10.10.2018

Il diritto nazionale è buono, mentre il diritto internazionale è cattivo. Cattivo perché limiterebbe la nostra indipendenza e sovranità. Questa è la tesi di fondo dell’iniziativa cosiddetta “per l’autodeterminazione”. Una tesi avventurosa e priva di alcun fondamento. La sovranità sta ad uno Stato come l’autonomia e la capacità di agire stanno ad una persona. Se io decido di concludere un contratto di collaborazione con Tizio perché lo ritengo nel mio interesse, non limito la mia capacità di agire: la esercito. Lo stesso vale per uno Stato. Se la Svizzera, senza che nessuno l’abbia mai obbligata a farlo, ha concluso migliaia di accordi internazionali con centinaia di Stati lo ha fatto nel suo interesse nazionale e quindi ha esercitato la sua sovranità, agendo come nazione indipendente e determinata a rafforzare la sua posizione sul piano internazionale. È stato così per evitare la doppia imposizione di società e cittadini svizzeri, per promuovere gli investimenti e il libero scambio commerciale oppure per regolare il traffico dei pagamenti, i controlli doganali, i trasporti aerei, per combattere la tratta di persone e la violenza domestica, per proteggere i nostri brevetti, ecc. È stato così anche con i Bilaterali: grazie ad essi abbiamo garantito ai nostri prodotti l’accesso all’enorme mercato europeo senza dover aderire all’UE ed evitando allo stesso tempo un fatale isolamento economico. Oltre a non essere cattivo, il diritto internazionale non è neppure straniero: è diritto comune e quindi anche nostro. Si tratta infatti (in ragione di circa il 95%) di diritto contrattuale e in quanto tale appartiene agli Stati contraenti, Svizzera compresa. Essendo anche nostro, il diritto internazionale ci consente p.es. di rivolgerci agli organismi dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) per chiederne l’intervento di fronte alla guerra dei dazi scatenata da Trump, con i suoi effetti penalizzanti per la nostra economia di esportazione. E potremo fare lo stesso se nelle prossime settimane la Commissione europea limitasse nuovamente ad un solo anno il riconoscimento dell’equivalenza della nostra normativa borsistica. Il diritto internazionale è il giubbotto antiproiettile dei piccoli Stati che, non potendo far valere il diritto della forza, si difendono con la forza del diritto. Ma è anche lo scudo che protegge i nostri diritti e quelli delle minoranze. Grazie alla Convenzione europea sui diritti dell’Uomo (CEDU) ratificata dal nostro parlamento nel 1974 e nel mirino degli iniziativisti, ognuno di noi può impugnare davanti alla Corte di Strasburgo una decisione del Tribunale federale (TF) in contrasto con uno o più diritti fondamentali garantiti dalla CEDU. Ne sanno qualcosa le figlie di un lavoratore argoviese deceduto nel 2005 a causa di un mesotelioma pleurico dovuto al contatto prolungato con l’amianto durante la sua attività in fabbrica. Il TF aveva dovuto respingere la richiesta di indennizzo della famiglia perché la pretesa risarcitoria era già prescritta. Per contro, la Corte di Strasburgo ha accolto il ricorso nel marzo 2015, stabilendo che un termine di prescrizione di soli 10 anni in caso di danni corporali o di decesso in seguito ad atto illecito risulta incompatibile con la garanzia di un processo equo. Il legislatore federale è quindi poi corso ai ripari, prolungando a 20 anni la prescrizione per questi casi. La possibilità di ricorrere a Strasburgo è quindi essenziale, dal momento che il TF è tenuto ad applicare una legge federale anche se ne accerta l’incostituzionalità. Ma è pure importante perché la nostra Costituzione può essere modificata in ogni momento, anche con nuove disposizioni che violano i diritti fondamentali. Rinegoziare da subito tutti gli accordi internazionali in contrasto con la nostra Costituzione, come chiede l’iniziativa, è una pia illusione. Per rinegoziare un trattato bilaterale occorre essere in due, non basta che la Svizzera lo esiga. Se poi si tratta di un trattato multilaterale, lo devono volere tutti gli Stati firmatari. Lo stesso Trump, che credeva di riuscire a rinegoziare l’Accordo di Parigi sul clima, ha dovuto ricredersi: i suoi sforzi si sono risolti in un nulla di fatto. Se non ci riescono gli USA, figurarsi un piccolo Stato come il nostro. L’iniziativa prevede che il trattato in questione vada disdetto “ove necessario”, se non è possibile rinegoziarlo. Ma chi stabilirà se è necessario? Non è nemmeno dato sapere chi, quando e come procederà alla disdetta: il Consiglio federale, il Parlamento, i tribunali? E come la mettiamo con la sovranità popolare, se il trattato in questione è stato approvato dal Popolo? L’incertezza giuridica la farà da padrone e i conflitti di competenza sono già programmati. Su tutti gli attuali accordi internazionali ratificati dal nostro Paese penderà la spada di Damocle di un’eventuale disdetta, con grave pregiudizio alla nostra affidabilità internazionale.

Questa non è autodeterminazione: è semmai autodebilitazione.

CdT del 12.05.2018

Ai promotori dell’Iniziativa Moneta intera va perlomeno dato atto di aver sollevato un dibattito critico sui limiti del nostro sistema monetario e creditizio, che come tutti i sistemi umani è lungi dall’essere perfetto. Cionondimeno sono convinto che gli obbiettivi della loro iniziativa resterebbero ampiamente disattesi anche in un regime di moneta intera. Cominciamo da due scenari: la paventata corsa agli sportelli nel caso di un crollo di fiducia verso uno o più istituti bancari e il rischio di grandi crisi finanziarie, come quella scoppiata nel 2007-2008. È vero che in un sistema a moneta intera si riuscirebbe a scongiurare la corsa agli sportelli. I clienti non si precipiterebbero a prelevare i loro risparmi sui conti correnti (depositi a vista), sapendo che sono coperti integralmente dal controvalore sotto forma di banconote o di averi in giroconti detenuti dalla loro banca presso la BNS e contabilizzati esternamente al bilancio, quindi al di fuori della massa fallimentare in caso di insolvenza. Tuttavia i conti risparmio e gli altri tipi di investimenti non sarebbero comunque protetti. Inoltre, in Svizzera non vi sono mai state corse agli sportelli, grazie alla stabilità del nostro sistema. Un simile rischio, in futuro, dovrebbe essere ancora più ridotto per effetto delle prescrizioni restrittive adottate nell’ultimo ventennio in materia di fondi propri e liquidità. L’ultimo dissesto finanziario di un banca svizzera risale per altro al 1991, con il fallimento della Cassa di risparmio di Thun, quando non esistevano ancora tutte le restrizioni legali e le direttive dell’autorità di vigilanza (oggi è la FINMA) che limitano la possibilità delle banche di creare denaro scritturale dal nulla, mediante la concessione di crediti. Quanto alle crisi finanziarie: l’ultima, di dimensioni planetarie, ebbe origine da una scriteriata sottovalutazione dei rischi da parte delle principali banche americane, le quali – incoraggiate anche dalla Federal Reserve e da un’esuberante politica di accesso alla proprietà promossa già dagli anni di Bill Clinton – avevano concesso, su larga scala, crediti ipotecari a famiglie con scarse garanzie di solvibilità. Considerate le difficoltà nell’ottenimento del rimborso dei loro crediti, le banche americane pensarono bene di liberarsene, cartolarizzando i mutui in prodotti strutturati complessi (che si sarebbero ben presti rivelati “tossici”) e immettendoli così nel circuito dei mercati finanziari. In seguito alla crisi di fiducia reciproca i prestiti interbancari subirono una paralisi e la bolla dei “subprimes” scoppiò, con le note conseguenze. Anche UBS ne fu talmente colpita che rischiò il fallimento: aveva infatti fortemente investito in titoli strutturati, basati sui crediti immobiliari americani, e lo avrebbe potuto fare anche in un sistema a moneta intera. A posteriori possiamo dire che la decisione politica di salvare la più importante banca del Paese, in virtù della sua importanza sistemica, fu opportuna. L’ancorché rischiosa iniezione da parte della Confederazione di 6 miliardi di franchi convertibili in azioni e il rilevamento da parte della BNS di titoli “tossici” e illiquidi per 38,7 miliardi di dollari, evitò danni economici e sociali incalcolabili. Si rivelò pure un ottimo affare. L’operazione di salvataggio non solo non andò a gravare sulle spalle dei contribuenti, bensì consentì alla Confederazione di recuperare i fondi e di conseguire già nel 2009 un utile di un miliardo di franchi con la vendita delle azioni ad investitori istituzionali. Idem per la BNS, per la quale l’operazione di stabilizzazione durò qualche anno in più (fino al 2013) fruttando però interessi per 1,6 miliardi di dollari e un utile sulla vendita dei fondi di 3,8 miliardi di dollari. È dunque la sottovalutazione dei rischi, che la moneta intera non impedisca affatto, e non l’emissione in sé di denaro scritturale (promessa di pagamento) da parte delle banche commerciali il fattore scatenante delle crisi finanziarie. Il rimedio proposto dall’iniziativa è quindi inefficace, oltre a comportare una serie di gravi controindicazioni. Infatti, i soli depositi di risparmio (senza dunque i conti correnti) sarebbero largamente insufficienti per finanziare integralmente i crediti richiesti dagli attori economici che investono. I costi di rifinanziamento delle banche aumenterebbero e quindi anche gli interessi e le spese che verrebbero accollate ai clienti, con il forte rischio di una stretta creditizia e quindi di minori investimenti con conseguente perdita di posti di lavoro, per tacere dei rischi di una destabilizzazione del franco svizzero e di un’inflazione non più controllabile da parte della BNS. Un vecchio adagio popolare dice di non riparare ciò che non è rotto. A maggior ragione se il prezzo della riparazione è esorbitante, come con la moneta intera.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

La Regione del 12 aprile 2018

L’approccio globale da cui è scaturita la riforma fiscale e sociale, approvata da un’ampia maggioranza del Gran Consiglio, merita di essere confermato dal popolo. Rappresenta un buon patto politico tra famiglie, contribuenti facoltosi e aziende nel nostro Cantone. Respingerlo significherebbe rinunciare ad un progetto lungimirante che è nell’interesse generale poiché riesce ad integrare responsabilmente misure fiscali urgenti ed esigenze sociali viepiù sentite. È una soluzione organica che risponde inoltre alla necessità di migliorare l’attrattiva fiscale del nostro Cantone per determinate categorie di contribuenti e di promuovere l’accesso delle donne al mercato del lavoro conciliandolo meglio con gli impegni familiari, in una sorta di “simmetria dei vantaggi” di respiro interclassista.

In ambito fiscale il pacchetto di misure tiene conto dei rapidi cambiamenti a livello internazionale e nazionale, mirando a rendere un po’ più competitivo il nostro Cantone che attualmente è tra i più onerosi nell’imposizione della sostanza delle persone fisiche, risp. del capitale delle imprese. Gli interventi proposti sono comunque lungi dal configurarsi come una defiscalizzazione spinta: il minor gettito fiscale per Cantone e Comuni è stimato in soli 22,1 mio. di fr. all’anno su un gettito totale annuo delle persone fisiche e giuridiche di ca. 1,4 miliardi di fr., ma perlomeno il nostro Cantone si riavvicinerà alle medie intercantonali. In Ticino l’imposizione della sostanza dei grossi contribuenti è la quinta più onerosa rispetto agli altri Cantoni e quella del capitale delle aziende è anch’essa davvero poco concorrenziale. In un contesto federalista competitivo occorre trattenere sul nostro territorio i contribuenti più cospicui e, pur evitando esagerazioni, attrarne nuovi. Ciò vale soprattutto se a pochi chilometri di distanza vige una pressione fiscale allettante. In Ticino l’1% delle persone più facoltose genera ben il 57,5% del gettito cantonale dell’imposta sulla sostanza. Il loro contributo è quindi notevole.

Nel concreto, si tratta di ridurre progressivamente l’aliquota massima dell’imposta sulla sostanza dal 3,5 al 2,5 per mille e di adottare il freno all’imposta sulla sostanza, sul modello combinato di ciò che già avviene nei Cantoni di Ginevra e Argovia. Questi due accorgimenti dovrebbero permettere di contrastare il deflusso dal Ticino di prezioso substrato fiscale verso lidi più accoglienti; un fenomeno preoccupante che dal 2011 ha determinato una contrazione netta della sostanza imponibile dei primi cento contribuenti per 1,1 miliardi di fr.

A favore delle aziende si introduce la possibilità di dedurre il 10% dell’imposta sull’utile dall’imposta sul capitale e si riduce la base imponibile delle società la cui attività principale riguarda l’amministrazione di partecipazioni.

Queste misure sono coerentemente collegate a incentivi a favore delle società innovative (start-up) che spesso offrono posti di lavoro qualificati e investono nelle nuove tecnologie offendo opportunità di lavoro ai giovani. Infine, gli sgravi previsti sono parzialmente bilanciati da dispositivi di compensazione, tra cui l’aumento della quota imponibile dei dividendi e la proroga del supplemento dell’imposta immobiliare cantonale delle imprese.

Questa riforma è anche sociale, come ricordato in esordio. Infatti, nel 2019 è prevista l’entrata in vigore di un pacchetto di misure a favore delle famiglie, finanziate dalle aziende stesse. Dall’assegno parentale di 3’000 franchi annui per molti nuclei familiari alle riduzioni delle rette per i nidi dell’infanzia, passando per ulteriori aiuti finanziari, la manovra favorisce l’economia che a sua volta s’impegna a rafforzare la socialità, migliorando la conciliabilità tra famiglia e lavoro. Un circolo virtuoso che sarebbe poco saggio interrompere. Sono tutti motivi più che sufficienti per votare un sì convinto il prossimo 29 aprile.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

Opinione Liberale del 16.03.2018

Il 1.1.1895 l’Agenzia telegrafica svizzera (ATS) apriva il suo primo ufficio a Ginevra, con due redattori e un garzone. Frutto di una visione lungimirante e federalista che attribuiva la debita importanza alla redazione e diffusione, in tre lingue nazionali, di migliaia di dispacci ogni anno. Notizie verificate con accuratezza e trasmesse ai giornali, più tardi anche alle emittenti radiofoniche e televisive del Paese. Il Journal de Genève, la NZZ e il Bund furono, insieme a Charles Morel, i principali promotori di questa iniziativa di interesse pubblico che si prefiggeva di assicurare un’informazione indipendente, regolare, rapida, sicura e la più imparziale possibile, proporzionata alla rilevanza dei fatti e libera da influenze straniere. Restano indimenticabili la professionalità e l’inconfondibile timbro di voce di Mario Casanova che scandiva solenne l’accurato notiziario radiofonico dell’ATS, fino ai primi anni ‘70. Quanto sia ancora attuale e indispensabile un’informazione di comprovata qualità in tempi di fake news non deve essere dimostrato. Non possono quindi lasciarci indifferenti le modalità con cui i dirigenti dell’ATS intendono procedere alla ristrutturazione annunciata in seguito alle pressioni degli azionisti e dell’ultimo arrivato gruppo austriaco. Questi ultimi, nella loro qualità di editori, sono acquirenti sempre meno dipendenti dai servizi forniti dall’agenzia, vista l’abbondante ma incontrollata offerta di notizie online, e quindi negoziano le tariffe al ribasso. Su un totale di 150 unità lavorative a tempo pieno ne verranno soppresse tra 35 e 40 sinora occupate nell’informazione in italiano e francese, poiché soltanto le prestazioni fornite in lingua tedesca sono ancora redditizie, potendo beneficiare di un bacino d’utenza sufficiente. Rischia quindi di essere compromesso il principio di un servizio di base equivalente in lingua tedesca, francese e italiana se verranno a mancare diversi collaboratori delle due lingue minoritarie. Un pessimo affare per la Svizzera italiana e romanda. La Confederazione per ora sta alla finestra a guardare, benché sia cliente dell’ATS a cui versa ogni anno onorari di CHF 2,75 mio. per il mandato di prestazioni nelle tre lingue a favore di tutta l’Amministrazione federale. Dal primo gennaio 2019 è inoltre previsto un sussidio federale di CHF 2 mio. all’anno per lo svolgimento di compiti di servizio pubblico. Certo, trattandosi di una società di diritto privato, toccherebbe agli ambienti economici interessati trovare uno sbocco decente alla crisi dell’ATS. Ma il suo ruolo di interesse generale dovrebbe suggerire al Consiglio federale di farsi sentire, combinando il nuovo sostegno finanziario a precise condizioni che assicurino un servizio equivalente in lingua italiana e francese. L’ATS è anche memoria e coesione nazionale. È sinonimo di accertamento scrupoloso delle fonti. Il rappresentante della Svizzera italiana nel governo conosce bene il problema: Ignazio Cassis si è sempre battuto per il plurilinguismo e la promozione dell’italiano ed indovino quindi la sua inquietudine, mentre il resto del Consiglio federale – contrariamente a quanto avvenuto per l’iniziativa No Billag - non sembra finora troppo turbato dagli scenari che si prospettano in caso di forte ridimensionamento dell’ATS, con le conseguenze in termini di formazione democratica dell’opinione pubblica e di scambio di informazioni tra le regioni linguistiche svizzere. Beato ottimismo.

CdT del 26.01.2018

L’iniziativa per l’abolizione del canone radiotelevisivo ha orientato i riflettori e i microfoni della SSR su sé stessa. Al centro del dibattito sta la complessa natura del servizio pubblico radiotelevisivo nel contesto federalista e multiculturale della Svizzera, in una società sempre più digitalizzata. Aspramente criticata dai promotori della cosiddetta #NoBillag, soprattutto per le dimensioni assunte dalla sua offerta, la SSR si vede quindi costretta e rendere conto delle sue scelte strategiche, ben consapevole delle esigenze di trasparenza degli utenti che la finanziano. È l’occasione per ripensarsi parzialmente, dopo aver captato la domanda di cambiamento, sfruttando allo stesso tempo il margine di miglioramento sul piano dei contenuti. Sarebbe tuttavia irresponsabile spegnere l’interruttore di un’azienda che da svariati decenni svolge un importante ruolo di integrazione identitaria nella Svizzera contemporanea. Nella realtà ticinese non può essere sottovalutata neppure la rilevanza economica della RSI: ca. 1’700 tra posti di lavoro diretti e indiretti, con un valore aggiunto di oltre 200 mio. di franchi che irrora una moltitudine di piccole e medie realtà professionali. Linfa vitale per un Cantone che vuole essere un polo autorevole anche nel settore audiovisivo. Mi auguro che il Ticino non sia disposto a compiere un deliberato harakiri, proprio in un ambito in cui beneficia di un trattamento particolarmente favorevole, grazie alla ridistribuzione assai solidale dei proventi del canone (22% delle risorse della SSR). In un mercato esiguo come quello svizzero – per tacere di quello ticinese – l’abrogazione della tassa di ricezione avrebbe conseguenze nefaste per la qualità dei programmi, soprattutto di quelli con carattere informativo e di approfondimento. Il cespite d’entrata della pubblicità coprirebbe un’infima parte dei costi a carico di qualsiasi promotore pubblico o privato. Gli abbonamenti facoltativi non riuscirebbero a supplire ai proventi del canone: per rimanere abbordabili permetterebbero solo l’accesso a programmi di intrattenimento scadenti, mentre per guardare lo sport si sborserebbero somme ben più elevate. Anche alle attuali emittenti private, che pure svolgono un servizio pubblico complementare a livello regionale, verrebbe a mancare una quota importante di risorse pubbliche. Scomparirebbe l’obbligo di un’offerta di buona qualità, accessibile a tutta la popolazione alle medesime condizioni e ad un prezzo equo. La SSR è chiamata senz’altro a migliorare costantemente il suo prodotto. Ma per poterlo fare le serve una parte consistente del gettito del canone e uno statuto di indipendenza che non sia solo formale, bensì pure materiale. Dovrà mirare sempre più al pluralismo delle opinioni, ad un grado plausibile di oggettività e imparzialità nei servizi giornalistici ed in generale alla solidità dei contenuti. Solo così l’ente radiotelevisivo assolverà pienamente la sua missione, fornendo ai cittadini gli strumenti indispensabili per una libera e critica formazione delle opinioni. Senza un adeguato finanziamento pubblico questa missione risulterebbe irrimediabilmente compromessa. Dovremmo forse piegarci docilmente alla dittatura dell’audience, in balia dagli appetiti commerciali e degli interessi di grandi investitori privati che a nord delle Alpi si stanno strategicamente espandendo?

Il canone radiotelevisivo – che è pari al 75% degli introiti della SSR e dal 2019 si ridurrà a 365 franchi annui – è l’unico sistema di finanziamento che consente di assicurare un’offerta capillare dal punto di vista non solo geografico, ma anche tematico. La ricchezza del nostro Paese – con la sua complessa trama di differenze tra regioni linguistiche, città e campagna, Romandia e Cantoni primitivi, forze progressiste e conservatrici e classi sociali diverse – deve continuare a riflettersi nel servizio pubblico radiotelevisivo. Il nostro Paese sta insieme perché lo vuole, pur rimanendo una comunità eterogenea che nel tempo è riuscita a consolidare la sua coesione interna anche grazie alla SSR. Per continuare a giovarci del suo contributo dobbiamo essere disposti a pagarne il prezzo, per altro del tutto ragionevole, in termini di solidarietà. Questo collante culturale non è dato una volta per sempre. Va alimentato giorno dopo giorno, con un lavoro a più livelli: politico, economico e sociale. La SSR integra questi livelli, funge da amalgama e contribuisce a farci sentire parte di un tutto che si confronta anche con ciò che gli sta attorno, in Europa e nel mondo. La RSI e la SSR, percorrendo il Paese attraverso le istituzioni, le associazioni, le iniziative e l’attualità ci raccontano l’essenza di una Nazione comune, facendoci scoprire il suo territorio, i suoi equilibri, le persone e le storie che lo abitano. Occasioni di confronto e di riflessione che accrescono il nostro senso di appartenenza. Sta solo a noi decidere di non rinunciare a questo patrimonio, sapendo che cosa perderemmo. Evitiamo pericolosi salti nel buio e votiamo quindi NO a questa pericolosa iniziativa.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale