La Regione del 22 gennaio 2016

Tra i temi in votazione il prossimo 28 febbraio figura anche l’iniziativa popolare denominata “Per il matrimonio e la famiglia – No agli svantaggi per le coppie sposate”. Il suo obbiettivo è di porre fine alla disparità di trattamento tra coppie sposate e coppie concubine in relazione all’imposta federale diretta (IFD). Oggi risultano svantaggiate ca. 80’000 coppie con doppio reddito e le coppie di pensionati il cui reddito è di almeno 50’000.- (con ripartizione interna 50/50), risp. di almeno 60’000.- (con ripartizione 70/30). Due coniugi che lavorano senza figli, il cui reddito netto da attività lucrativa è di almeno 80’000.- (con ripartizione 50/50), risp. di almeno 110’000.- (con ripartizione 70/30) oppure due coniugi con doppio reddito e figli, il cui reddito netto da attività lavorativa è di almeno 120’000.- (con ripartizione 50/50), risp. di almeno 190’000.- (con ripartizione 70/30) pagano di più rispetto a due conviventi nella stessa situazione economica. Se invece il cumulo dei redditi da lavoro o da pensione è inferiore agli importi indicati sopra, la coppia sposata paga un’IFD inferiore rispetto alla coppia di conviventi nella stessa situazione economica. Nel caso poi di reddito da lavoro di un solo coniuge, la coppia sposata paga sempre di meno rispetto alla coppia di concubini. Per effetto del cumulo dei redditi e della progressione delle aliquote, la discriminazione colpisce quindi le coppie sposate con redditi medi o alti, benché siano al beneficio di determinate agevolazioni fiscali come categorie di aliquote inferiori e deduzioni specifiche per coniugi. Tuttavia la soluzione proposta dai promotori dell’iniziativa eliminerebbe una discriminazione per sostituirla con un’altra. Un’eventuale approvazione delle loro richieste impedirebbe la transizione all’imposizione individuale dei coniugi e precluderebbe alle coppie omosessuali la possibilità di sposarsi. E ciò per due ragioni: primo perché l’iniziativa definisce la nozione di matrimonio quale “durevole convivenza, disciplinata dalla legge, di un uomo e di una donna”, ancorandola per la prima volta in modo esplicito nella Costituzione. Si escluderebbe così ogni futura interpretazione che assimili al matrimonio anche altre forme possibili di convivenza, come quella tra partner dello stesso sesso. Queste forme di convivenza resterebbero dunque escluse dalla tutela accordata dall’art. 14 della Costituzione, riguardante il diritto al matrimonio e alla famiglia. Secondo, perché l’iniziativa stabilisce nella Costituzione federale che il matrimonio costituisce, dal profilo fiscale, una comunione economica, con la conseguenza di un’imposizione congiunta dei coniugi. In un’ottica liberale è invece preferibile l’imposizione individuale dei coniugi, senza però escludere in futuro un modello impositivo indipendente dallo stato civile, che tenga quindi conto dei diversi stili di vita e delle altre forme di convivenza, permettendo di risolvere il problema degli svantaggi derivati alle coppie sposate. Non è saggio scolpire nella Costituzione federale la nozione di matrimonio; meglio limitarsi alla definizione contenuta nel Codice civile e lasciare che il concetto evolva insieme alla sensibilità della società. Rimane così riservata al legislatore la facoltà, con una semplice modifica di legge, di rendere accessibile l’istituto anche ad altre unioni di persone, evitando discriminazioni. Se bocciamo l’iniziativa lasciamo impregiudicata la possibilità per il legislatore di scegliere tra tutti i modelli di imposizione separata o congiunta, compreso lo splitting parziale o integrale, oppure il sistema dei quozienti per famiglie, oppure ancora l’imposizione individuale o il diritto di opzione che dà ai coniugi la possibilità di scegliere tra l’imposizione congiunta con splitting o tariffa multipla da una parte o l’imposizione individuale dall’altra. Gli svantaggi attuali nelle fasce di reddito medio e alto possono dissuadere il coniuge di un contribuente che lavora a tempo pieno dall’esercitare un’attività lucrativa o dall’incrementare il proprio tempo parziale spesso già ridotto. In un sistema di splitting (anche se si tratta di splitting totale) l’effetto deterrente è maggiore che in un sistema d’imposizione individuale perché l’aliquota marginale dell’imposta è superiore per il coniuge che consegue il secondo reddito e che reagisce in modo più flessibile. Per contro, con l’imposizione individuale vera e propria l’opzione di un’attività lucrativa diventa più attrattiva rispetto alla conduzione di un’economia domestica o del tempo libero. Del resto il modello dell’imposizione individuale è decisamente più in sintonia con le trasformazioni socioeconomiche e culturali in atto: il 2013 è stato il primo anno in cui il numero delle persone sole in Svizzera ha superato quello delle persone coniugate. Accanto alle famiglie tradizionali sempre più persone decidono di convivere. Se 30 anni fa le unioni coniugali in cui un solo coniuge svolgeva un’attività lucrativa rappresentavano ancora il 70%, oggi sono solo il 50%. La flessibilità del nostro mercato del lavoro che consente di reagire in modo più elastico all’offerta, la riduzione dei divari nella formazione e negli stipendi tra i due sessi e la diffusione dell’occupazione a tempo parziale depongono a favore dell’imposizione individuale. Non sorprende quindi che la maggioranza degli Stati membri dell’OCSE applichi un sistema di imposizione individuale con fattori correttivi, in particolare per le coppie di coniugi con un solo reddito. L’imposizione individuale risulterebbe assai più adeguata a questi nuovi stili di vita e, configurandosi in modo indipendente e neutrale rispetto allo stato civile, porrebbe fine alla penalizzazione fiscale del matrimonio.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

Opinione Liberale del 18 dicembre 2015

Eveline Widmer-Schlumpf lascia il Consiglio federale con la soddisfazione di aver convinto la Camera dei cantoni sulla necessità di realizzare il progetto politico più significativo elaborato negli ultimi anni dal suo Dipartimento. Si tratta della cosiddetta Riforma III della fiscalità delle imprese. L’obbiettivo è di accrescere la competitività della piazza economica, rendendola più attrattiva per investimenti strategici, soprattutto nel settore dell’innovazione e della ricerca. Una delle novità consiste infatti nei “licence box”: ossia nella deducibilità delle spese di investimento nella ricerca ed innovazione fino al 90% degli utili derivanti da brevetti e altri diritti della proprietà intellettuale. Concepita sotto la pressione dell’OCSE e dell’UE – che da anni puntavano il dito contro i cosiddetti statuti speciali dei Cantoni a favore delle holding, delle società ausiliarie e di servizio estere, considerandoli una forma di aiuto di Stato che distorce una corretta concorrenza – la riforma dell’imposizione delle imprese abolisce questi trattamenti privilegiati, rimodellando però l’intero sistema impositivo delle società per evitare delocalizzazioni verso lidi fiscali più ospitali. La posta in gioco è infatti notevole. La semplice abrogazione degli statuti cantonali “incriminati” comporterebbe un insediamento fortemente ridotto di queste società e soprattutto la loro partenza dal territorio svizzero e di conseguenza minori gettiti (a seguito della flessione di utili e capitali imponibili, perdita di posti di lavoro e diminuzione dell’indotto economico). Significherebbe prendere in considerazione perdite per la Confederazione fino a ca. 3,2 miliardi e per i Cantoni fino a ca. 2 miliardi complessivi. Di qui la necessità di ridurre ragionevolmente la pressione fiscale per tutte le società, senza quindi più alcuna discriminazione tra imprese indigene ed estere, con una diminuzione dell’aliquota media cantonale dal 18% al 16%. Dimenticandosi dei benefici dei “licence box”, la sinistra rimprovera alla riforma di mettere in difficoltà gli enti pubblici, visto che la riduzione delle aliquote determinerebbe minori introiti fiscali per ca. 2 miliardi, di cui oltre la metà a carico della Confederazione. Nell’avamprogetto mandato in consultazione, il governo aveva proposto di compensare parzialmente questa flessione di gettito con l’introduzione della famigerata imposta sugli utili in capitale (capital gains), poi saggiamente abbandonata in seguito alla levata di scudi degli ambienti economici e dei partiti di centrodestra. Sarebbe stato un errore adottare questa imposta unilateralmente, senza considerare quanto invece succede sulle principali piazze internazionali concorrenti. Il Consiglio degli Stati ha annacquato la riforma, approvando una proposta di minoranza che chiedeva di rinunciare alla (quanto mai urgente) abolizione dell’imposta di bollo sulle emissioni di capitale societario. Si è così persa un’occasione preziosa per migliorare sensibilmente la concorrenzialità della nostra piazza economica. Oltretutto senza alcun vantaggio finanziario per la Confederazione, considerato che è stata incrementata la quota parte dell’IFD a favore dei Cantoni (dall’attuale 17% al 21,2%). Il mantenimento dell’imposta di bollo non è comunque valsa a guadagnare alla riforma il consenso della sinistra. Il presidente del PS, Christian Levarat, ha infatti minacciato di impugnare il referendum, se il Consiglio nazionale non dovesse rimediare a due decisioni della Camera dei Cantoni. La prima concerne il rifiuto di inasprire l’imposizione dei dividendi degli azionisti (con maggiori introiti di ca. 330 milioni per la Confederazione e di ca. 100 milioni per i Cantoni). La seconda riguarda invece il più che opportuno affossamento della proposta della sinistra di ripristinare la piena imposizione dei dividendi in vigore prima della Riforma II della fiscalità delle imprese, approvata nel 2008 dal popolo.

Vedremo che cosa ci riserverà il dibattito al Consiglio nazionale, previsto per la prossima sessione primaverile.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

Opinione Liberale del 11 dicembre 2015

Il prossimo 16 dicembre il Consiglio nazionale si occuperà anche dell’iniziativa popolare lanciata dall’Unione sindacale svizzera (USS) e denominata “AVSplus: per un’AVS forte”. Corredata di 111’683 firme, questa iniziativa chiede di aumentare del 10% le rendite di vecchiaia per tutte le beneficiarie e tutti i beneficiari indipendentemente dal loro reddito (CHF 200.-, risp. 350.- mensili in più per la maggior parte delle persone singole, risp. delle coppie sposate). Costo dell’operazione: ca. 4,1 miliardi all’anno dal 2018, in crescita fino a 5,5 miliardi entro il 2030. I promotori vorrebbero giustificare tale incremento con la necessità di compensare la perdita del potere di acquisto delle rendite che negli ultimi anni non sono state adeguate al rincaro, come invece i salari. Inoltre si tratterebbe di controbilanciare la continua pressione sulle rendite previdenziali del secondo pilastro, dovuta anche alla riduzione del tasso di conversione. L’aumento del 10% verrebbe finanziato attraverso prelievi supplementari sui salari in ragione dello 0,8-1% e mediante gli introiti delle imposte sul tabacco e sugli alcolici, così come dell’IVA e attraverso un’imposta di successione nazionale (quest’ultima spazzata via da popolo e cantoni lo scorso mese di giugno). Non occorrono analisi particolarmente accurate per comprendere che la richiesta dell’iniziativa è semplicemente esorbitante e, per altro, giunge nel momento meno opportuno. Se solo pensiamo alle difficoltà attuali e future della nostra economia a causa del franco forte e dell’attuazione dei contingenti e tetti massimi che dovranno favorire la preferenza per le risorse lavorative indigene, ci rendiamo subito conto di quanto inopportuno sia un aumento del prelievo dei contributi AVS sui salari. Ma non basta. L’iniziativa solleva la questione dell’equità generazionale, affrontandola nel peggiore dei modi. E cioè ribaltando in buona parte, ancora una volta, l’onere del finanziamento dell’incremento delle rendite sulle spalle dei giovani con attività lavorativa, i quali già oggi contribuiscono in misura determinante al finanziamento delle rendite a favore degli attuali beneficiari, in virtù del principio di ripartizione su cui si fonda il sistema dell’AVS. Con lo sviluppo demografico che conosciamo, questo onere sulle giovani generazioni sarebbe destinato a crescere oltre ogni ragionevole limite. L’iniziativa si inserisce obliquamente nel dibattito in corso alle Camere federali sulla Riforma 2020 della previdenza per la vecchiaia. La lacuna finanziaria da colmare nel 2030, se nel frattempo non si adottasse una riforma per la stabilizzazione ed il consolidamento del primo pilastro delle nostre assicurazioni sociali, ammonterebbe a circa 9 miliardi. Il pacchetto di misure di risanamento proposto dal Consiglio federale prevede, tra l’altro, un ulteriore aumento dell’IVA dell’1,5%. A tale aumento verrebbe ad aggiungersi l’incremento percentuale della stessa imposta indiretta, che si renderebbe necessario per compensare il mancato gettito dell’imposta nazionale sulle successioni, nel frattempo caduta in votazione popolare.

Le controindicazioni dell’iniziativa sono dunque consistenti. Non è certamente questo il periodo più indicato per estendere le prestazioni dell’AVS. La priorità politica è infatti un’altra: stabilizzare l’intero sistema, consolidandolo finanziariamente in modo da garantire la sua sostenibilità a lungo termine. Vi invito pertanto ad aderire alla proposta di maggioranza e a raccomandare di respingere l’iniziativa in votazione popolare.

Giovanni Merlini

09 dicembre 2015

Un paio di passi indietro. Dopo le dimissioni della Consigliera federale grigionese Eveline Widmer-Schlumpf, una parte sempre più consistente del mondo politico ha (finalmente) riconosciuto all’UDC il diritto ad un secondo rappresentante in governo, in particolare alla luce del suo trionfo elettorale lo scorso 18 ottobre scorso. È nato così il cosiddetto “ticket. Un’abile mossa dell’UDC per accreditare la sua sensibilità confederale nei confronti delle aspirazioni delle principali regioni linguistiche della Svizzera: un’opzione svizzero tedesca, una romanda e una ticinese. Ma il vero obbiettivo strategico non era difficile da decifrare: portare un romando nella stanza dei bottoni per rafforzare l’UDC nella Svizzera francese, dove i suoi margini di crescita sono ancora considerevoli. Con buona pace del giovane e scattante Aeschi, appositamente indicato come pupillo di Blocher e dello stesso presidente del governo ticinese Gobbi, rappresentante della Svizzera italiana desiderosa di riscatto. I vertici dell’UDC sono così riusciti a confondere un po’ le acque, quel tanto che bastava. E poi, tanto per chiarire agli esclusi dal ticket il loro destino in caso di eventuali sgarri, ecco la clausola di sapore vetero-staliniano: espulsione automatica dal partito per qualsiasi candidato non ufficiale che avesse l’ardimento di accettare un’elezione a sorpresa. Da una parte la pretesa di difendere la “svizzeritudine”, dall’altra lo sprezzo dell’autonomia e della sovranità dell’Assemblea federale, consacrata dalla Costituzione federale, garante virtuosa del nostro modello politico di successo. Ma questa è un’altra storia.

Spazio ai bookmakers. Da una parte il trio ufficiale, dall’altra gli ipotetici Sprengkandidate (divenuta la parola del mese). Mormorii, cigolii e teoremi hanno scandito le ultime settimane, raggiungendo il culmine, come da copione, nella Notte dei lunghi coltelli: cominciata all’ora dell’aperitivo al primo piano dello Schweizerhof e proseguita nelle sale sfarzose del Bellevue, mecca a cinque stelle di telecamere, stati maggiori generali di partiti, staff e semplici curiosi. Lo si percepiva bene, nelle vie della Città vecchia di Berna, che la partita era ancora aperta.

Mercoledì 9 dicembre 2015. Alle 5:30 la sveglia suona e una buona dose di adrenalina per l’appuntamento con le Istituzioni sprigiona il suo effetto. Lunghezza della cravatta centrata al primo tentativo, colazione e alle 7:15 riunione di frazione per l’ultima verifica dei possibili scenari sotto il cupolone. Alle 8:00 suona la campanella della brava Presidente del Consiglio nazionale per l’inizio dei lavori che si concentrano dapprima sull’applauditissima laudatio alla Consigliera federale uscente, dopo mesi di graticola. In partenza anche la Cancelliera della Confederazione, poco conosciuta ai più, ma il cui ambito di competenza è importante. Ben presto ci si avvicina al clou dell’ordine del giorno, ovvero l’elezione di coloro che siederanno nello Chalet fédéral. Un’operazione da compiere “con scienza e coscienza”, come auspicato da Christa Markwalder. Ecco dunque la scontata conferma di tutti i Consiglieri federali uscenti, dove brillano Alain Berset, Doris Leuthard e, più di tutti, Didier Burkalter. Chiari segnali di distensione anche dall’UDC.

Stellungnahmen. Alle 10:30 arriva il momento più atteso. Si comincia con i capigruppo che riferiscono la posizione del proprio partito. Adrian Amstuz (UDC) pretende il ripristino della concordanza, possibile unicamente se ci si attiene al tricket, ritenuto custode dei principi fondanti di libertà e indipendenza. Ignazio Cassis (PLR) richiama – dopo 8 lunghi anni di instabilità e crisi istituzionale – al senso di responsabilità, poiché l’orizzonte del benessere svizzero presenta qualche nube che va affrontata con soluzioni serie e condivise. Per Filippo Lombardi (PPD) è l’ultima elezione su cui peserà l’effetto della clausola ghigliottina, dopodiché i popolari democratici eserciteranno il loro mandato in piena libertà. Roger Nordmann (PS) reinterpreta in modo (troppo) creativo la formula magica e si dice sorpreso che il centro non abbia legittimamente rivendicato il seggio di EWS. Bocciatura completa anche dai Verdi che, richiamando la centralità dei diritti fondamentali, ritengono ineleggibili i candidati democentristi. Unica raccomandazione di voto chiara è quella del fronte verde-liberale, che indica il candidato ticinese: una questione di rappresentanza regionale, di capacità comunicativa e di esperienza di governo, a conferma della positiva impressione che il nostro Consigliere di Stato ha lasciato nelle audizioni.

Le viticulteur de Bursins. Alle 11:05 i bigliettini colorati si rovesciano sul tavolo nella saletta dove siedono gli scrutatori. La prima tornata premia subito Guy Parmelin (90), secondo con un certo distacco Thomas Aeschi (61) e terzo Norman Gobbi, che con 50 voti personali raccoglie un risultato di tutto rispetto, per lui e per il Cantone Ticino. Il candidato selvaggio, ovvero Thomas Hurter, tramonta immediatamente con 22 voti. Con il secondo turno comincia a prender forma il “voto utile”: Parmelin decolla e la meteo della giornata appare ormai facilmente intuibile. Al terzo turno, infatti, giunge l’annuncio: Gewählt ist, mit 138 Stimmen, Guy Parmelin.

Opinione Liberale del 20 novembre 2015

La carneficina di Parigi ha rimesso a nudo la vulnerabilità della Francia e di tutto l’Occidente di fronte alla minaccia multiforme del fondamentalismo salafita. E lo ha fatto in modo raccapricciante. Un attacco di rara viltà, che ha colpito nella mischia. La novità è il reclutamento di giovani invasati nati e cresciuti in Francia, pronti a farsi saltare in aria, immolandosi per una causa delirante. In Europa non era mai successo. La Francia è in guerra, ha ribadito un Hollande sempre più marziale e preoccupato di coprirsi sulla destra, dalla cui sponda Marie Le Pen non gliele manda a dire martellando sull’abbandono di Schengen e sulla chiusura delle frontiere. Che si tratti di una guerra non vi è ombra di dubbio. Ma di certo non nella sua accezione tradizionale. Guerra asimmetrica, ubiqua e senza regole: subdola quant’altre mai. Il nemico non è confinato geograficamente solo in Siria, tra i ribelli e gli oppositori di Bashar Assad. È dappertutto: in Afghanistan, in Iraq, in Libia, in Mali, in Nigeria, ma anche qui in Europa (Francia, Belgio, Paesi Bassi, Gran Bretagna, ecc.) e nella stessa tranquilla Svizzera, dove nella periferia di Winterthur è stata identificata una cellula jihadista, non si sa quanto attiva. E intanto la società libera e aperta, multiculturale e votata allo Stato di diritto si interroga stranìta. Le garanzie costituzionali potrebbero subire una sospensione prolungata, perlomeno nella Francia oltraggiata dalla barbarie. Ma anche altri Paesi ci stanno pensando, a cominciare dal Belgio che si ritrova in casa propria, nella sua stessa capitale, un intero quartiere islamico fucina di radicalizzazione spinta. Le risposte politiche non sono state finora granché convincenti. L’Unione europea continua a balbettare. Mentre il ministro francese della difesa richiama ai suoi colleghi europei il dovere di solidarietà e di reciproco aiuto secondo l’art. 42.7 del Trattato dell’Unione in caso di aggressione di un Stato, la cancelliera Merkel si affretta a ribadire il rifiuto della Germania di partecipare a qualsiasi azione militare in Siria. L’Europa della moneta unica stenta ad abbozzare anche solo i contorni più vaghi di una politica militare coordinata. Ogni Stato va per la sua strada, in ordine sparso. A dispetto della ridondanza mediatica e dei proclami promettenti, temo che neppure dopo una simile mattanza di innocenti l’Europa avrà la capacità e la determinazione per riuscire a fare un salto di qualità nel suo approccio alla lotta contro il terrorismo. Troppi gli interessi divergenti, troppi i condizionamenti economici e politici. L’impostazione di una strategia efficace presupporrebbe un’analisi critica degli errori madornali commessi in Medio Oriente negli ultimi decenni. E non mi riferisco soltanto agli interventi militari prolungati in Iraq ed in Afghanistan o all’abbattimento del regime di Gedhafi in Libia, senza alcun piano per la gestione della successiva transizione politica in quei Paesi. Bensì pure a tutta quella rete di alleanze più o meno indecenti, tessute per troppi anni dall’Occidente con l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo (in funzione anitiiraniana) e dettate ben più dalla convenienza economica anziché da una lucida visione degli equilibri geopolitici di una regione stabile come una polveriera. Si è preferito chiudere non uno, ma due occhi di fronte all’osceno finanziamento dell’Isis da parte di queste monarchie feudali e di altri poco raccomandabili attori, pur di accelerare la caduta del dittatore siriano. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un esodo biblico dalla martoriata Siria e uno Stato islamico che si è diffuso a macchia d’olio, con sempre nuovi predicatori d’odio in cerca di carne da macello. Sull’efficacia degli attacchi aerei dubitano anche gli esperti. Se si vorrà venire a capo del problema occorrerà sporcarsi le mani e calzare gli scarponi perché le guerre si vincono solo sul terreno. Ma senza una grande coalizione che coinvolga anche la Russia del sempre meno reietto Putin, oltre agli USA e ai principali Paesi dell’UE, non se ne farà nulla. E comunque servono obiettivi politici che siano finalmente chiari e condivisi. La soluzione non potrà infatti essere solo di natura militare. Vanno ripensate le politiche migratorie e i modelli di integrazione finora in auge, e non solo in Francia. Il degrado delle periferie urbane, l’emarginazione sociale e la crisi economica alimentano il disadattamento e i processi di radicalizzazione. Ma anche le esasperazioni del multiculturalismo buonista vanno combattute. Il dialogo interreligioso è sacrosanto, ma è inaccettabile che lo Stato di diritto venga neutralizzato e sostituito dalla legge della Sharja in interi quartieri delle grandi metropoli europee. La tolleranza della società aperta e liberale non va confusa con l’arrendevolezza di fronte all’intolleranza di certi atteggiamenti. Se gli onirici e stupendi Cristi crocefissi di Chagall vengono additati come offensivi per la suscettibilità degli allievi musulmani di una classe di scuola elementare, tanto da indurre la direzione ad annullare la visita al museo, allora significa che le idee attorno al concetto di pluralismo sono ancora decisamente troppo confuse. Forza e coraggio, c’è tanta strada da fare.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale