recente sessione primaverile. Oggetto della disputa la Riforma della previdenza vecchiaia 2020. Si sono contrapposti due modelli per compensare la riduzione, dal 6.8% al 6%, del tasso di conversione che serve a calcolare le rendite a partire dall’avere di vecchiaia capitalizzato nell’ambito della cassa pensione (LPP). Dopo la terza lettura sono rimaste ancora tre divergenze: l’incremento di 70 franchi mensili delle rendite di base AVS, pervicacemente voluto dalla maggioranza del Consiglio degli Stati e combattuto dalla maggioranza del Consiglio nazionale che preferiva un aumento dei prelievi sui salari per il secondo pilastro, nonché l’aumento dell’IVA (dell’1% secondo gli Stati contro lo 0,6% del Nazionale) e la rendita massima AVS per coniugi (155% della rendita individuale secondo la Camera dei cantoni e 150% secondo la camera del popolo). In particolare il supplemento di 70 franchi mensili si è tramutato in una questione di principio, tradendo la malcelata opposizione ideologica del centrosinistra nei confronti del secondo pilastro. Così la Conferenza di conciliazione – dove è maggioritario il centrosinistra – pur di non rinunciare a quell’aumento divenuto ormai simbolico, ha optato per venire incontro al Nazionale eliminando la divergenza sull’IVA e sulla rendita massima per coniugi. L’errore metodologico di questa soluzione, il cui prezzo sarà pagato dalle giovani generazioni e dagli attuali pensionati – i quali non solo non beneficeranno dell’aumento delle rendite, ma saranno anche chiamati a finanziarla – consiste nel rimediare parzialmente ad un problema del secondo pilastro (la sempre più debole redditività dei mercati finanziari) andando ad estendere le prestazioni del primo.

Quella partorita dopo lungo travaglio ha tutta l’aria di essere una riforma tagliata su misura da coloro che ne approfitteranno. E per giunta senza sacrifici, ossia la generazione transitoria di coloro che nel 2019 avranno tra i 45 e i 65 anni. A scapito dei pensionati attuali, delle prossime generazioni e delle donne: i veri perdenti di questa revisione che rischia di far saltare definitivamente il patto intergenerazionale, senza per altro contribuire al consolidamento duraturo della previdenza per la vecchiaia. Il PLR aveva proposto diverse soluzioni di compromesso per indurre la Camera dei cantoni ad abbandonare il suo modello di compensazione ad innaffiatoio: la possibilità del prepensionamento per le persone con bassi redditi, l’abolizione della deduzione di coordinamento (annosa rivendicazione di tutte le organizzazioni femminili e del sindacalista senatore Paul Rechsteiner), l’onere aggiuntivo di 5 miliardi annui per la stabilizzazione del sistema previdenziale, la rinuncia al meccanismo di intervento per frenare l’indebitamento dell’AVS in tempi difficili e alle modifiche concernenti le rendite vedovili e per figli. Tutte respinte da PS e PPD. Giammai avrebbero mollato il supplemento di 70 franchi, quasi un feticcio. E così sia. Ma se mi è consentito un sommesso consiglio all’alleanza popolar-socialista (tra l’altro: il buon Pfister non voleva profilare più a destra il suo partito?) attenderei a brindare. Hanno vinto una battaglia, con 101 voti risicati e grazie all’apporto del duo leghista, ma non ancora la guerra. Vedremo il 24 settembre che cosa avranno da dire gli oltre due milioni di pensionati e coloro che perderebbero o si vedrebbero ridurre le prestazioni, oltre ai giovani contribuenti. E poi ne riparleremo.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

CdT del 17 marzo 2017

La qualità delle cure non cessa di migliorare, lo sviluppo tecnologico fa passi da gigante e la speranza di vita in Svizzera è ai vertici su scala mondiale. Tradotto in premi assicurativi, il costo di questi progressi si fa però proibitivo. Certe cifre, poi, non trovano alcuna logica giustificazione e richiedono un ripensamento in sede politica, soprattutto in relazione agli incentivi finanziari. Mister Prezzi, nella sua annuale conferenza stampa, ha puntato ancora una volta il dito contro i vari attori del sistema sanitario. Lo ha fatto elencando oltre cinquanta situazioni in cui certi incentivi assurdi inducono medici, ospedali, settore farmaceutico e via dicendo ad incrementare inesorabilmente la spesa sanitaria. Secondo i dati dell’OCSE, gli interventi chirurgici ambulatoriali in Germania raggiungono il 30%, in Olanda il 50% e negli USA addirittura il 60%. Da noi invece appena il 20%. Ciò significa che, in Svizzera, nell’80% dei casi il paziente trascorre almeno una notte in ospedale, con le relative conseguenze finanziarie. Ad esempio, un’operazione al menisco in ambito ambulatoriale costa 2’400.- franchi, in un contesto stazionario 3’700.- franchi. Secondo recenti studi, se in Svizzera si riuscisse a trattare i pazienti ambulatorialmente sempre laddove possibile, il risparmio annuale ammonterebbe a qualcosa come circa mezzo miliardo di franchi. Anche se consideriamo le assicurazioni complementari, la fondatezza di alcune decisioni, spesso giustificate in quanto “nell’interesse del paziente”, inizia a vacillare. Altrimenti non si spiegherebbe come mai, secondo i dati presentati dal Direttore della sanità del Canton Zurigo, i pazienti con un’assicurazione complementare trattati al pronto soccorso sono il 24%, all’entrata in ospedale il 38%, mentre nel settore stazionario addirittura il 44%. Questa netta prevalenza delle cure stazionarie mostra bene, se ancora ce ne fosse bisogno, quale sia la principale controindicazione del nostro modello duale di finanziamento delle prestazioni: gli assicuratori malattia non hanno alcun incentivo a promuovere i trattamenti in ambito ambulatoriale, i cui costi sono a loro carico esclusivo. Inevitabile quindi il continuo aumento degli interventi stazionari, il cui onere finanziario è invece ripartito tra Cantone (55%) e assicuratori (45%). Il passaggio ad un modello di finanziamento uniforme delle cure, poco importa se somministrate in ambito stazionario o ambulatoriale, ci farebbe fare un bel passo in avanti, ma finora a Berna non si è riusciti a trovare un consenso sufficiente. Non da ultimo, c’è l’annoso tema dei medicamenti che costituiscono il 20% dei premi pagati dai cittadini-assicurati. Le differenze di prezzo rispetto all’estero sono indifendibili, soprattutto per quello che riguarda i generici che arrivano a costare fino a 20 volte tanto. Neppure l’esigenza di proteggere la nostra ricerca farmaceutica giustifica una simile situazione.

Dunque, un certo margine di manovra per intervenire ci sarebbe. Ma i veti incrociati dei vari interessi in gioco si riflette nelle immani difficoltà con cui la politica si ritrova a fare i conti ogni volta che tenta di correggere le distorsioni del sistema, come ad esempio i falsi incentivi. Una riforma del sistema creerebbe anche dei “perdenti”, nel senso che alcuni attori della sanità sarebbero chiamati a ridimensionare le loro pretese, risp. le loro prestazioni. Ma non esistono alternative, se non il crollo dell’intero sistema. E allora a perderci sarebbero tutti, compresi gli assicurati, che malgrado tutto oggi hanno accesso a cure di ottima qualità, indipendentemente dal loro stato sociale, dalla loro età e dalle loro condizioni di salute.

La Regione del 23 febbraio 2017

Un tale batteva le mani ogni dieci secondi. Interpellato sul motivo di questa sua stravaganza, rispose: “È per scacciare gli elefanti”. All’obiezione che non v’era alcun elefante esclamò: “Appunto!”.

Ci sta succedendo qualcosa di vagamente simile: stiamo infatti assistendo all’agonia dei fatti. È il tempo del loro crepuscolo, mentre dilaga la “post-verità”. Il fenomeno è transnazionale e non ne è rimasto immune neppure il nostro piccolo Cantone, anzi. Certo, quando si parla di fatti occorre sempre dar prova di una certa cautela. Spesso dietro un asserito “fatto” si cela una comoda scorciatoia per ovviare ad una carenza argomentativa. Oppure invocare un “fatto” diventa l’artificio dialettico per sottrarsi al confronto delle idee e per sancire la non-negoziabilità di punti di vista consolidati. Lo ricordava già oltre cinquant’anni fa Hannah Arendt, segnalando come ogni cosiddetta “verità di fatto” (Tatsachenwahrheit) miri ad emarginare il senso critico dal dibattito pubblico. Ma i fatti da cui l’era della “post-verità” ha deciso di congedarsi non sono le opinioni dominanti e i pregiudizi travestiti da verità di fatto; sono invece i fatti intesi come dati empirici comprovati (p.es. l’incremento del potere d’acquisto di milioni di persone nei Paesi emergenti grazie alla liberalizzazione dei mercati) e persino gli accertamenti scientifici (come il surriscaldamento climatico dovuto all’effetto-serra).

Il piedistallo su cui dovrebbe poggiare ogni opinione politica sono i fatti

Chissà come reagirebbe Luigi Einaudi di fronte agli odierni successi della “post-verità” o “post-fattualità”. Fu infatti proprio il celebre economista e illustre esponente del liberalismo italiano a propugnare il metodo “conoscere per deliberare nelle sue Prediche inutili del 1959. Disprezzava la superficialità di quei politici che non fondavano le loro decisioni sulla conoscenza approfondita dei fatti. E si doleva che “nulla (…) repugna più della conoscenza a molti, forse a troppi di coloro che sono chiamati a risolvere problemi”. La conoscenza e definizione delle cose prima di qualsiasi decisione: era e dovrebbe essere tuttora la regola d’oro di ogni amministratore e politico responsabile. E non solo: ogni cittadino, a cui sta a cuore il destino del proprio Paese e delle future generazioni, dovrebbe documentarsi, approfondire, soppesare tutti i fattori in gioco per poi determinarsi con cognizione di causa. È un onere non irrilevante, soprattutto in una democrazia diretta che chiama così spesso i suoi cittadini a votare sugli oggetti più disparati. Ma è garanzia di scelte oculate.

Il piedistallo sui cui dovrebbe poggiare ogni opinione politica sono i fatti. Ovvero quelle realtà oggettive e misurabili che – a dispetto del costruttivismo puro e duro – esistono aldilà del filtro interpretativo dei nostri diversi occhiali. Negare i fatti, intesi in questa precisa accezione, o prescinderne disinvoltamente significa compromettere da subito (se non rendere impossibile) qualsiasi confronto teso alla soluzione di un problema, qualsiasi ragionamento coerente e solido: gli interlocutori, infatti, si ritrovano ad argomentare – quando riescono a farlo – su piani diversi. Non riescono a dar vita ad un vero dibattito, visto che manca l’oggetto del contendere: vuoi perché il problema da risolvere in realtà non sussiste (o non sussiste nelle proporzioni denunciate) vuoi invece perché il problema viene negato (o ampiamente ridimensionato) pur ponendosi in tutte le sue evidenze.

Si indeboliscono gli anticorpi del discernimento critico

Il contrasto con l’impostazione di Einaudi emerge in tutto il suo nitore dall’attuale era della cosiddetta “post-verità”. La forza dirompente di quella che ha tutta l’aria di una nuova ideologia globale, cara ai populismi di destra e di sinistra, consiste nella sua capacità di relativizzare e snaturare a tal punto qualsiasi circostanza di fatto (o fattispecie) politicamente rilevante, da modificare radicalmente la scala delle priorità di intervento. Sapere come davvero stiano le cose non ha più importanza. La loro verità (pur con tutti i limiti che caratterizzano questo termine) assume una posizione del tutto secondaria. Gli aspetti oggettivi cedono il passo alle percezioni collettive, alle emozioni, alle convinzioni prevalenti e ai facili pregiudizi. È così che avviene la manipolazione di una buona parte dell’opinione pubblica, con la conseguente creazione di un ampio consenso politico. E intanto si indeboliscono gli anticorpi del discernimento critico contro questo subdolo e abile processo di falsificazione. Si moltiplicano le bufale pilotate e le distorsioni della realtà economica e sociale. L’unica cosa che conta è l’intercettazione degli stati d’animo, delle credenze e delle preoccupazioni di alcuni segmenti della società e in particolare dei cittadini-elettori.

Una narrazione suggestiva e identitaria che promette riscatto sociale

Il flusso delle “post-verità” è ormai incessante e si diffonde grazie ad una precisa strategia di marketing politico grazie al web e ai social media, dove tutto corre tanto veloce quanto incontrollato, generando bolle mediatiche capaci di produrre o distruggere verità di fatto secondo convenienza. E tutto è reso ancora più insidioso dalla rete informatica che studia i cosiddetti followers e i like di ciascuno di noi, affinché ciò che ci giunge sotto gli occhi sia conforme ai nostri orientamenti e ai nostri interessi. Di riflesso ci si lascia comodamente cullare dal cosiddetto story-telling, ovvero da una narrazione suggestiva e fortemente identitaria che promette riscatto sociale all’insegna della precedenza indigena generalizzata e che stigmatizza la diversità.

Dove ci porterà la post-verità lo vedremo presto. I primi scivoloni piuttosto clamorosi di Donald Trump, uno dei suoi massimi cultori, non promettono nulla di buono. Ma anche qui da noi diverse scelte politiche, adottate senza un’analisi seria della situazione e nel solco dello story-telling identitario, stanno rivelando tutta la loro inconsistenza, creando solo difficoltà nei nostri rapporti con gli altri Cantoni e con la Confederazione.

La prima regola del buon governo: chiamare le cose con il loro nome

Resto quindi convinto che si possa fare politica in modo costruttivo solo se si è disposti ad esaminare i dati di fatto e le singole situazioni nella loro oggettività, senza alcun preconcetto. Diceva Confucio che la prima regola del buon governo è chiamare le cose con il loro nome. Le politiche post-fattuali fanno l’esatto contrario. Ogni confronto politico dovrebbe prendere le sue mosse a partire da un minimo comune denominatore: ossia da un accordo perlomeno parziale sulla natura e l’entità del problema che si intende affrontare e possibilmente risolvere. Il che non significa ignorare le implicazioni emotive e percettive legate a quel problema, ma queste non possono diventare l’unico criterio per individuare una soluzione corretta e nell’interesse generale. La politica non può esaurirsi in un esercizio di costante compiacenza agli elettori. È semmai l’arte di trovare soluzioni equilibrate ed efficaci, capaci di consenso. I totalitarismi sono nati quando il sentimento predominante delle masse è diventato l’unica bussola di chi governava.

Ogni tanto sarebbe buona cosa ricordarsene.

CdT del 04 febbraio 2017

Ammettiamolo pure: la riforma 3 della fiscalità delle imprese è complessa e per certi versi ostica da comprendere in tutte le sue componenti tecniche. Ma invece di concentrarci sulla singola pianta, osserviamo l’intera foresta. Il vero quesito politico di fondo è: vogliamo mantenere gli statuti fiscali speciali esponendoci ad una serie di ritorsioni internazionali, oppure vogliamo investire risorse per una piazza economica che rimanga competitiva e continui a creare posti di lavoro anche senza queste agevolazioni concesse dai Cantoni ad alcuni tipi di società? Se la riforma venisse bocciata, come chiedono sinistra e sindacati, sarebbe mantenuta la tassazione privilegiata di società internazionali (holding, società miste e di sede) e la pressione dell’OCSE, del G20 e dell’UE nei confronti della Svizzera aumenterebbe. Il nostro Paese non solo resterebbe iscritto nelle famigerate liste nere, in cui figurano gli Stati che non rispettano gli standard elaborati per scoraggiare la concorrenza fiscale sleale (gli statuti fiscali dei Cantoni sono infatti equiparati ad aiuti statali che distorcono una corretta concorrenza internazionale), ma sarebbe anche verosimilmente oggetto di sanzioni. Entro il 1.1.2019 saremmo costretti ad adeguarci comunque, ma senza alcuna rete di salvataggio in grado di evitare una consistente erosione del gettito fiscale degli enti pubblici, dovuta alla probabile delocalizzazione di molte imprese internazionali che non sarebbero disposte a subire un così forte inasprimento fiscale. La posta in gioco è proprio questa: scongiurare un tale scenario con conseguenze pesanti, considerato che le ca. 24’000 società internazionali a statuto speciale occupano quasi 150’000 dipendenti e contribuiscono per il 49% al gettito complessivo dell’imposta federale sull’utile (ca. 4,3 miliardi di franchi nel 2013), a cui vanno aggiunti ca. 1 ulteriore miliardo di imposta sull’utile dei Cantoni e dei Comuni e ca. 5 miliardi di contributi sociali.

La riforma elimina una manifesta disparità di trattamento fiscale tra le società e introduce un’imposizione uniforme dei loro utili aziendali, perché i Cantoni applicheranno la medesima aliquota d’imposta sia per le piccole e medie imprese locali sia per le società attive a livello transnazionale. Queste ultime pagheranno un po’ di più rispetto ad oggi (anche molto di più se non investono nella ricerca e nello sviluppo) mentre tutte le altre imprese pagheranno di meno, a seconda delle riduzioni delle aliquote che i Cantoni avranno liberamente deciso. Ne gioveranno l’innovazione e i posti di lavoro. Infatti, le misure contemplate dalla riforma – oltre ad essere compatibili con gli standard internazionali – mirano a propiziare gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo e a favorire la creazione e l’insediamento di nuove attività imprenditoriali dall’estero. Vanno in questa direzione sia la possibilità di beneficiare di ammortamenti supplementari nei primi anni per le imprese che trasferiscono in Svizzera la loro sede, sia l’obbligo per Cantoni e Comuni di ammettere uno sgravio fino al 90% dell’utile netto imponibile derivante da brevetti e da altri diritti analoghi (i patent box), sia il loro diritto di riconoscere la deducibilità delle spese sostenute per la ricerca e lo sviluppo fino ad un massimo del 150%.

La riforma ha il pregio di configurarsi secondo un modello federalista e perequativo, perché prevede – oltre ad un contributo supplementare per i cantoni finanziariamente deboli (180 mio.) – un incremento dal 17% al 21,2% (920 mio.) della partecipazione cantonale agli introiti dell’imposta federale diretta (IFD) per mitigare la flessione iniziale di gettito di quei Cantoni (e sono diversi) che intendono compensare l’abolizione dei loro statuti speciali con la riduzione dell’imposta sull’utile delle persone giuridiche.

Questa riforma è un investimento nel futuro e favorirà l’occupazione. E quando ci sono di mezzo così tanti posti di lavoro non si può scherzare con il fuoco. Non per nulla tutti i Cantoni raccomandano un sì il prossimo 12 febbraio. Andiamo a votare sì anche noi !

La Regione del 26 novembre 2016

La democrazia diretta è sotto pressione. Negli ultimi anni sono aumentate le iniziative popolari che mettono a dura prova la capacità dei cittadini di resistere alla tentazione di proposte seducenti, ma fuorvianti e pericolose. La destra nazionalista non esita a strapazzare i diritti popolari, pur di far passare soluzioni che rimettono in discussione il modello di successo elvetico. Un modello che comprende il rispetto dello Stato di diritto, la nostra tradizione umanitaria, l’osservanza della Convenzione europea dei diritti umani (CEDU) e la collaborazione ed i buoni uffici nelle relazioni internazionali, tanto per citare alcuni capisaldi su cui si regge la Confederazione. Ma non scherzano neppure la sinistra e gli ambienti sindacali di quell’area: a Berna, e poi in sede di votazioni popolari, abbiamo dovuto combattere iniziative nocive che avrebbero messo a repentaglio la stabilità finanziaria della Confederazione, dei Cantoni e delle nostre assicurazioni sociali, e altre che, fossero state accolte, avrebbero disatteso il federalismo ed il principio di sussidiarietà, la flessibilità, l’ordinamento liberale del mercato del lavoro e la competitività fiscale svizzera. Tutti fattori che pure rientrano nel cosiddetto modello di successo elvetico.

L’anno prossimo dovremo fare i conti con l’ennesima iniziativa popolare depositata dall’UDC, particolarmente insidiosa. Denominata “Diritto svizzero in luogo di giudici stranieri”, il suo vero scopo è la disdetta della CEDU e degli Accordi Bilaterali con l’UE. I promotori vorrebbero legare le mani ai giudici del Tribunale federale (TF). Propongono infatti che la Costituzione federale sia la suprema fonte di diritto della Confederazione. Secondo il testo dell’iniziativa la Costituzione federale deve prevalere addirittura sul diritto internazionale, riservate le sue disposizioni imperative. Di conseguenza chiede che Confederazione e Cantoni si astengano da qualsiasi impegno internazionale che contraddice la Costituzione federale e che – nel caso di conflitto tra norme del diritto internazionale e norme costituzionali – gli impegni previsti dagli accordi internazionali vadano adeguati in conformità alle indicazioni della Costituzione federale e, se necessario, disdetti. Soltanto gli accordi internazionali soggetti a referendum sarebbero vincolanti per il TF.

Non ci vuole molto per capire che questa iniziativa avrebbe conseguenze pesanti: non soltanto per l’immagine e l’affidabilità internazionale del nostro Paese, in particolare nell’ambito della politica di sicurezza ed in quello della politica estera, bensì pure per l’economia nazionale. Se una qualsiasi legge federale dovesse violare la CEDU (una convenzione internazionale che non è mai stata oggetto di referendum), ecco che il TF – in un caso concreto di impugnazione da parte di un cittadino – si ritroverebbe costretto ad applicare comunque quella stessa legge, pur avendo constatato l’incompatibilità. L’effetto concreto e l’obbiettivo perverso dell’iniziativa “per l’autodeterminazione” consistono dunque nel condizionamento dei nostri giudici, quelli del TF, e non dei giudici stranieri. Anzi la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo potrebbe comunque statuire, su ricorso di un cittadino svizzero, in merito all’eventuale incompatibilità con la CEDU di una disposizione contenuta in una legge federale. E in caso di accertata violazione del diritto internazionale superiore, il ricorrente potrebbe richiedere a Mon Repos la revisione della sua stessa sentenza, secondo quanto previsto dalla Legge sul TF.

I promotori ignorano volutamente che la CEDU non è soltanto diritto straniero, bensì anche svizzero, in quanto democraticamente recepito. Infatti, se è vero che il parlamento, quando ratificò la Convenzione nel 1974, non ritenne di sottoporla al referendum poiché non vi era ancora una norma che glielo imponeva, è però altrettanto vero che a partire dagli anni ’80 ogni Protocollo addizionale della Convenzione fu munito della clausola referendaria e, cionondimeno, nessun referendum fu lanciato. Vale anche per l’11. Protocollo addizionale che stabilisce le modalità di funzionamento della Corte europea dei diritti dell’Uomo, ancora valide oggi. La CEDU può quindi ritenersi ben ancorata nel diritto svizzero, anche dal profilo democratico. D’altra parte l’iniziativa “per l’autodeterminazione”, se approvata, indebolirebbe la nostra democrazia diretta perché costringerebbe il Consiglio federale (CF) a disdire anche gli accordi internazionali approvati dal popolo, ma in contrasto insanabile con la Costituzione federale. Ciò significa che in caso di fallimento dei nostri negoziati con l’UE sulla gestione autonoma dell’immigrazione, il CF dovrebbe disdire unilateralmente il principio della libera circolazione delle persone, previsto da uno dei 7 Accordi Bilaterali I e ripreso negli Accordi Bilaterali II, senza chiedere al popolo la sua opinione. E tutto ciò benché lo stesso popolo abbia approvato con una chiara maggioranza i Bilaterali I nel maggio del 2000, così come i Trattati di Schengen e di Dublino nel 2004 nell’ambito dei Bilaterali II, e benché non sia mai stato lanciato il referendum contro gli accordi ratificati nell’ambito dei Bilaterali II. Le conseguenze di un abbandono dei Bilaterali non tarderebbero a gravare sullo sviluppo economico e sull’occupazione in Svizzera: esclusione delle nostre esportazioni dall’accesso al mercato europeo e serio pregiudizio per il futuro della nostra ricerca, formazione e innovazione tecnologica.

Summa summarum: è piuttosto stupefacente costatare con quale cinismo elettorale e superficialità si possano lanciare iniziative che creano soltanto problemi alla Svizzera, lasciando poi agli altri l’onere di trovare soluzioni praticabili per minimizzarne i danni. Una sorta di insostenibile leggerezza dell’irresponsabilità.

Ogni abuso, anche quello dei diritti, è da condannare. Ma quando si tratta di diritti popolari di natura politica, qualsiasi ipotesi di contromisure deterrenti è delicata (come un eventuale aumento, di per sé giustificato già solo dall’incremento demografico, del numero delle firme necessarie per il valido deposito di un’iniziativa popolare o un rigoroso esame preventivo della sua ricevibilità costituzionale ancora prima della raccolta delle firme) e destinata a scontrarsi con forti resistenze (“in dubio pro populo”). Anche in futuro dovremo quindi saper convivere con proposte provocatorie che verosimilmente non diminuiranno di numero, almeno finché sarà pagante la politica spettacolo delle non-soluzioni.

Provo comunque a concludere con una nota positiva, invitando a non drammatizzare. Se osserviamo la situazione da un diverso angolo prospettico, possiamo considerare di scontare questo ricorso abusivo ai diritti popolari come prezzo necessario della democrazia partecipativa. E così possiamo consolarci, ricordando che il sistema svizzero è comunque preferibile alla democrazia parlamentare dove la classe politica decide indisturbata ogni cosa, salvo sottoporsi al giudizio popolare alla fine della legislatura. Meglio la nostra democrazia diretta, anche se è più complessa nella misura in cui obbliga il legislatore ad essere prudente e a trovare soluzioni mediate e consensuali, in un contesto di condivisione delle responsabilità tra parlamento e popolo. Un lavoro faticoso che richiede tempo. Ma finora ha dato risultati tutto sommato lusinghieri.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale