Gli elefanti immaginari, Einaudi e la “post-verità”

23.02.2017

La Regione del 23 febbraio 2017

Un tale batteva le mani ogni dieci secondi. Interpellato sul motivo di questa sua stravaganza, rispose: "È per scacciare gli elefanti". All'obiezione che non v'era alcun elefante esclamò: "Appunto!".

Ci sta succedendo qualcosa di vagamente simile: stiamo infatti assistendo all'agonia dei fatti. È il tempo del loro crepuscolo, mentre dilaga la "post-verità". Il fenomeno è transnazionale e non ne è rimasto immune neppure il nostro piccolo Cantone, anzi. Certo, quando si parla di fatti occorre sempre dar prova di una certa cautela. Spesso dietro un asserito "fatto" si cela una comoda scorciatoia per ovviare ad una carenza argomentativa. Oppure invocare un "fatto" diventa l'artificio dialettico per sottrarsi al confronto delle idee e per sancire la non-negoziabilità di punti di vista consolidati. Lo ricordava già oltre cinquant'anni fa Hannah Arendt, segnalando come ogni cosiddetta "verità di fatto" (Tatsachenwahrheit) miri ad emarginare il senso critico dal dibattito pubblico. Ma i fatti da cui l'era della "post-verità" ha deciso di congedarsi non sono le opinioni dominanti e i pregiudizi travestiti da verità di fatto; sono invece i fatti intesi come dati empirici comprovati (p.es. l'incremento del potere d'acquisto di milioni di persone nei Paesi emergenti grazie alla liberalizzazione dei mercati) e persino gli accertamenti scientifici (come il surriscaldamento climatico dovuto all'effetto-serra).

Il piedistallo su cui dovrebbe poggiare ogni opinione politica sono i fatti

Chissà come reagirebbe Luigi Einaudi di fronte agli odierni successi della "post-verità" o "post-fattualità". Fu infatti proprio il celebre economista e illustre esponente del liberalismo italiano a propugnare il metodo "conoscere per deliberare" nelle sue Prediche inutili del 1959. Disprezzava la superficialità di quei politici che non fondavano le loro decisioni sulla conoscenza approfondita dei fatti. E si doleva che "nulla (...) repugna più della conoscenza a molti, forse a troppi di coloro che sono chiamati a risolvere problemi". La conoscenza e definizione delle cose prima di qualsiasi decisione: era e dovrebbe essere tuttora la regola d'oro di ogni amministratore e politico responsabile. E non solo: ogni cittadino, a cui sta a cuore il destino del proprio Paese e delle future generazioni, dovrebbe documentarsi, approfondire, soppesare tutti i fattori in gioco per poi determinarsi con cognizione di causa. È un onere non irrilevante, soprattutto in una democrazia diretta che chiama così spesso i suoi cittadini a votare sugli oggetti più disparati. Ma è garanzia di scelte oculate.

Il piedistallo sui cui dovrebbe poggiare ogni opinione politica sono i fatti. Ovvero quelle realtà oggettive e misurabili che - a dispetto del costruttivismo puro e duro - esistono aldilà del filtro interpretativo dei nostri diversi occhiali. Negare i fatti, intesi in questa precisa accezione, o prescinderne disinvoltamente significa compromettere da subito (se non rendere impossibile) qualsiasi confronto teso alla soluzione di un problema, qualsiasi ragionamento coerente e solido: gli interlocutori, infatti, si ritrovano ad argomentare - quando riescono a farlo - su piani diversi. Non riescono a dar vita ad un vero dibattito, visto che manca l'oggetto del contendere: vuoi perché il problema da risolvere in realtà non sussiste (o non sussiste nelle proporzioni denunciate) vuoi invece perché il problema viene negato (o ampiamente ridimensionato) pur ponendosi in tutte le sue evidenze.

Si indeboliscono gli anticorpi del discernimento critico

Il contrasto con l'impostazione di Einaudi emerge in tutto il suo nitore dall'attuale era della cosiddetta "post-verità". La forza dirompente di quella che ha tutta l'aria di una nuova ideologia globale, cara ai populismi di destra e di sinistra, consiste nella sua capacità di relativizzare e snaturare a tal punto qualsiasi circostanza di fatto (o fattispecie) politicamente rilevante, da modificare radicalmente la scala delle priorità di intervento. Sapere come davvero stiano le cose non ha più importanza. La loro verità (pur con tutti i limiti che caratterizzano questo termine) assume una posizione del tutto secondaria. Gli aspetti oggettivi cedono il passo alle percezioni collettive, alle emozioni, alle convinzioni prevalenti e ai facili pregiudizi. È così che avviene la manipolazione di una buona parte dell'opinione pubblica, con la conseguente creazione di un ampio consenso politico. E intanto si indeboliscono gli anticorpi del discernimento critico contro questo subdolo e abile processo di falsificazione. Si moltiplicano le bufale pilotate e le distorsioni della realtà economica e sociale. L'unica cosa che conta è l'intercettazione degli stati d'animo, delle credenze e delle preoccupazioni di alcuni segmenti della società e in particolare dei cittadini-elettori.

Una narrazione suggestiva e identitaria che promette riscatto sociale

Il flusso delle "post-verità" è ormai incessante e si diffonde grazie ad una precisa strategia di marketing politico grazie al web e ai social media, dove tutto corre tanto veloce quanto incontrollato, generando bolle mediatiche capaci di produrre o distruggere verità di fatto secondo convenienza. E tutto è reso ancora più insidioso dalla rete informatica che studia i cosiddetti followers e i like di ciascuno di noi, affinché ciò che ci giunge sotto gli occhi sia conforme ai nostri orientamenti e ai nostri interessi. Di riflesso ci si lascia comodamente cullare dal cosiddetto story-telling, ovvero da una narrazione suggestiva e fortemente identitaria che promette riscatto sociale all'insegna della precedenza indigena generalizzata e che stigmatizza la diversità.

Dove ci porterà la post-verità lo vedremo presto. I primi scivoloni piuttosto clamorosi di Donald Trump, uno dei suoi massimi cultori, non promettono nulla di buono. Ma anche qui da noi diverse scelte politiche, adottate senza un'analisi seria della situazione e nel solco dello story-telling identitario, stanno rivelando tutta la loro inconsistenza, creando solo difficoltà nei nostri rapporti con gli altri Cantoni e con la Confederazione.

La prima regola del buon governo: chiamare le cose con il loro nome

Resto quindi convinto che si possa fare politica in modo costruttivo solo se si è disposti ad esaminare i dati di fatto e le singole situazioni nella loro oggettività, senza alcun preconcetto. Diceva Confucio che la prima regola del buon governo è chiamare le cose con il loro nome. Le politiche post-fattuali fanno l'esatto contrario. Ogni confronto politico dovrebbe prendere le sue mosse a partire da un minimo comune denominatore: ossia da un accordo perlomeno parziale sulla natura e l'entità del problema che si intende affrontare e possibilmente risolvere. Il che non significa ignorare le implicazioni emotive e percettive legate a quel problema, ma queste non possono diventare l'unico criterio per individuare una soluzione corretta e nell'interesse generale. La politica non può esaurirsi in un esercizio di costante compiacenza agli elettori. È semmai l'arte di trovare soluzioni equilibrate ed efficaci, capaci di consenso. I totalitarismi sono nati quando il sentimento predominante delle masse è diventato l'unica bussola di chi governava.

Ogni tanto sarebbe buona cosa ricordarsene.