Risposta a Tuto Rossi

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22.05.2008

Caro Tuto,

vorrei subito rassicurarti: non ho alcuna intenzione di tenere il broncio a chicchessia per l’esito dell’elezione del sindaco a Bellinzona. E’ vero che mi capita ogni tanto di perdere le staffe, cionondimeno ho un carattere piuttosto solare e soprattutto ho troppo rispetto del verdetto popolare, anche quando è tirato come questo. Il tuo beniamino, rifiutando il primato dei voti conseguiti dal sindaco di quindicina lo scorso 20 aprile, ha voluto a tutti i costi la riedizione del confronto di quattro anni fa. Era un suo diritto e la partita se l’è giocata abilmente. Così ora il sindaco di Bellinzona è ancora lui e tu sei felice. Ma la tua lettera aperta è rivelatrice di qualche preoccupazione non peregrina per la situazione in cui egli si è deliberatamente cacciato. Perché la capitale soffrirà verosimilmente di una macroscopica anomalia: il partito di maggioranza relativa, con tre municipali su sette, è infatti senza sindaco e la governabilità della città è ancora una volta a rischio. Conoscendo il senso di responsabilità dei municipali (non solo di quelli del mio partito) sono persuaso che faranno ogni sforzo per promuovere la collegialità dell’esecutivo, nonostante questa stravagante situazione. Ma senza uno sforzo almeno pari da parte del sindaco, sarà impossibile garantirla. Io incrocio le dita e faccio i miei migliori auguri ai bellinzonesi, anche a quelli che non si sono degnati di recarsi alle urne, perché pure loro sconteranno le conseguenze di un’eventuale paralisi della progettualità del municipio. E converrai che l’esempio della scorsa legislatura non lascia spazio a soverchie speranze, a meno di un cambiamento radicale nella conduzione del collegio da parte del “primus inter pares”. Tu invochi, un po’ vendicativamente, le dimissioni del per altro competente municipale Filippo Gianoni, reo di aver aderito al comitato ProBixio: non ti ha mai sfiorato l’idea che se lo ha fatto è forse anche perché sa bene, per esperienza diretta, che cosa ha vissuto in questi ultimi 4 anni? Quanto al PLR cittadino, ha sicuramente commesso qualche errore tattico, ma contrariamente a quanto vorresti far credere tu (o il tuo suggeritore), non ha mai voluto imporre alcun diktat e per quel poco che ne so io la presa di posizione dei sindaci del comprensorio è stata semplicemente motivata dal desiderio di uscire finalmente da un’evidente impasse nel processo aggregativo. Sostenendo con convinzione Bixio Caprara, il PLR ha semplicemente offerto all’elettorato una possibilità di scelta democratica tra due persone profondamente diverse nel concepire l’impegno politico ed il ruolo del sindaco della capitale. Una risicata maggioranza di quella minoranza di elettori che si è espressa ha preferito ridare fiducia a Martignoni, già sedicente radicale, già aspirante Consigliere di Stato udc con tentazioni leghiste, ora nocista, domani non si sa. La città ha così perso –spero non definitivamente- un politico di spessore, certo meno incline agli svolazzi e ai sorrisi acchiappavoti, ma grande lavoratore e attento tessitore del consenso. Se la Turrita abbia fatto un buon affare lo giudicherete tra quattro anni. E intanto voglia la buona sorte che il tuo odierno “sacré feu” e quello di tutti i sostenitori del Masaniello nostrano non vengano estinti dalle macerie dell’inconcludenza operativa.

Giovanni Merlini, Presidente PLR

Casse Malati e assicurati morosi

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20.10.2008

C’è chi è convinto che le Camere federali non avrebbero mai approvato la modificazione dell’art. 64a LAMal se non fossero state -e non fossero tuttora- condizionate dalla potente lobby delle casse malati. Può anche darsi. La novella legislativa entrata in vigore il 1.1.2006 aveva però una sua ratio innegabile: ossia quella di responsabilizzare gli assicurati nel far fronte ai loro impegni nel pagamento del premio. L’unico deterrente efficace nei confronti di coloro che sistematicamente se ne disinteressano e preferiscono dare la precedenza ad altre spese, all’insegna del motto “tanto qualcuno provvederà”, sembrava proprio essere quello di permettere alle Casse malati di sospendere l’assunzione dei costi delle prestazioni fino al momento in cui i premi arretrati e le partecipazioni ai costi, nonché gli interessi di mora e le spese esecutive sono saldati integralmente. Questa soluzione appariva tutto sommato come la più indicata per riuscire a contenere il fenomeno dei morosi, perlomeno di quelli che lo sono per scelta.

Ma ben presto sono emerse le gravi conseguenze di questa nuova regolamentazione. In CH quasi 200’000 persone si sono ritrovate nella condizione di assicurato insolvente senza più alcuna copertura assicurativa; solo nel nostro Cantone la cifra ha oltrepassato già l’anno scorso i 10’000 casi. Lo studio allestito dal signor Bruno Cereghetti nell’agosto dello scorso anno in merito al profilo degli assicurati con sospensione del riconoscimento delle prestazioni previste dalla LAMal ha rivelato, sulla base di un campione di 612 casi, che il moroso medio è piuttosto giovane (tra i 40 ed i 43 anni), perlopiù senza seri problemi di salute, prevalentemente single ed in condizione economica debole (circa il 60%). Il 55% di loro è già stato oggetto di ACB e il 31.4% hanno diritto ad un sussidio elevato per la riduzione del premio. Questi dati, accompagnati da quelli relativi alle persone in mora che hanno beneficiato dell’aiuto dello Stato per almeno 5 anni, hanno temperato la sensazione iniziale della commissione della Gestione, ossia che troppe persone  pur potendo pagare i premi non lo fanno deliberatamente.

Del resto tutti Cantoni e numerosi Comuni sono corsi ai ripari alla ricerca di rimedi per arginare il fenomeno: chi stipulando convenzioni con gli assicuratori (come i Cantoni romandi e BS) in virtù delle quali vengono pagati i premi arretrati al momento della presentazione dell’attestato di carenza beni da parte delle Casse malati, contro l’impegno di queste ultime di non pronunciare fino a quel momento la sospensione della copertura, chi invece coinvolgendo i Comuni nella presa a carico dei morosi con ACB (come LU, SG,AG, TG, OW) chi ancora (come ZH) raccomandando ai Comuni la presa a carico preventiva dei premi solo per i casi a  rischio e pagando a livello cantonale solo a partire dall’ottenimento degli ACB.

Quanto al Ticino, questo tema ci ha procurato non pochi grattacapi. Vi ricordate bene la “telenovela” del messaggio n. 5810 del 5.7.2006 del CdS, con il suo tortuoso iter parlamentare che ha richiesto ben due rapporti commissionali (quello del 28.11.2006 e quello del 4.9.2007) perché il governo non aveva dato la sua adesione al decreto legislativo approvato dal GC, con conseguente seconda lettura nella sessione del 27.6.2007 e rinvio dell’oggetto alla Commissione della gestione rapporto. La soluzione che abbiamo adottato nel settembre del 2007, con validità temporale fino alla fine di quest’anno e con effetto retroattivo al 1.1.2006, rimane ampiamente insoddisfacente, come lo sono tutte quelle adottate dagli altri Cantoni –secondo un modello o l’altro. Oggi vale (in deroga agli art. 20, 21 e 22 della LCmal) il principio per cui il Cantone rimborsa agli assicuratori malattie i crediti scoperti per gli assicurati minorenni i cui genitori sono oggetto di sospensione della copertura ed inoltre il Cantone può, ma non deve, rimborsare all’assicuratore i crediti scoperti vantati nei confronti dell’assicurato a cui è sospesa la copertura, in caso di prima necessità, oppure assumere direttamente i costi di cura di prima necessità, a seconda di che cosa è più conveniente nel singolo caso. Evidentemente con l’assunzione dei costi di cura il Cantone ha il diritto di regresso nei confronti dell’assicurato la cui copertura assicurativa è sospesa, del coniuge, del convivente, dei suoi parenti, dei suoi eredi, legatari o donatari, fino a concorrenza di quanto pagato. Per converso, il diritto di regresso del Cantone vale nei confronti dell’assicuratore malattie se i premi e le partecipazioni ai costi in arretrato, gli interessi di mora e le spese di esecuzione sono pagati integralmente dall’assicurato o rimborsati dal Cantone nella misura in cui esso ha già anticipato i costi delle prestazioni di cui ha dbeneficiato l’assicurato durante al sospensione della copertura assicurativa. La normativa temporanea ha comportato solo nel primo trimestre del 2007 uno scoperto di 1,9 mio. di cui 1,2 mio. per degenze stazionarie; il numero delle persone che hanno ottenuto cure è stato di 906. Il decreto legislativo attualmente in vigore scadrà al 31 dicembre prossimo e dovrà quindi essere o riattivato o modificato se le Camere non procederanno speditamente all’abrogazione dell’art. 64a LAMal. E’ dunque auspicabile, anzi urgente, che anche il nostro Cantone si faccia promotore di una proposta di risoluzione ai sensi dell’art. 102 LGC, come per altro preavvisata dalla Commissione della gestione, al cui rapporto il mio Gruppo aderisce all’unanimità.

Giovanni Merlini

11.04.2008

Intervento in Gran Consiglio sulla libera circolazione delle persone (salari mediani e salari d’uso)

Colleghe e Colleghi,

anche se un po’ datata (perché risale a più di 3 anni fa) la mozione Lurati / Carobbio Guscetti ha il merito di tener desta l’attenzione della politica sulle forti pressioni dall’estero, alle quali è sottoposto il mercato del lavoro ticinese, più di quello nazionale.

Ci siamo ancora recentemente occupati del problema dei sempre possibili abusi in ambito salariale e nelle condizioni di lavoro, quando abbiamo approvato la Legge cantonale di applicazione alla LF sulle condizioni lavorative e i salari minimi per lavoratori distaccati in CH e misure collaterali e della LF concernente i provvedimenti in materia di lotta contro il lavoro nero.

Possiamo dire che il modello ticinese di applicazione delle misure di accompagnamento alla libera circolazione delle persone ha dato finora buona prova nel prevenire e reprimere il fenomeno del dumping salariale, sempre in agguato quando si è in presenza dell’arrivo nel nostro Paese di manodopera molto meno pagata negli Stati di provenienza e quindi disposta ad accettare remunerazioni inferiori a quelle praticate mediamente nei diversi settori della nostra economia  (basti pensare a Stati come la Bulgaria e la Romania entrati a far parte dell’UE a partire dal 1. gennaio di quest’anno).  Il nostro sistema di monitoraggio si fonda su 3 strutture: la Commissione tripartita, l’Osservatorio del mercato del lavoro che fa capo all’IRE e l’Unità di coordinamento presso l’Ufficio della manodopera estera, unità che assicura i contatti costanti con i servizi dell’Amministrazione, con le Associazioni imprenditoriali e sindacali, le Commissioni paritetiche e l’Associazione interprofessionale di controllo del settore della costruzione e altri attori ancora.

I dati riportati nel rapporto di maggioranza confermano che la situazione è sotto controllo. Anche i dati forniti dall’Associazione interprofessionale di controllo in relazione all’attività sul territorio hanno dimostrato l’efficacia delle verifiche puntuali svolte in comune da sindacati e padronato, sfociate anche in precise sanzioni per i trasgressori. Il numero delle notifiche è costantemente aumentato (da 5’182 nel 2005 a 5’741 nel 2006 e nel 2007). Per il 2007, alla fine di novembre, sono state inviate  circa 500 richieste di documentazione e sono stati segnalati 12 casi di mancata applicazione delle tariffe salariali e 71 casi di violazione dell’obbligo di fornire informazioni.

Alla luce di questa situazione il nostro Gruppo condivide la posizione del governo in merito alle singole richieste della mozione, che appaiono oggettivamente inopportune. In particolare ci opponiamo ad inserire nella L-inn, quale salario di riferimento, il salario mediano svizzero perché equivarrebbe ad introdurre una nozione estranea al quadro normativo federale e cantonale che invece utilizza come parametro proprio il salario usuale, p.es. la LF sulla disoccupazione, la Legge cantonale sul rilancio dell’occupazione e la Legge cantonale sull’assistenza sociale per quanto riguarda i programmi di inserimento).

Ma neppure i punti 2 e 3 della mozione –laddove si chiede di rendere pubblico l’elenco di tutte le aziende che beneficiano di aiuti o esenzioni fiscali ai sensi della L-inn- sono condivisibili nella misura in cui comporterebbero una violazione delle norme sulla protezione dei dati e del segreto d’ufficio.

Sul punto 4 relativo alla richiesta di abolire la Commissione “salari d’uso”, il cui mandato scade al 30.6 di quest’anno, si potrebbe invece discutere, perché comunque anche la Commissione tripartita in tema di libera circolazione delle persone ha il compito di partecipare alla determinazione dei salari usuali sul luogo nella professione e nel ramo, secondo quanto prevede l’art. 11 cpv. 1 lett. B della LF sui distaccati.

Per queste ragioni vi chiedo a nome del mio Gruppo di aderire al Rapporto di maggioranza della Commissione della gestione.

Riflessioni sul liberalismo svizzero

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09.12.2008

Questo settimo tomo del monumentale Dizionario storico della Svizzera ha catturato il mio interesse, in particolare –devo ammetterlo- per la presenza della voce Liberalismo che viene illustrata a partire da pagina 665. Ed ecco spiegato come mai la gentile responsabile della Redazione di lingua italiana di questo Dizionario, la collega deputata Chiara Orelli Vassere, mi abbia chiesto di intervenire alla presentazione del volume pubblicato dall’Editore Dadò. Proverò quindi a farvi partecipi di qualche mia considerazione sul tema, che è anche il pretesto per parlare del nostro Paese in un momento delicato, visto il rapido deteriorarsi della congiuntura economica internazionale.

Il liberalismo convive con una perenne difficoltà –la definirei addirittura una resistenza strutturale- che gli procura da sempre molti nemici. E’ paradossale: molti nemici anche oggi, a dispetto del fatto che viviamo in un’epoca in cui, se non proprio tutti, moltissimi si professano a parole liberali, ognuno a modo suo (“in qualche modo” come usa dire oggi).

In che cosa consiste questa difficoltà del liberalismo?

Consiste nella sua ritrosia a produrre e diffondere certezze, nella sua propensione a coltivare il dubbio cartesiano, nella sua avversione ai dogmi e nella sua mania di esercitare la ragione critica anche nei confronti dell’acquisito. E’ un atteggiamento scomodo, lo è stato in passato e lo è ancora oggi: proprio questo suo tratto distintivo lo rendeva insopportabile al sovrano e al potere assoluto, e persino blasfemo agli occhi delle gerarchie ecclesiastiche e dell’autoritarismo dell’Ancien Regime che era stato resuscitato dalla Restaurazione con il Congresso di Vienna (1815). E nondimeno oggi, in un mondo globalizzato alla ricerca di punti fissi di riferimento, di nuovi e forti agganci identitari e localistici, il liberalismo non vuole e non è in grado di offrire risposte definitive e semplicistiche a questioni complesse. Il liberalismo è dunque faticoso, forse qualche volta anche troppo faticoso, e troppo poco rassicurante per chi vorrebbe invece facili soluzioni. I liberali diffidano delle scorciatoie, dei ragionamenti comodi, degli imbonitori con il piffero dal suono suadente.

Certo il liberalismo ha vissuto momenti più epici ed esaltanti di quanto non sia il caso oggi nel nostro Paese, dove molte delle sue conquiste vengono considerate come qualcosa di ormai scontato. Oggi abbiamo tendenza a scordare che il benessere della nazione e la sua sostanziale stabilità –due fattori che le consentono oggi di affrontare con una certa tranquillità le difficoltà dell’incombente recessione economica internazionale- sono anche un lascito prezioso del metodo e del patrimonio di pensiero e di valori del liberalismo “alla svizzera”. Ma come sarebbe oggi la Svizzera se il liberalismo non ne avesse permeato abbondantemente la storia? Che ne sarebbe stato del suo sviluppo a partire dalla metà del XVIII secolo se non vi fossero stati personaggi che dedicarono la loro vita (e spesso buona parte del loro patrimonio) all’affermazione e all’applicazione, anche nel nostro Paese, degli insegnamenti e dei principi del giusnarturalismo profano, dell’Illuminismo e della Rivoluzione americana e poi francese?

Non avremmo mai avuto le Costituzioni del 1830, quelle della cosiddetta Rigenerazione e poi quella federale del 1848. Se a Ginevra nel 1762 non fosse stato scritto Le contrat social, se nel 1804 Friedrich Schiller non avesse messo in scena il Guglielmo Tell, se non ci fosse stato il famoso Gruppo cosmopolita di Coppet, creato da Madame de Staël (nemica giurata di ogni tiranno ed in particolare di Napoleone) e di cui facevano parte intellettuali curiosi e di grande influenza come Karl Viktor von Bonstetten, Charles Léonard Simon de Sismondi e i fratelli tedeschi Schlegel e soprattutto Benjamin Constant, che teorizzò una serie di principi di moderazione della volontà popolare propugnata da Rousseau, se tutto ciò non ci fosse stato, la Svizzera avrebbe tardato il suo processo di modernizzazione e avrebbe verosimilmente imboccato strade diverse da quelle del federalismo liberale, strade che l’avrebbero allontanata anziché avvicinata alla democrazia semidiretta e al pluralismo politico.

Se non avessimo avuto dei propugnatori entusiasti dei valori improntati all’elevazione spirituale e morale del popolo, assertori convinti del metodo liberale e interpreti di visioni progressiste della società come Henri Monod, Frédéric César de La Harpe, Philipp Stapfer, Pellegrino Rossi, Paul Usteri e Johann Heinrich Füssli non si sarebbero sviluppate iniziative feconde nell’ambito dell’istruzione pubblica, non sarebbero decollate imprese commerciali e industriali, non sarebbero nati giornali come la NZZ (1821), il Nouvellliste Vaudois (1824), il Journal de Genève (1826) e l’Appenzeller Zeitung che subito assunsero il ruolo di coscienza critica del Paese, contribuendo in modo determinante alla formazione dell’opinione pubblica e alla diffusione delle nuove idee di libertà, uguaglianza e solidarietà, e soprattutto non sarebbero stati codificati il principio del suffragio universale maschile e della separazione dei poteri, la pubblicità dei dibattiti e i diritti fondamentali di cittadinanza come la libertà personale di opinione e di credo (non sempre di culto), il diritto della proprietà, la libertà di commercio e di industria, la libertà di associazione, di riunione e di stampa.

Non solo: chissà quanto tempo sarebbe passato per arrivare all’abolizione delle dogane interne, alla libera scelta del domicilio, alla libera scelta dell’istruzione religiosa, alla libertà del matrimonio e all’istruzione pubblica. E senza personaggi come Franscini, Favre e Escher chissà quanto tempo avrebbe dovuto attendere la Svizzera per vedere la nascita del Politecnico federale, lo sviluppo della piazza finanziaria zurighese e la realizzazione del traforo ferroviario del S. Gottardo, oppure ancora lo sviluppo della scienza della statistica.

Tutte queste conquiste (quelle materiali e quelle immateriali) furono sudate, proprio nella misura in cui non furono considerate da tutti come corollario ineluttabile della fiducia nel progresso e nelle capacità umane, o almeno come conseguenza diretta della dignità della persona e del ruolo del cittadino nella società e nello Stato federale. Gli ambienti conservatori vicini alla Reazione restauratrice e alle alte sfere del clero cattolico si opposero finché poterono a queste “perverse e malvagie forme di progresso”, anche a costo di incoraggiare dolorosi tentativi di secessione come fu la triste pagina del Sonderbund. Il Liberalismo era stato del resto condannato come “deviazione della Modernità” da due pontefici come Gregorio XVI (nel 1832) e Pio IX (nel 1864) che ne temevano il potenziale eversivo, vista l’insofferenza liberale verso i dogmi religiosi (e non solo religiosi).

Nonostante la divisione intervenuta dopo il 1830 tra radicali e liberali (questi ultimi confluiti in una corrente che si consolidò nel Partito liberale svizzero solo nel 1913, partito che dopo la prima guerra mondiale era presente con delle Sezioni cantonali solo a Ginevra, Vaud, Neuchâtel e Basilea-Città), il liberalismo -inteso come metodo politico e come approccio alle politiche economiche e sociali- ha goduto in Svizzera di una chiara supremazia, con alcuni alti e bassi, anche durante la seconda metà del XIX secolo e fino alla vigilia della prima guerra mondiale, con la depressione economica e l’avvento al potere dei totalitarismi. Dopo il 1945 ci fu una ripresa del liberalismo che riuscì ad influenzare gli indirizzi della politica federale. In Svizzera, e ancora di più in Ticino il liberalismo si è sempre distinto per il suo pragmatismo e per la sua riluttanza alle grandi teorizzazioni. Ha sempre cercato di convivere e di dialogare con le altre scuole di pensiero, mirando alla coesione sociale e nazionale in uno Stato federale in cui dovevano essere garantite le condizioni quadro più favorevoli allo sviluppo dell’impresa, della prosperità collettiva e della responsabilità individuale. Più vicino al capitalismo di matrice renana che non a quello di matrice anglosassone, questo liberalismo non ha mai demonizzato lo Stato centrale e neppure lo ha mai considerato un male necessario, proprio in virtù di questa sua forte identificazione con la nascita ed il rafforzamento delle istituzioni federali, in contrasto con la fiera resistenza dei Cantoni cattolici che non volevano rinunciare alle loro prerogative. L’unità confederale nel pluralismo e nella diversità culturale doveva imporsi sui particolarismi cantonali. Certamente anche il liberalismo elvetico ha sempre nutrito e continua a nutrire fiducia nel mercato, preoccupandosi di circoscrivere l’intervento dello Stato al ruolo di regolatore e arbitro per garantire la correttezza della concorrenza e per evitare quegli scompensi e quelle ingiustizie che da solo il mercato (e oggi la globalizzazione) non riesce ad evitare. Questa costante ricerca di un equilibrio virtuoso suggerito dalla formula del “tanto mercato quanto possibile e tanto Stato quanto necessario” è ravvisabile, con qualche oscillazione più spinta in un senso o nell’altro a dipendenza delle situazioni contingenti, anche negli anni successivi al secondo dopoguerra fino ai giorni nostri, passando  attraverso le trasformazioni delle ex regie federali in aziende orientate alla redditività negli anni ’90.

L’attuale crisi dei mercati finanziari e gli effetti che essa sta producendo non solo sull’economia statunitense, ma pure europea e in parte di quella asiatica, è anche il frutto del tradimento o dell’abbandono delle principali virtù e degli insegnamenti basilari del liberalismo, che vale la pena di recuperare al più presto per accelerare il superamento di una simile emergenza che non ha precedenti per dimensioni. La moderazione, il senso della misura, l’equilibrio e la considerazione dell’interesse generale sono stati purtroppo accantonati a causa del prevalere della cupidigia, del parossismo dei guadagni sproporzionati nel breve termine e della spregiudicatezza nella gestione dei rischi.  L’ingegneria finanziaria ha così assecondato la rincorsa frastornante alla rapida presa di profitti, favorendo l’illusione che fosse possibile creare senza sosta plusvalore virtuale ad libitum, senza alcun limite. Illusione purtroppo alimentata anche da politiche monetarie troppo espansive che hanno ridotto eccessivamente i tassi di riferimento, propiziando un colossale indebitamento collettivo. L’economia reale, il lavoro, la vera impresa devono dunque tornare al centro dell’attenzione, anche della politica. Deve tornare in auge il vincolo, tipicamente liberale, della responsabilità per il proprio agire perché la libertà impegna (Freiheit verpflichtet) ed il conseguente principio secondo cui chi sbaglia paga. La razionalità deve tornare a rivendicare il suo primato sulle passioni e sulla fragilità delle ambizioni smodate. L’aleatorietà e l’inconsistenza del “tutto e subito”, del “mordi e fuggi” e dell’improvvisazione è urgente che lascino il posto al valore dell’impegno perdurante, dello sviluppo sostenibile e ragionevole che guarda al lungo termine. Deve tornare di moda la volontà di costruire a partire da fondamenta solide e non sulla sabbia. La riscoperta dell’etica weberiana della convinzione e della responsabilità, a tutti i livelli, ci aiuterà a rendere più breve la traversata del deserto che ci sta davanti. Perché è di questo che abbiamo bisogno e non invece di reazioni scomposte improntate al dirigismo, all’interventismo statale ad oltranza e all’iperregolamentazione. Se è infatti vero che occorre una governance internazionale sui mercati finanziari, è altrettanto vero che in Europa ed in Svizzera le regole esistono eccome e il settore bancario è disciplinato nei dettagli da norme severe, di cui semmai va verificata più attentamente l’applicazione. La moralizzazione dei comportamenti di certi manager avventurieri non può essere imposta per decreto legge. Occorre riscoprire una nuova cultura della responsabilità, magari anche attraverso la rilettura dei classici del liberalismo a cominciare da Smith, Ricardo e Stuart Mill.

Se così sarà, potremo almeno dire –a nostra parziale consolazione- che non tutti i mali vengono per nuocere e che, perlomeno, la recessione globale è servita a farci fare un salto di paradigma.

Giovanni Merlini

Ma la “gente” non la fai fessa

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08.05.2008

La pressione fiscale in Ticino è a livelli invidiabili. Negli ultimi dodici anni l’abbiamo infatti significativamente mitigata. Dapprima con un pacchetto di sgravi (’96) comprendente una riduzione delle aliquote dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, la riduzione dell’imposta sul capitale delle persone giuridiche dal 3 al 2,6 per mille e l’esenzione delle società ausiliarie dall’imposta di bollo. Poi con un secondo pacchetto (’99) che prevedeva l’alleviamento dell’imposta di successione e di donazione del 15%. Successivamente ancora con l’approvazione popolare nel 2000 dell’iniziativa popolare che chiedeva la riduzione dell’aliquota dell’imposta sul capitale delle persone giuridiche dal 2,6 al 2 per mille e dell’aliquota dell’imposta sull’utile dal 12 al 9 per cento, nonché la diminuzione lineare del 5 per cento delle aliquote dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e l’abolizione dell’imposta di successione e di donazione tra discendenti e ascendenti diretti. E’ seguito quindi un terzo pacchetto assai articolato, approvato dal Gran Consiglio nell’ottobre del 2000, che contemplava diverse misure, tra cui la riduzione dell’aliquota dell’imposta sul capitale di società holding, ausiliarie e d’amministrazione allo 0,15 per mille, l’aumento delle deduzioni per coniugati, altri contribuenti, figli e persone a carico e per i premi assicurativi, così come l’aumento della deduzione sociale sulla sostanza, la riduzione dell’aliquota massima dell’imposta sul maggior valore immobiliare dal 48 al 30 per cento. Infine abbiamo adottato un quarto pacchetto di sgravi, pure esso piuttosto consistente (’02), che proponeva deduzioni per oneri assicurativi e capitali a risparmio, ulteriori deduzioni per figli e persone a carico, per figli agli studi e ulteriori deduzioni dal reddito lavorativo del coniuge, oltre all’aumento della soglia della sostanza esente, la riduzione dal 2 per mille all’1,5 per mille dell’imposta sul capitale delle persone giuridiche e l’abrogazione a tappe dell’imposta di bollo. L’impatto complessivo di tutti questi interventi di moderazione della nostra fiscalità è stato calcolato in 266,75 milioni annui per il Cantone e in 183,4 milioni annui per i Comuni, assumendo un moltiplicatore medio dell’82 per cento. Il Ticino è così riuscito a piazzarsi ai vertici della classifica nazionale dei Cantoni più attrattivi per carico fiscale sul reddito e la sostanza delle persone fisiche, con un onere complessivo (imposte cantonali, comunali e di circolazione stradale) del 25,7% inferiore alla media svizzera. Siamo secondi solo a Zugo (dato 2006, ultimo disponibile). I Grigioni, indicati volentieri come modello per aver adottato ancora recentemente sgravi fiscali, nella stessa tabella occupano la dodicesima posizione (addirittura la diciannovesima se si considera la tabella dell’indice globale, comprendente l’onere fiscale sulle persone giuridiche). Ho sostenuto con convinzione, e con me il mio partito, i 4 pacchetti di sgravi fiscali nella misura in cui rispondevano alla necessità di compensare almeno parzialmente la perdita di potere d’acquisto in particolare delle famiglie confrontate con il continuo incremento di voci obbligate di spesa (premi di cassa malti, pigioni, tariffe, ecc.). Inoltre si trattava di fronteggiare l’apertura dei mercati dovuta alla globalizzazione e allo sviluppo tecnologico, rendendo più competitivo il sistema-paese anche dal profilo fiscale.

Da qualche anno il Ticino deve invece fare i conti con un’altra priorità: quella del risanamento finanziario. Siamo l’unico Cantone che non è ancora uscito dalle cifre rosse, nonostante la buona congiuntura economica degli ultimi  quattro anni. Abbiamo bruciato il capitale proprio del Cantone che era di 800 milioni alla fine del ’95. Questo squilibrio deficitario in cui ci dibattiamo da ormai sei anni è un guaio, perché senza finanze sane non è possibile rispondere adeguatamente ai bisogni dei cittadini e non è possibile progettare il nostro futuro. E tanto meno riusciremo a concretizzare gli scenari strategici che ci siamo dati. Ma ecco che l’iniziativa della Lega su cui voteremo il prossimo 1. giugno si mette di traverso: se fosse malauguratamente accolta vanificherebbe del tutto l’obbiettivo del pareggio dei conti entro il 2011. Il buco nel conto di gestione corrente peggiorerebbe di ulteriori 127 milioni, perché questo è il costo degli sgravi proposti, rendendo necessaria una manovra di rientro di quasi 360 milioni annui, anziché di 230 come previsto dal piano finanziario. In tal caso il governo sarebbe obbligato a valutare seriamente un certo numero di rinunce e decisioni pesanti per comprimere drasticamente l’evoluzione della spesa pubblica nel settore ospedaliero, nell’assistenza agli anziani e nelle cure a domicilio, nell’ambito dei sussidi ai premi di cassa malati, negli aiuti agli studi, nello stabilire il numero di allievi per classi, nel fissare le tariffe per le mense scolastiche, nel settore degli investimenti, ecc. D’altra parte, un ulteriore sgravio lineare del 5% delle aliquote dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (per limitarmi ad una sola delle misure che l’iniziativa propone) non apporterebbe vantaggi tangibili alla stragrande maggioranza dei contribuenti. L’80% di essi dichiara infatti un reddito imponibile (al netto quindi di tutte le deduzioni ammesse) inferiore ai 60’000.-: il loro risparmio fiscale sarebbe irrisorio, oscillando tra una decina di franchi all’anno per i coniugati con 2 figli e i 150 franchi all’anno per le persone sole. Ne verrebbero invece giovati i redditi superiori ai 200’000.- e le sostanze nette imponibili di un milione ed oltre. Un curioso modo di favorire la cosiddetta “gente”. Quella stessa gente che, a livello comunale, dovrà in diversi casi confrontarsi con minori servizi e prestazioni o con un aumento del moltiplicatore. Della serie: come volerla far fessa.

Chi tende a relativizzare lo squilibrio finanziario del Cantone invocando il miglioramento attestato dal consuntivo ’07 rispetto al preventivo (-31,1 milioni anziché -170) per accreditare la tesi temeraria del “tesoretto” trascura il fatto che il miglioramento di 138.9 milioni è dovuto in buona parte a rivalutazioni di gettito: 60 milioni per le persone giuridiche, 29 per le persone fisiche e 15,3 sulla quota parte all’imposta federale diretta. Il consuntivo ’07 risulta dunque condizionato, nella misura di 104,3 milioni, da sopravvenienze fiscali imputabili agli anni precedenti, quelli della crescita economica. Senza queste rivalutazioni il disavanzo d’esercizio ’07 sarebbe stato di 135,4 milioni, che corrisponde grosso modo all’entità del nostro squilibrio strutturale. Non è dunque il momento per nuovi sgravi fiscali: la priorità è un’altra, e cioè quella di procedere ad una manovra di rientro che per 2/3 (circa 125 milioni all’anno) riduca l’aumento della spesa e per un terzo (circa 60 milioni annui) individui nuove entrate, senza aumentare la pressione fiscale sul reddito e la sostanza dei cittadini, risp. sull’utile ed il capitale delle società, come assicurato dallo stesso Consiglio di Stato. La prudenza suggerisce di pensare a nuovi sgravi fiscali solo una volta risanate le finanze cantonali.

Giovanni Merlini