CdT del 30 aprile 2015
Ci risiamo. Con la sua iniziativa popolare dal titolo accattivante («Tassare le eredità milionarie per finanziare la nostra AVS») la sinistra chiede di introdurre un’imposta federale, con aliquota unica del 20%, sulle successioni superiori ai 2 mio. di fr. e sulle donazioni superiori ai 20’000.- fr. La nuova imposta federale sostituirebbe le imposte di donazione e successione dei Cantoni, ai quali sarebbe devoluto un terzo del gettito ricavato dalla Confederazione, mentre gli altri due terzi andrebbero a beneficio del fondo di compensazione dell’AVS. Esempio da manuale di demagogia di sinistra, questa iniziativa rimette in discussione due aspetti centrali del sistema elvetico: il federalismo e la concorrenza fiscale. Presenta inoltre un certo numero di inspiegabili incongruenze.
La sovranità fiscale dei Cantoni ha già subito negli ultimi decenni consistenti limitazioni, p.es. attraverso la Legge federale sull’armonizzazione delle imposte dirette. Non è opportuno assecondare questa tendenza verso una più spinta centralizzazione delle competenze legislative in materia fiscale nelle mani della Confederazione. L’autonomia dei Cantoni va salvaguardata. Questo tipo di imposta rientra da sempre nelle loro competenze, generando attualmente introiti di ca. un miliardo di franchi all’anno. Sta ai Cantoni decidere se mantenerla, abrogarla o reintrodurla e stabilirne le aliquote differenziate, a seconda che il beneficiario della successione sia un non parente, risp. in base al grado di parentela con il de cujus o con il donante. Non vi è alcuna valida ragione per sottrarre ai Cantoni questa loro esclusiva competenza che li stimola a ricercare il miglior equilibrio possibile fra le esigenze della redistribuzione della ricchezza e quelle dell’attrattività fiscale. (altro…)

Giornale del Popolo del 13 gennaio 2015

Trovo opportuno che sia il popolo ad esprimersi sulla recente decisione del Gran Consiglio di aumentare le tasse di circolazione. Un aumento che mira tra l’altro a garantire il finanziamento dei sussidi pubblici per l’acquisto di automobili elettriche che costano fino ad oltre CHF 40’000.-. Già solo per questo esercizio di democrazia reso possibile dal referendum, la cui raccolta delle firme sta volgendo al termine, vanno ringraziati i movimenti giovanili del PLR e dell’UDC che si sono impegnati a fondo nelle scorse settimane nella loro battaglia contro una modalità discutibile di promuovere le energie alternative.

Sono il primo a riconoscere che uno sviluppo sostenibile degno di questo nome passa (anche) dalla promozione di una mobilità ecologica che riduca le emissioni nocive. La tutela dell’ambiente e del territorio è un punto cardinale anche del nuovo programma del PLR e deve essere al centro delle preoccupazioni della politica e di ogni cittadino. Ma le energie alternative non possono essere promosse con qualsiasi strumento, trascurando un aspetto fondamentale di ogni politica pubblica: quello dell’efficienza e dell’efficacia delle risorse investite. (altro…)

La Regione del 13.12.2014

Lo scorso 25 settembre avevo interpellato il Consiglio federale in merito all’applicazione dell’art. 260ter del Codice penale svizzero. Si tratta della norma che punisce le organizzazioni criminali. Il tema è purtroppo di attualità, considerate le sempre più frequenti rivelazioni dei media sulle attività (per molti anni indisturbate) di esponenti della ‘ndrangheta e della mafia su territorio svizzero e anche ticinese. Il fatto è che numerosi magistrati svizzeri si lamentano delle difficoltà pratiche nell’applicazione dell’art. 260ter CPS: i requisiti previsti da questa disposizione sono infatti molto restrittivi (se non troppo, come ritengono alcuni autori della dottrina giuridica). Sono per altro note anche le difficoltà incontrate dallo stesso Ministero pubblico federale nella raccolta delle prove a suffragio delle ipotesi di reato a carico di presunti membri di organizzazioni criminali in diversi processi penali che hanno avuto una forte eco mediatica. Con il mio atto parlamentare chiedevo quindi al governo se l’eventuale introduzione di norme di punibilità dei reati associativi, analoghe a quelle in vigore negli Stati a noi confinanti, potrebbe agevolare l’attività investigativa e repressiva delle nostre autorità inquirenti, rendendola più efficace grazie anche ad un alleviamento del fardello probatorio. Chiedevo inoltre, tra le altre cose, se di fronte alla minaccia del terrorismo di matrice islamico-fondamentalista (che può colpire ovunque ed in ogni momento) siano necessarie delle revisioni del Codice penale, ed eventualmente quali. (altro…)

Corriere del Ticino del 13.12.2014

Durante la terza settimana della sessione invernale il Consiglio nazionale dibatterà anche l’iniziativa popolare denominata “Per il matrimonio e la famiglia – No agli svantaggi per le coppie sposate”. L’obbiettivo dell’iniziativa è condivisibile nella misura in cui intende mettere fine agli svantaggi fiscali delle coppie sposate rispetto alle coppie concubine. E’ infatti noto che, rispetto a queste ultime, le coppie sposate – benché siano al beneficio di determinate agevolazioni fiscali come tariffe inferiori e deduzioni specifiche per coniugi – in taluni casi possono risultare sfavorite per effetto dell’accumulo dei redditi e della progressione delle aliquote. Lo stesso Tribunale federale già nel 1984 aveva rilevato che l’onere fiscale dei coniugi doveva essere ridotto rispetto a quello delle persone sole e non doveva superare quello dei concubini. Tuttavia la soluzione proposta dai promotori dell’iniziativa popolare eliminerebbe una discriminazione per sostituirla con un’altra. Un’eventuale approvazione delle loro richieste impedirebbe la transizione all’imposizione individuale dei coniugi e precluderebbe alle coppie omosessuali la possibilità di sposarsi. E ciò per due ragioni: primo perché l’iniziativa definisce la nozione di matrimonio quale “durevole convivenza, disciplinata dalla legge, di un uomo e di una donna”, ancorandola per la prima volta in modo esplicito nella Costituzione. (altro…)

Opinione Liberale del 12.12.2014

Ieri, martedì 9 dicembre 2014, alla presenza del presidente della Corte dei diritti umani di Strasburgo, le Camere federali hanno commemorato con una dignitosa cerimonia il 40. anniversario della ratifica della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo (CEDU) da parte della Svizzera. Il Consiglio d’Europa, fondato nel 1949, aveva adottato la CEDU già l’anno successivo. A dispetto della sua lunga tradizione democratica, il nostro Paese (entrato a far parte del Consiglio d’Europa nel 1963) poté sottoscrivere la Convenzione soltanto 11 anni dopo (nel 1974). Perché non subito? Per la semplice ragione che fino al 1971 la Costituzione federale non riconosceva alle donne il diritto di voto e di eleggibilità, discriminandole come cittadine in violazione dei diritti umani garantiti dalla CEDU. Un diritto invece concesso alle donne già diversi decenni prima da altre democrazie molto più giovani della nostra. Le trasformazioni socio-culturali degli anni ’60, il movimento femminista e una certa pressione politica internazionale sul nostro Paese, esercitata anche dal Consiglio d’Europa, propiziarono un cambiamento di sensibilità e mentalità nella popolazione, cosicché anche in Svizzera fu raggiunta finalmente la parificazione di donna e uomo nel loro statuto di cittadinanza. Le donne svizzere devono quindi essere grate anche alla CEDU, come ha ricordato Thomas Meissen dalle colonne della NZZ am Sonntag. È una circostanza da tener ben presente di fronte agli attacchi recenti sferrati contro la CEDU dall’UDC e anche dal suo Consigliere federale, il quale vorrebbe addirittura disdire la Convenzione. Per non parlare dall’iniziativa popolare che vorrebbe stabilire il primato del diritto nazionale su quello internazionale. La CEDU ha avuto poi il merito di accelerare l’abrogazione nel 1973 di altre due disposizioni della nostra Costituzione federale, risalenti al 1848 e manifestamente incompatibili con i diritti umani: il divieto dei Gesuiti e il divieto di aprire o riaprire conventi, retaggio culturale del Kulturkampf, in flagrante violazione della libertà religiosa e confessionale. Più recentemente la giurisprudenza di Strasburgo ha favorito la revisione e l’unificazione del diritto processuale penale in Svizzera, migliorando le garanzie dell’imputato e le condizioni di equità del processo. (altro…)