Di trust e di altri strumenti per la nostra piazza finanziaria

27.09.2019

La Regione

Preoccupano le cifre che riguardano la piazza finanziaria svizzera nell'ultimo decennio. Il contributo di questo settore al PIL si è ridotto del 30%, il numero di banche è passato da 320 a poco più di 250. In Ticino abbiamo toccato con mano la drammatica perdita di posti di lavoro e il crollo del gettito fiscale delle banche, ma anche la blasonata piazza zurighese si lecca le ferite. Dall'inizio della crisi finanziaria del 2008 la politica non ha potuto che assistere a trasformazioni strutturali dolorose e inesorabili.

Lo strumentario a disposizione dello Stato per ammortizzare i contraccolpi di questo ridimensionamento si limita essenzialmente alla definizione di condizioni quadro favorevoli e di regole del gioco che promuovano nuove opportunità, mettendo gli attori elvetici in condizioni vantaggiose rispetto alla concorrenza estera. Da qualche tempo il Parlamento sta lavorando in tal senso, ad esempio con la normativa "too big to fail" o a un contesto regolamentare innovativo e propizio per le cosiddette fintech.

Le Camere federali si sono occupate anche di nuovi strumenti interessanti per l'attrattiva della piazza finanziaria, in un contesto internazionale sempre più competitivo. Tra questi ha raccolto ampi consensi l'idea di introdurre nel diritto privato svizzero la possibilità di costituire un trust: la proposta era stata lanciata dapprima con un mio postulato a nome anche del Gruppo parlamentare del PLR ed è stata in seguito rafforzata dall'iniziativa parlamentare del collega Fabio Regazzi e da una mozione del Consiglio degli Stati. Diverse ragioni militano a favore di un trust di diritto svizzero. La flessibilità di questo strumento lo rende particolarmente adatto alla pianificazione patrimoniale e alla protezione della sostanza mobile e immobile delle persone fisiche. Paesi come l'Italia, Israele, il Giappone e il Liechtenstein l'hanno da tempo ancorato nella loro legislazione civile e fiscale. I trust esistono per altro anche in Svizzera, ma il loro funzionamento è disciplinato per ora solo dal diritto estero, il che li rende ancora troppo ostici e crea più difficoltà nella prevenzione del riciclaggio di denaro. Per contro i trust regolati dal diritto indigeno offrirebbero a tal riguardo molte più garanzie. La richiesta di questo strumento giuridico è forte e una solida base legale svizzera aumenterà in futuro il valore aggiunto della piazza finanziaria, permettendo la creazione di nuovi impieghi nell'ambito della consulenza e costituzione dei trust. Nonostante la mobilità delle persone facoltose, i loro trust potranno essere imposti fiscalmente in Svizzera (e quindi anche in Ticino) secondo le chiare direttive emanate dall'Amministrazione federale delle contribuzioni, incrementando così il gettito a beneficio di tutta la comunità. La palla è ora nel campo del Consiglio federale, incaricato di elaborare il relativo testo di legge.

Ma il compito per la politica non è finito: giocare di sponda con il settore finanziario significa riesaminare costantemente le condizioni quadro, con senso critico e costruttivo, affrontando di petto le sfide che si pongono. Tra queste spicca l'annosa questione dell'accesso al mercato dell'UE da parte dei nostri intermediari finanziari: le modalità di applicazione delle Direttive UE nei vari Stati membri risultano sempre più protezionistiche a svantaggio degli Stati terzi come la Svizzera. Purtroppo un accordo globale sui servizi finanziari con l'Europa oggi è lungi dall'essere all'ordine del giorno e la situazione rischia quindi di complicarsi, già solo per i rischi e i costi (soprattutto per le banche private) legati all'obbligo di costituire succursali nel singolo Paese in cui si intende offrire servizi finanziari. Ma anche il mercato dei capitali dev'essere oggetto di attenzioni: per una piazza finanziaria riconosciuta e apprezzata come la nostra, questo settore del mercato è sorprendentemente sottosviluppato; le grandi imprese emettono spesso le loro obbligazioni all'estero, soprattutto a causa dell'imposta preventiva. Pertanto una riforma che introduca il principio dell'agente pagatore avrebbe il vantaggio di esentare gli investitori stranieri da questa imposta e rafforzerebbe così efficacemente il mercato dei capitali.

C'è ancora molto da fare per creare i giusti presupposti e mettere la piazza finanziaria in condizione di creare nuovi impieghi, di trovare nuovi sbocchi, di cogliere nuove opportunità valorizzando ulteriormente le sue notevoli competenze.

Anche per questo occorre continuare a combattere.