La Regione del 23 febbraio 2017

Un tale batteva le mani ogni dieci secondi. Interpellato sul motivo di questa sua stravaganza, rispose: “È per scacciare gli elefanti”. All’obiezione che non v’era alcun elefante esclamò: “Appunto!”.

Ci sta succedendo qualcosa di vagamente simile: stiamo infatti assistendo all’agonia dei fatti. È il tempo del loro crepuscolo, mentre dilaga la “post-verità”. Il fenomeno è transnazionale e non ne è rimasto immune neppure il nostro piccolo Cantone, anzi. Certo, quando si parla di fatti occorre sempre dar prova di una certa cautela. Spesso dietro un asserito “fatto” si cela una comoda scorciatoia per ovviare ad una carenza argomentativa. Oppure invocare un “fatto” diventa l’artificio dialettico per sottrarsi al confronto delle idee e per sancire la non-negoziabilità di punti di vista consolidati. Lo ricordava già oltre cinquant’anni fa Hannah Arendt, segnalando come ogni cosiddetta “verità di fatto” (Tatsachenwahrheit) miri ad emarginare il senso critico dal dibattito pubblico. Ma i fatti da cui l’era della “post-verità” ha deciso di congedarsi non sono le opinioni dominanti e i pregiudizi travestiti da verità di fatto; sono invece i fatti intesi come dati empirici comprovati (p.es. l’incremento del potere d’acquisto di milioni di persone nei Paesi emergenti grazie alla liberalizzazione dei mercati) e persino gli accertamenti scientifici (come il surriscaldamento climatico dovuto all’effetto-serra).

Il piedistallo su cui dovrebbe poggiare ogni opinione politica sono i fatti

Chissà come reagirebbe Luigi Einaudi di fronte agli odierni successi della “post-verità” o “post-fattualità”. Fu infatti proprio il celebre economista e illustre esponente del liberalismo italiano a propugnare il metodo “conoscere per deliberare nelle sue Prediche inutili del 1959. Disprezzava la superficialità di quei politici che non fondavano le loro decisioni sulla conoscenza approfondita dei fatti. E si doleva che “nulla (…) repugna più della conoscenza a molti, forse a troppi di coloro che sono chiamati a risolvere problemi”. La conoscenza e definizione delle cose prima di qualsiasi decisione: era e dovrebbe essere tuttora la regola d’oro di ogni amministratore e politico responsabile. E non solo: ogni cittadino, a cui sta a cuore il destino del proprio Paese e delle future generazioni, dovrebbe documentarsi, approfondire, soppesare tutti i fattori in gioco per poi determinarsi con cognizione di causa. È un onere non irrilevante, soprattutto in una democrazia diretta che chiama così spesso i suoi cittadini a votare sugli oggetti più disparati. Ma è garanzia di scelte oculate.

Il piedistallo sui cui dovrebbe poggiare ogni opinione politica sono i fatti. Ovvero quelle realtà oggettive e misurabili che – a dispetto del costruttivismo puro e duro – esistono aldilà del filtro interpretativo dei nostri diversi occhiali. Negare i fatti, intesi in questa precisa accezione, o prescinderne disinvoltamente significa compromettere da subito (se non rendere impossibile) qualsiasi confronto teso alla soluzione di un problema, qualsiasi ragionamento coerente e solido: gli interlocutori, infatti, si ritrovano ad argomentare – quando riescono a farlo – su piani diversi. Non riescono a dar vita ad un vero dibattito, visto che manca l’oggetto del contendere: vuoi perché il problema da risolvere in realtà non sussiste (o non sussiste nelle proporzioni denunciate) vuoi invece perché il problema viene negato (o ampiamente ridimensionato) pur ponendosi in tutte le sue evidenze.

Si indeboliscono gli anticorpi del discernimento critico

Il contrasto con l’impostazione di Einaudi emerge in tutto il suo nitore dall’attuale era della cosiddetta “post-verità”. La forza dirompente di quella che ha tutta l’aria di una nuova ideologia globale, cara ai populismi di destra e di sinistra, consiste nella sua capacità di relativizzare e snaturare a tal punto qualsiasi circostanza di fatto (o fattispecie) politicamente rilevante, da modificare radicalmente la scala delle priorità di intervento. Sapere come davvero stiano le cose non ha più importanza. La loro verità (pur con tutti i limiti che caratterizzano questo termine) assume una posizione del tutto secondaria. Gli aspetti oggettivi cedono il passo alle percezioni collettive, alle emozioni, alle convinzioni prevalenti e ai facili pregiudizi. È così che avviene la manipolazione di una buona parte dell’opinione pubblica, con la conseguente creazione di un ampio consenso politico. E intanto si indeboliscono gli anticorpi del discernimento critico contro questo subdolo e abile processo di falsificazione. Si moltiplicano le bufale pilotate e le distorsioni della realtà economica e sociale. L’unica cosa che conta è l’intercettazione degli stati d’animo, delle credenze e delle preoccupazioni di alcuni segmenti della società e in particolare dei cittadini-elettori.

Una narrazione suggestiva e identitaria che promette riscatto sociale

Il flusso delle “post-verità” è ormai incessante e si diffonde grazie ad una precisa strategia di marketing politico grazie al web e ai social media, dove tutto corre tanto veloce quanto incontrollato, generando bolle mediatiche capaci di produrre o distruggere verità di fatto secondo convenienza. E tutto è reso ancora più insidioso dalla rete informatica che studia i cosiddetti followers e i like di ciascuno di noi, affinché ciò che ci giunge sotto gli occhi sia conforme ai nostri orientamenti e ai nostri interessi. Di riflesso ci si lascia comodamente cullare dal cosiddetto story-telling, ovvero da una narrazione suggestiva e fortemente identitaria che promette riscatto sociale all’insegna della precedenza indigena generalizzata e che stigmatizza la diversità.

Dove ci porterà la post-verità lo vedremo presto. I primi scivoloni piuttosto clamorosi di Donald Trump, uno dei suoi massimi cultori, non promettono nulla di buono. Ma anche qui da noi diverse scelte politiche, adottate senza un’analisi seria della situazione e nel solco dello story-telling identitario, stanno rivelando tutta la loro inconsistenza, creando solo difficoltà nei nostri rapporti con gli altri Cantoni e con la Confederazione.

La prima regola del buon governo: chiamare le cose con il loro nome

Resto quindi convinto che si possa fare politica in modo costruttivo solo se si è disposti ad esaminare i dati di fatto e le singole situazioni nella loro oggettività, senza alcun preconcetto. Diceva Confucio che la prima regola del buon governo è chiamare le cose con il loro nome. Le politiche post-fattuali fanno l’esatto contrario. Ogni confronto politico dovrebbe prendere le sue mosse a partire da un minimo comune denominatore: ossia da un accordo perlomeno parziale sulla natura e l’entità del problema che si intende affrontare e possibilmente risolvere. Il che non significa ignorare le implicazioni emotive e percettive legate a quel problema, ma queste non possono diventare l’unico criterio per individuare una soluzione corretta e nell’interesse generale. La politica non può esaurirsi in un esercizio di costante compiacenza agli elettori. È semmai l’arte di trovare soluzioni equilibrate ed efficaci, capaci di consenso. I totalitarismi sono nati quando il sentimento predominante delle masse è diventato l’unica bussola di chi governava.

Ogni tanto sarebbe buona cosa ricordarsene.

CdT del 04 febbraio 2017

Ammettiamolo pure: la riforma 3 della fiscalità delle imprese è complessa e per certi versi ostica da comprendere in tutte le sue componenti tecniche. Ma invece di concentrarci sulla singola pianta, osserviamo l’intera foresta. Il vero quesito politico di fondo è: vogliamo mantenere gli statuti fiscali speciali esponendoci ad una serie di ritorsioni internazionali, oppure vogliamo investire risorse per una piazza economica che rimanga competitiva e continui a creare posti di lavoro anche senza queste agevolazioni concesse dai Cantoni ad alcuni tipi di società? Se la riforma venisse bocciata, come chiedono sinistra e sindacati, sarebbe mantenuta la tassazione privilegiata di società internazionali (holding, società miste e di sede) e la pressione dell’OCSE, del G20 e dell’UE nei confronti della Svizzera aumenterebbe. Il nostro Paese non solo resterebbe iscritto nelle famigerate liste nere, in cui figurano gli Stati che non rispettano gli standard elaborati per scoraggiare la concorrenza fiscale sleale (gli statuti fiscali dei Cantoni sono infatti equiparati ad aiuti statali che distorcono una corretta concorrenza internazionale), ma sarebbe anche verosimilmente oggetto di sanzioni. Entro il 1.1.2019 saremmo costretti ad adeguarci comunque, ma senza alcuna rete di salvataggio in grado di evitare una consistente erosione del gettito fiscale degli enti pubblici, dovuta alla probabile delocalizzazione di molte imprese internazionali che non sarebbero disposte a subire un così forte inasprimento fiscale. La posta in gioco è proprio questa: scongiurare un tale scenario con conseguenze pesanti, considerato che le ca. 24’000 società internazionali a statuto speciale occupano quasi 150’000 dipendenti e contribuiscono per il 49% al gettito complessivo dell’imposta federale sull’utile (ca. 4,3 miliardi di franchi nel 2013), a cui vanno aggiunti ca. 1 ulteriore miliardo di imposta sull’utile dei Cantoni e dei Comuni e ca. 5 miliardi di contributi sociali.

La riforma elimina una manifesta disparità di trattamento fiscale tra le società e introduce un’imposizione uniforme dei loro utili aziendali, perché i Cantoni applicheranno la medesima aliquota d’imposta sia per le piccole e medie imprese locali sia per le società attive a livello transnazionale. Queste ultime pagheranno un po’ di più rispetto ad oggi (anche molto di più se non investono nella ricerca e nello sviluppo) mentre tutte le altre imprese pagheranno di meno, a seconda delle riduzioni delle aliquote che i Cantoni avranno liberamente deciso. Ne gioveranno l’innovazione e i posti di lavoro. Infatti, le misure contemplate dalla riforma – oltre ad essere compatibili con gli standard internazionali – mirano a propiziare gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo e a favorire la creazione e l’insediamento di nuove attività imprenditoriali dall’estero. Vanno in questa direzione sia la possibilità di beneficiare di ammortamenti supplementari nei primi anni per le imprese che trasferiscono in Svizzera la loro sede, sia l’obbligo per Cantoni e Comuni di ammettere uno sgravio fino al 90% dell’utile netto imponibile derivante da brevetti e da altri diritti analoghi (i patent box), sia il loro diritto di riconoscere la deducibilità delle spese sostenute per la ricerca e lo sviluppo fino ad un massimo del 150%.

La riforma ha il pregio di configurarsi secondo un modello federalista e perequativo, perché prevede – oltre ad un contributo supplementare per i cantoni finanziariamente deboli (180 mio.) – un incremento dal 17% al 21,2% (920 mio.) della partecipazione cantonale agli introiti dell’imposta federale diretta (IFD) per mitigare la flessione iniziale di gettito di quei Cantoni (e sono diversi) che intendono compensare l’abolizione dei loro statuti speciali con la riduzione dell’imposta sull’utile delle persone giuridiche.

Questa riforma è un investimento nel futuro e favorirà l’occupazione. E quando ci sono di mezzo così tanti posti di lavoro non si può scherzare con il fuoco. Non per nulla tutti i Cantoni raccomandano un sì il prossimo 12 febbraio. Andiamo a votare sì anche noi !

La Regione del 26 novembre 2016

La democrazia diretta è sotto pressione. Negli ultimi anni sono aumentate le iniziative popolari che mettono a dura prova la capacità dei cittadini di resistere alla tentazione di proposte seducenti, ma fuorvianti e pericolose. La destra nazionalista non esita a strapazzare i diritti popolari, pur di far passare soluzioni che rimettono in discussione il modello di successo elvetico. Un modello che comprende il rispetto dello Stato di diritto, la nostra tradizione umanitaria, l’osservanza della Convenzione europea dei diritti umani (CEDU) e la collaborazione ed i buoni uffici nelle relazioni internazionali, tanto per citare alcuni capisaldi su cui si regge la Confederazione. Ma non scherzano neppure la sinistra e gli ambienti sindacali di quell’area: a Berna, e poi in sede di votazioni popolari, abbiamo dovuto combattere iniziative nocive che avrebbero messo a repentaglio la stabilità finanziaria della Confederazione, dei Cantoni e delle nostre assicurazioni sociali, e altre che, fossero state accolte, avrebbero disatteso il federalismo ed il principio di sussidiarietà, la flessibilità, l’ordinamento liberale del mercato del lavoro e la competitività fiscale svizzera. Tutti fattori che pure rientrano nel cosiddetto modello di successo elvetico.

L’anno prossimo dovremo fare i conti con l’ennesima iniziativa popolare depositata dall’UDC, particolarmente insidiosa. Denominata “Diritto svizzero in luogo di giudici stranieri”, il suo vero scopo è la disdetta della CEDU e degli Accordi Bilaterali con l’UE. I promotori vorrebbero legare le mani ai giudici del Tribunale federale (TF). Propongono infatti che la Costituzione federale sia la suprema fonte di diritto della Confederazione. Secondo il testo dell’iniziativa la Costituzione federale deve prevalere addirittura sul diritto internazionale, riservate le sue disposizioni imperative. Di conseguenza chiede che Confederazione e Cantoni si astengano da qualsiasi impegno internazionale che contraddice la Costituzione federale e che – nel caso di conflitto tra norme del diritto internazionale e norme costituzionali – gli impegni previsti dagli accordi internazionali vadano adeguati in conformità alle indicazioni della Costituzione federale e, se necessario, disdetti. Soltanto gli accordi internazionali soggetti a referendum sarebbero vincolanti per il TF.

Non ci vuole molto per capire che questa iniziativa avrebbe conseguenze pesanti: non soltanto per l’immagine e l’affidabilità internazionale del nostro Paese, in particolare nell’ambito della politica di sicurezza ed in quello della politica estera, bensì pure per l’economia nazionale. Se una qualsiasi legge federale dovesse violare la CEDU (una convenzione internazionale che non è mai stata oggetto di referendum), ecco che il TF – in un caso concreto di impugnazione da parte di un cittadino – si ritroverebbe costretto ad applicare comunque quella stessa legge, pur avendo constatato l’incompatibilità. L’effetto concreto e l’obbiettivo perverso dell’iniziativa “per l’autodeterminazione” consistono dunque nel condizionamento dei nostri giudici, quelli del TF, e non dei giudici stranieri. Anzi la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo potrebbe comunque statuire, su ricorso di un cittadino svizzero, in merito all’eventuale incompatibilità con la CEDU di una disposizione contenuta in una legge federale. E in caso di accertata violazione del diritto internazionale superiore, il ricorrente potrebbe richiedere a Mon Repos la revisione della sua stessa sentenza, secondo quanto previsto dalla Legge sul TF.

I promotori ignorano volutamente che la CEDU non è soltanto diritto straniero, bensì anche svizzero, in quanto democraticamente recepito. Infatti, se è vero che il parlamento, quando ratificò la Convenzione nel 1974, non ritenne di sottoporla al referendum poiché non vi era ancora una norma che glielo imponeva, è però altrettanto vero che a partire dagli anni ’80 ogni Protocollo addizionale della Convenzione fu munito della clausola referendaria e, cionondimeno, nessun referendum fu lanciato. Vale anche per l’11. Protocollo addizionale che stabilisce le modalità di funzionamento della Corte europea dei diritti dell’Uomo, ancora valide oggi. La CEDU può quindi ritenersi ben ancorata nel diritto svizzero, anche dal profilo democratico. D’altra parte l’iniziativa “per l’autodeterminazione”, se approvata, indebolirebbe la nostra democrazia diretta perché costringerebbe il Consiglio federale (CF) a disdire anche gli accordi internazionali approvati dal popolo, ma in contrasto insanabile con la Costituzione federale. Ciò significa che in caso di fallimento dei nostri negoziati con l’UE sulla gestione autonoma dell’immigrazione, il CF dovrebbe disdire unilateralmente il principio della libera circolazione delle persone, previsto da uno dei 7 Accordi Bilaterali I e ripreso negli Accordi Bilaterali II, senza chiedere al popolo la sua opinione. E tutto ciò benché lo stesso popolo abbia approvato con una chiara maggioranza i Bilaterali I nel maggio del 2000, così come i Trattati di Schengen e di Dublino nel 2004 nell’ambito dei Bilaterali II, e benché non sia mai stato lanciato il referendum contro gli accordi ratificati nell’ambito dei Bilaterali II. Le conseguenze di un abbandono dei Bilaterali non tarderebbero a gravare sullo sviluppo economico e sull’occupazione in Svizzera: esclusione delle nostre esportazioni dall’accesso al mercato europeo e serio pregiudizio per il futuro della nostra ricerca, formazione e innovazione tecnologica.

Summa summarum: è piuttosto stupefacente costatare con quale cinismo elettorale e superficialità si possano lanciare iniziative che creano soltanto problemi alla Svizzera, lasciando poi agli altri l’onere di trovare soluzioni praticabili per minimizzarne i danni. Una sorta di insostenibile leggerezza dell’irresponsabilità.

Ogni abuso, anche quello dei diritti, è da condannare. Ma quando si tratta di diritti popolari di natura politica, qualsiasi ipotesi di contromisure deterrenti è delicata (come un eventuale aumento, di per sé giustificato già solo dall’incremento demografico, del numero delle firme necessarie per il valido deposito di un’iniziativa popolare o un rigoroso esame preventivo della sua ricevibilità costituzionale ancora prima della raccolta delle firme) e destinata a scontrarsi con forti resistenze (“in dubio pro populo”). Anche in futuro dovremo quindi saper convivere con proposte provocatorie che verosimilmente non diminuiranno di numero, almeno finché sarà pagante la politica spettacolo delle non-soluzioni.

Provo comunque a concludere con una nota positiva, invitando a non drammatizzare. Se osserviamo la situazione da un diverso angolo prospettico, possiamo considerare di scontare questo ricorso abusivo ai diritti popolari come prezzo necessario della democrazia partecipativa. E così possiamo consolarci, ricordando che il sistema svizzero è comunque preferibile alla democrazia parlamentare dove la classe politica decide indisturbata ogni cosa, salvo sottoporsi al giudizio popolare alla fine della legislatura. Meglio la nostra democrazia diretta, anche se è più complessa nella misura in cui obbliga il legislatore ad essere prudente e a trovare soluzioni mediate e consensuali, in un contesto di condivisione delle responsabilità tra parlamento e popolo. Un lavoro faticoso che richiede tempo. Ma finora ha dato risultati tutto sommato lusinghieri.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

CdT del 05.11.2016

All’orizzonte si delineano sempre meglio i contorni di un’iniziativa popolare dal titolo tanto allettante, quanto fuorviante: “Per un abbandono pianificato dell’energia nucleare”, sulla quale saremo chiamati ad esprimerci il prossimo 27 novembre. L’obiettivo della proposta – ovvero il divieto di produrre energia nucleare in Svizzera – è condivisibile e sostenuto anche dalle Camere federali, ma gli iniziativisti vorrebbero farci credere che sia realizzabile entro il 2029 grazie ad un “abbandono pianificato”. L’abile cosmesi terminologica vorrebbe essere rassicurante, mascherando i grossi rischi che questa scelta precipitosa e caotica comporterebbe.

Le centrali nucleari producono il 40% dell’energia elettrica totale generata in Svizzera. Una rinuncia prematura al loro apporto pregiudicherebbe seriamente l’approvvigionamento interno. Infatti, stando a valutazioni più ideologiche che scientifiche, già entro l’inverno prossimo andrebbero spente 3 centrali su 5, sacrificando il 15% dell’energia prodotta annualmente in Svizzera (paragonabile a 1,6 mio di economie domestiche) e il 40% entro il 2030. Per compensare questo deficit andrebbe convertito il tessuto produttivo così come la sua rete di distribuzione. È tuttavia illusorio ritenere di poter pianificare, progettare e realizzare in così poco tempo nuove centrali idroelettriche o impianti eolici a sufficienza. Occorrono diversi anni per poter attivare nuove centrali: si tratta di progetti che devono sormontare lunghi calvari ricorsuali, generati spesso dalle stesse organizzazioni ambientaliste che si oppongono al nucleare. V’è inoltre una questione di efficienza produttiva che non può essere sottovalutata, poiché – a titolo d’esempio – la produzione elettrica della sola centrale nucleare di Mühleberg corrisponde a qualcosa come 685 macchine eoliche.

Per evitare costosi black-out, la Svizzera sarà dunque costretta ad importare elettricità dall’estero, come peraltro già avviene d’inverno. Uno scenario a dir poco paradossale. Incentiveremmo ancora la produzione di energia nucleare, così come quella proveniente da fonti inquinanti, carbone e gas in primis. La Francia si affida infatti per il 75% al nucleare e la Germania per il 50% al carbone. Il nostro attuale sistema di approvvigionamento, per contro, è fra i più sostenibili al mondo, con un’immissione di CO2 quasi nulla, grazie alla combinazione di energia nucleare e idroelettrica. Ma c’è anche un problema tecnico. Importare massicciamente elettricità dall’estero o produrne in maniera delocalizzata, moltiplicando le centrali sul territorio, sovraccaricherebbe l’attuale rete di trasporto di elettricità. E il suo potenziamento richiederebbe procedure annose, per gli stessi motivi citati sopra.

Discutere di nucleare significa discutere di sicurezza. La Svizzera vanta un sistema di sorveglianza all’avanguardia, garantito dall’Ispettorato federale della sicurezza nucleare (IFSN), che l’anno scorso ha effettuato oltre 500 controlli e in ogni momento può ordinare ai gestori delle centrali tutte le misure ritenute necessarie. Lo stesso IFSN è sottoposto alla sorveglianza di un organo indipendente, ovvero la Commissione federale della sicurezza nucleare. Le norme e i dispositivi in vigore nel nostro paese sono – com’è giusto che sia – molto esigenti. Grazie ad essi è quindi assai improbabile che carenze analoghe a quelle riscontrate nelle famigerate centrali di Fukushima possano manifestarsi nei nostri impianti. Anche i test effettuati dall’autorità europea competente confermano che siamo fra i Paesi produttori più sicuri d’Europa, grazie a disposizioni legali che finora hanno stimolato investimenti pari a 6,3 mia. di franchi nella sicurezza.

L’uscita dal nucleare davvero pianificata e ordinata è contenuta nella Strategia energetica 2050, proposta dal Consiglio federale e affinata dal Parlamento che l’ha avallata nella scorsa sessione d’autunno. È previsto, fra l’altro, lo spegnimento delle centrali che raggiungono il loro ciclo di vita (50 anni) e la rinuncia alla costruzione di nuove. E ciò attraverso un solido programma di conversione sistemica: ossia con lo sviluppo ulteriore dell’approvvigionamento idroelettrico, l’incremento della quota di energia rinnovabile alternativa e il miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici, degli apparecchi e della mobilità. L’uscita dal nucleare è dunque già in atto. La centrale di Mühleberg chiuderà entro il 2019. Seguiranno le altre centrali, attenendosi a una cadenza che rispetta esigenze economiche nonché valutazioni tecnico-scientifiche, e non forzature ideologiche.

Confido che, anche in questa occasione, il popolo sovrano sappia resistere alla tentazione di assecondare questa iniziativa dal titolo accattivante, opponendosi all’abbandono prematuro e disordinato del nucleare. Io voterò NO e vi invito a fare altrettanto. Un approvvigionamento energetico sicuro è fondamentale per le persone, così come per le aziende che devono continuare a beneficiare di condizioni quadro tutto sommato invidiabili. Evitiamo di mettere a repentaglio un simile vantaggio competitivo del nostro sistema-paese.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale PLR

Ottobre 2016

Puntuale come i treni svizzeri di alcuni anni fa, anche quest’anno è giunto l’annuncio del rincaro dei premi delle assicurazioni malattia per il 2017. Per quanto concerne il Ticino, l’Ufficio federale della sanità pubblica ha comunicato un aumento del 5,7% (rispetto a una media svizzera del 4,5%), scatenando comprensibili malumori, ma anche reazioni unilaterali e fuorvianti. Dinanzi alla nuova fattura del proprio assicuratore, infatti, s’innesca l’automatismo per cui si punta immediatamente il dito contro un sistema ritenuto ormai oscuramente dominato dalle casse malati.

Questo processo contro i famigerati “cassamalatari” poco serve, però, a comprendere realmente il complesso settore della salute pubblica. Un approccio impregnato di un tasso così alto di pregiudizio ci distoglie infatti dall’interrogarci sui reali motivi per cui i costi della salute aumentano. E questo tanto più che dall’introduzione della LAMal nel 1996 i premi sono praticamente raddoppiati e intaccano il potere di acquisto di molte economie domestiche. Una progressione maggiore rispetto al costo della vita e ai salari che, sul medio termine, diverrà insostenibile per una fascia sempre più larga della popolazione.

Le cause principali di questa corsa al rialzo concernono direttamente l’allungamento dell’aspettativa di vita (con la relativa diffusione di malattie croniche), il progresso tecnologico della medicina e l’incremento quantitativo delle prestazioni, determinate non solo dai loro fornitori, ma anche dalle cattive abitudini di chi vi fa ricorso per semplici bagatelle: la responsabilità individuale gioca anche qui un ruolo fondamentale. Infatti, se ci chiniamo sulle voci di spesa nell’ambito della salute, dal 2004 al 2014 i costi dei medici sono cresciuti di oltre il 50%, quelli delle cure stazionarie negli ospedali poco meno. Anche l’esplosione delle spese nell’ambito delle cure ambulatoriali deve indurci a riflettere, poiché sono più che raddoppiate in 10 anni (+ 116%). Dietro a queste percentuali si celano le contrattazioni tra molti partner pubblici e privati, il sistema di tariffe TARMED, il DRG (Sistema di tariffazione per gli ospedali) e altri complessi strumenti di politica sanitaria che determinano il flusso di miliardi di franchi. È facendo leva su questi strumenti che possiamo intervenire affinché si possa contenere l’evoluzione della crescita dei costi e dunque anche dei premi.

Quanto agli assicuratori malattia, spesso additati quali principali responsabili del rincaro dei premi, va precisato che il loro settore è tra quelli più controllati in Svizzera e ancora recentemente il Legislatore federale ha adottato importanti correttivi al loro funzionamento, e altri saranno forse ancora necessari. Per quanto riguarda poi l’assicurazione di base, è bene ricordare che vige il divieto tassativo di realizzare utili. I costi amministrativi, gli stipendi (da notare come i manager non guadagnino più degli altri dirigenti del settore parapubblico) e il marketing sono stati ridotti dall’8% al 5% della fattura finale che dobbiamo saldare mensilmente. Detto altrimenti, tra il 1994 e il 2014, queste voci amministrative della spesa sono lievitate quasi impercettibilmente di 2 fr. al mese.

Non riusciremo mai nell’impresa del contenimento dei costi limitandoci semplicemente a “gambizzare” un sistema sanitario all’avanguardia a livello internazionale e basato sulla concorrenza, oltre che sulle collaborazioni tra attori pubblici e privati. Soluzioni monopolistiche – come la cassa malati unica – ci farebbero solo cadere dalla padella alla brace.

Concentrare il dibattito politico sul 5% dei costi della salute non è solo inutile, ma controproducente. Molto meglio affrontare il restante 95% a copertura dei costi delle prestazioni medico-sanitarie che esigiamo a tutela del nostro patrimonio più prezioso, la salute.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale