Non per caso

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13.03.2009

Le cose non succedono mai per caso. Il recente riattizzarsi delle tensioni in seno al PLR viene da lontano. Da qualche anno ormai osservo con preoccupazione il crescendo di incomprensioni e di contrapposizioni tra Cantone e Comuni, con in testa la Città di Lugano come polo viepiù trainante del Ticino. Diversi i temi caldi che hanno dato fuoco alle polveri. La sicurezza ed il controllo del territorio, che comprensibilmente preoccupano gli abitanti di quartieri come quello di Besso, ma anche molti Ticinesi di altre città e regioni (come il Mendrisiotto). Le finanze del Cantone e dei Comuni, o la ripartizione dei compiti e degli oneri tra i due livelli istituzionali, l’approvvigionamento del mercato elettrico e lo scenario della soppressione delle privative dei Comuni, la riversione degli impianti idroelettrici alla scadenza delle concessioni: tutte cose che hanno fatto emergere in modo plateale divergenze profonde che si sono talora manifestate con toni sopra le righe. Prevale tropo spesso il muro contro muro sulla volontà di trovare insieme soluzioni consensuali. Non basta: a complicare le cose concorre pure un certo ostruzionismo da parte degli ambienti che si sono alleati per combattere, in modo più o meno sistematico, qualsiasi proposta avanzata dal governo, tacciato a torto di debolezza. Alludo non solo alla Lega e all’UDC, bensì pure a cerchie del PPD e a gruppi di pensiero favorevoli ad una rigida applicazione del principio di sussidiarietà in tutti settori. Questa alleanza trasversale comprende anche esponenti del nostro partito, rimasti delusi dall’esito delle ultime elezioni cantonali.

Di fronte a questa situazione, la mia impostazione è sempre stata quella di riportare il confronto sul piano degli argomenti, facendo astrazione dai personalismi e obbligando il partito a dibattere sulle idee migliori per disinnescare la conflittualità tra Cantone e Comuni e per favorire la crescita economica, la qualità della formazione, la sicurezza e la tutela dell’ambiente. Le numerose misure discusse e votate al congresso del PLR dello scorso 31 gennaio scaturiscono proprio da questo sforzo di progettualità e dal confronto interno sugli indirizzi per lo sviluppo competitivo e sostenibile del Cantone. All’elaborazione di queste misure proposte da un gruppo di lavoro interno al partito hanno collaborato persone che interpretano tutte le sensibilità del partito e non per nulla le misure presentate hanno raccolto una larghissima maggioranza congressuale. Per arricchire il pluralismo delle opinioni abbiamo ampliato l’ufficio presidenziale (la ex direttiva) consentendo tra l’altro al distretto di Lugano di potenziare la propria rappresentanza nell’esecutivo del partito.

Nulla va lasciato di intentato per migliorare il dialogo e il coinvolgimento di chi vorrebbe contare di più nei processi decisionali. Nella mia veste di presidente devo però anche segnalare il pericolo che comporterebbe un’eventuale pseudosoluzione statutaria, una scorciatoia per non affrontare il nocciolo della questione. L’eventuale istituzionalizzazione delle correnti non ci aiuterebbe a riscoprire il valore del rispetto per le persone e per le opinioni dissenzienti. Anzi, inasprirebbe le divisioni, sancendo la condizione di separati in casa. Invece di coltivare ciò che ci unisce, scaveremmo ulteriori fossati. Etichettare le persone non è mai una bella cosa. Ed è ben poco liberale costringerle a schierarsi di qua o di là, secondo schemi storici del tutto superati. Il divieto di creare correnti, previsto dall’attuale statuto, fu voluto proprio per il rispetto che è dovuto ad ogni individuo e alla a sua libertà inalienabile. Ed è una pia illusione credere che attraverso operazioni statutarie si possa superare l’attuale disagio. E’ piuttosto con un’assidua partecipazione alle discussioni nei vari gremii del partito e con la promozione di giovani capaci e disposti ad assumersi responsabilità che si riuscirà a rilanciare un dialogo interno più fecondo e una collaborazione costruttiva. Ma la premessa fondamentale è che torni a primeggiare il principio liberale della tolleranza e del rispetto. Deve prevalere il confronto sugli argomenti e sugli indirizzi rispetto alle vecchie ruggini tra tenori. Altrimenti si diffonde soltanto l’incomunicabilità e l’irrigidimento dei fronti. La tavola rotonda voluta dal “Gruppo dei 21” può servire a gettare le premesse per il rilancio della nostra forza propositiva, se vi sarà la volontà di agire nell’interesse del partito e non per altri fini inconfessabili. Perché un PLR solido e più compatto è nell’interesse del nostro Cantone.

Giovanni Merlini

Senza moralismi pelosi

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12.05.2009 

Diversi esperti hanno stimato a circa 2’150 miliardi il patrimonio globale in capitale detenuto da persone residenti in Svizzera, da cittadini svizzeri e stranieri. Come ogni stima, questo importo assai ingente va preso con le pinze. Non appare tuttavia improbabile, almeno di primo acchito. Se corrisponde al vero che anche soltanto (si fa per dire) il 10% di questa somma non è regolarmente dichiarata al fisco, il substrato imponibile potenziale ammonta (o ammonterebbe) a oltre 200 miliardi che, se tassati, produrrebbero un gettito d’imposta globale (per Confederazione, Cantoni e Comuni) attorno ai 20 miliardi, tenendo conto di un’aliquota media e delle deduzioni applicabili. Se le Camere federali approvassero un’eventuale amnistia fiscale, una parte cospicua di questa fortuna sommersa potrebbe riemergere alla luce del sole e rientrare nei circuiti legali del sistema economico nazionale. In un’ottica anticiclica una vera e propria benedizione. Non solo a favore del rilancio dei consumi e degli investimenti, bensì pure a favore delle casse degli enti pubblici che beneficerebbero di notevoli introiti fiscali supplementari e ricorrenti (ogni anno), in particolare derivanti dall’imposta sui redditi, ma non solo. Si tratterebbe dunque della misura anticrisi di gran lunga più efficace di tutte quelle finora varate dalla Confederazione e dai Cantoni. I presumibili effetti di un’amnistia fiscale farebbero verosimilmente impallidire gli interventi dei pacchetti di provvedimenti adottati in funzione antirecessiva. Le amnistie ipotizzabili sono almeno tre. Un primo tipo di amnistia potrebbe consistere nel condono della multa in caso di dichiarazione di capitali e redditi tenuti all’oscuro del fisco, limitando la riscossione delle imposte dovute fino al momento della notificazione ad un importo o percentuale forfetaria, prescindendo quindi al recupero integrale per gli ultimi dieci anni. Una variante meno attrattiva è quella che invece prescinde unicamente dalla multa per sottrazione fiscale, senza tuttavia rinunciare alla riscossione integrale delle imposte dovute fino a quel momento per gli ultimi dieci anni. Una seconda variante, ancora più restrittiva, è quella che circoscrive i possibili beneficiari dell’amnistia alla cerchia degli eredi che notificano spontaneamente, in sede di inventario successorio, la sostanza mobiliare e i relativi redditi del “de cujus”, rinunciando in tutto o solo in parte alla riscossione retroattiva delle imposte sottratte. La decisone compete alle Camere, visto che la Legge federale sull’armonizzazione delle imposte dirette riserva alla Confederazione la competenza di legiferare in tema di amnistia fiscale, anche se si limita agli eredi.

Perché dunque così tanti indugi a Berna? La questione non è solo tecnica. Contro le diverse ipotesi di amnistia fiscale vi è sempre stata una resistenza di tipo morale. Secondo una concezione etica rigorosa (influenzata non solo da retaggi calvinisti, ma pure zwingliani perché è diffusa anche nei  Cantoni  protestanti svizzero-tedeschi), il principio di legalità e quello della parità di trattamento impedirebbero o dovrebbero impedire al legislatore di premiare i furbi (o i loro eredi) con sconti e condoni che urtano il comune senso della giustizia, irritando oltretutto chi ha sempre fatto fronte correttamente ai suoi doveri contributivi. L’obiezione è solida e merita rispetto. Ancora una volta collidono le due famose categorie weberiane: la responsabilità della convinzione e quella delle conseguenze. Applicando la prima è impossibile parlare di amnistie fiscali, a prescindere dai contesti. Applicando invece la seconda, non è a priori esclusa un’entrata in materia, in presenza di almeno una condizione indispensabile. Questa condizione è che un’eventuale amnistia fiscale abbia carattere di provvedimento straordinario e isolato nel tempo. Non sono immaginabili né opportune amnistie che si ripetessero a ritmi ravvicinati (per es. ogni 10 o 15 anni) perdendo la loro portata eccezionale. Possono invece essere persino auspicabili e rivelarsi utili “una tantum”, per esempio una volta ogni trenta o quaranta anni. L’ultima amnistia fiscale generale in Svizzera risale al 1969: se fosse quindi nuovamente adottata dalle Camere, dopo così tanti anni, l’obiezione di principio perderebbe di peso e ne acquisterebbe invece l’argomento che fa leva sulle conseguenze vantaggiose per la comunità. Dopo un intervallo di 40 anni risulterebbe più sopportabile dal profilo etico sacrificare in via straordinaria un interesse pubblico in gioco (il rispetto delle regole e la parità di trattamento) a favore di un altro interesse pubblico (il sostegno all’economia e all’occupazione nonché i maggiori gettiti fiscali per gli enti pubblici). Opporsi all’ipotesi di un’amnistia anche dopo così tanti anni dall’ultima equivarrebbe ad un eccesso di rigore che rasenta il moralismo peloso. Quello che di fatto non serve a nessuno. Soprattutto di fronte all’offensiva nei confronti del nostro Paese da parte di diversi Stati che si dibattono in gravi crisi finanziarie e che potrebbero presto mettere in atto scudi fiscali ed altre misure dannose per la piazza economica e finanziaria svizzera.

Giovanni Merlini

Un altro passo avanti

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10.06.2009

L’incontro dell’altra sera tra il Consiglio direttivo del PLR e una delegazione del gruppo Idealiberale è stato, tutto sommato, proficuo. Abbiamo fatto un ulteriore passo avanti. Dopo il chiarimento, da parte del sindaco Giorgio Giudici (portavoce del gruppo) dei reali intendimenti di questa iniziativa lanciata da alcuni esponenti profilati dell’ala liberale, abbiamo concordato di riattivare la commissione paritetica consultiva che già nel 2002 avevo promosso per affrontare temi delicati, in relazione ai quali è utile ascoltare chi desidera esprimersi per dare voce agli ambienti che ritiene di rappresentare. Quella commissione non era più stata convocata dopo le elezioni del 2003. Si tratta di una commissione senza potere decisionale (ai sensi degli arti 56 e 58 dello Statuto del PLR), nella quale però possono confrontarsi liberamente le opinioni anche più profilate prima che l’Ufficio presidenziale ed il Comitato cantonale si pronuncino su questioni politiche importanti che caratterizzano l’indirizzo del partito. Il senso di questo coinvolgimento ex ante delle diverse sensibilità interne è quello di conferire maggiore rappresentatività alle proposte sulle quali gli organi del partito sono chiamati a determinarsi. Naturalmente poi le decisioni di questi organi devono essere accettate democraticamente e rispettate anche verso l’esterno. Ma è più facile farlo se prima delle decisioni che contano vi è stata un’ampia consultazione. Secondariamente si è condivisa la necessità di una più stretta collaborazione (rispetto a quanto avviene oggi) tra Opinione Liberale e gli esponenti di Idealiberale, in particolare in merito a quegli obbiettivi politici del loro manifesto, sui quali non è solo possibile ma anche auspicabile una collaborazione con il partito e segnatamente con la deputazione del Gran Consiglio, compatibilmente ai programmi adottati dal Congresso del partito.

Il Consiglio direttivo ha invece ribadito la sua contrarietà alla richiesta di istituzionalizzazione della “corrente liberale” (che automaticamente comporterebbe anche quella della corrente radicale) in quanto manifestamente contraria alla lettera e allo spirito dello Statuto (cfr. art. 12). Una simile operazione contribuirebbe unicamente ad accrescere le divisioni interne e le incomprensioni, proprio quando invece deve essere rilanciata la capacità del partito di presentarsi in modo più compatto alla popolazione che si attende dalla forza di maggioranza relativa determinazione e propositività nel promuovere soluzioni ai suoi problemi quotidiani, soprattutto in una fase di recessione economica come l’attuale.

All’ufficio presidenziale e al Comitato cantonale che si riuniranno il prossimo 18 giugno chiederò di ratificare questa impostazione dei rapporti tra il partito e il gruppo Idealiberale.

Giovanni Merlini

Intervento al Comitato cantonale del PLR

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10.12.2009

Il rifiuto,  tutto sommato di misura, della riforma della Legge tributaria, sottoposta al popolo ticinese nel penultimo fine settimana, che prevedeva una modesta riduzione dell’aliquota dell’imposta sull’utile delle persone giuridiche dal 9% all’8,5% non può congelare sine die il dibattito sulla fiscalità non solo delle società, ma anche delle persone fisiche nel nostro Cantone. Se il nostro partito ha sostenuto quella proposta di riduzione dell’aliquota non è solo perché la riteneva opportuna per favorire il reinvestimento degli utili nelle aziende e nell’innovazione, ma anche perché eravamo e siamo convinti che la fiscalità delle aziende in Ticino deve diventare gradualmente più competitiva nel quadro della concorrenza intercantonale. Ma anche altre questioni centrali rimangono aperte e irrisolte sul fronte fiscale e temevamo che un rifiuto popolare avrebbe potuto paralizzare riforme necessarie di più ampia portata che non possiamo permetterci di bloccare. Proprio per questa ragione era lecito attendersi un po’ più di convinzione e attivismo anche da parte degli ambienti economici a favore della proposta in votazione.

La crisi che permane a livello occupazionale e che peggiorerà nel 2010, ed in particolare le difficoltà economiche con cui sono confrontate molte famiglie ticinesi nonostante qualche timido accenno di ripresa del PIL annunciato dagli analisti, ci hanno indotto a proporre in seno alla Commissione della gestione un controprogetto con un costo sopportabile all’iniziativa parlamentare socialista tendente ad aumentare i sussidi di cassa malati per il 2010 ed il 2011, iniziativa che è stata rilanciata ieri con una petizione on line. Siamo riusciti a formare con il PPD e la Lega una maggioranza per contenere l’aumento dei sussidi di CM portando i limiti di reddito determinante che danno diritto all’ottenimento dell’aiuto del Cantone in conformità alla LC Lamal da 20’000.- a 22’000.- per le persone sole, da 32’000.- a 34’000.- per le famiglie, da 50’000.- a 55’000.- per il reddito di riferimento di cui all’art. 32 cpv. 2 LC Lamal e da 60’000.- a 65’000.- per il terzo e successivo figlio. Dal profilo finanziario la modifica, siccome interessa circa 5’500 assicurati, dovrebbe comportare un costo supplementare per il Cantone di circa 1’400’000.- nel 2010 e nel 2011. La proposta socialista comporterebbe invece un costo di oltre 9 mio. per il 2010, he riteniamo eccessivo al alluce della precaria situazione finanziaria del Cantone.  Sosteniamo inoltre la necessità di un correttivo da apportare all’attuale sistema di valutazione del diritto al sussidio, nel senso di introdurre all’art. 31 LC Lamal anche la nascita di un figlio quale motivo per una verifica del diritto, facendo astrazione dal reddito imponibile fiscalmente. In tal caso si procederà dunque all’esame della nuova situazione economica della famiglia che dovesse rientrare nei parametri di cui all’art. 29 LC Lamal.

Comunque per noi è chiaro che non si può agire unicamente sulla leva della spesa pubblica per mitigare gli effetti della crisi. Anzi, la spesa pubblica deve rimanere anzi sotto controllo. Occorre piuttosto considerare anche il fronte delle entrate, p.es. insistendo sulla necessità di un’amnistia fiscale federale ed esaminando anche quelle ipotesi di sgravi fiscali che sono sostenibili e mirati e permettono di rilanciare la competitività del sistema-Paese. Un’amnistia fiscale federale contribuirebbe all’emersione di un volume verosimilmente importante di capitali che potrebbero così essere immessi nel circuito economico del Paese. Ma siccome nonostante le diverse sollecitazioni a tal proposito, il Consiglio federale e le Camere sembrano ben poco propensi a muoversi in questa direzione (in virtù di una rigida visione d’impronta calvinista del concetto di onestà del contribuente), allora al Ticino non resta altra possibilità se non quella di prendere seriamente in considerazione un’amnistia fiscale cantonale, verificandone la compatibilità giuridica con i limiti stabiliti dalla Legge federale sull’armonizzazione delle imposte dirette dei Cantoni e dei Comuni. Sono convinto che i margini giuridici per una simile iniziativa a livello ticinese siano dati; del resto lo stesso Consigliere federale Merz di fronte all’amnistia fiscale cantonale promossa dal Canton Giura ha riconosciuto pubblicamente il buon diritto di quel Cantone a procedere in tal senso. D’altra parte molti Cantoni negli scorsi anni hanno alleviato la pressione fiscale sui dividendi societari in verosimile contrasto con la LAID e nessuno ha avuto qualcosa da ridire. Il Canton Vallese ha abbandonato gli interessi di mora e ha introdotto agevolazioni fiscali per gli eredi. Non vedo proprio perché solo noi -che siamo oltretutto il Cantone che pagherà di gran lunga il prezzo più caro dello scudo-ter di Tremonti-  dovremmo farci eccessive ambasce a varare un’amnistia cantonale. Il modello potrebbe essere quello previsto dalla riforma che entrerà in vigore a livello federale e cantonale con il 1.1.2010 e che concerne la semplificazione del recupero d’imposta in caso di successione: gli eredi che procederanno alla denuncia spontanea di capitali sottratti al fisco dal de cujus non dovranno più pagare la multa e inoltre il recupero delle imposte sul reddito e la sostanza sottratte non si estenderà più ai dieci anni precedenti, bensì solo ai tre anni precedenti. Ecco allora che con un’amnistia fiscale cantonale avremmo la possibilità di riservare analogo trattamento anche a chi decide di denunciare al fisco capitali in nero, al di fuori di un caso di successione, evitando quindi oltre alla multa anche il recupero per i dieci anni precedenti, limitandolo a soli tre anni. A seconda della situazione personale e delle aliquote d’imposta applicate al singolo contribuente che decidesse di regolarizzare la sua situazione, una simile soluzione di condono potrebbe rivelarsi molto vantaggiosa. Ma il vantaggio lo avrebbero anche lo Stato, con un incremento verosimilmente notevole di gettito assicurato negli anni, e la stessa economia cantonale che sarebbe così messa in condizione di contrastare la tendenza al peggioramento della disoccupazione nei prossimi anni.

Accennavo prima alle questioni tuttora irrisolte della fiscalità ticinese. Una di queste, forse la più problematica da un profilo di competitività fiscale è e resta quella dell’eccessiva imposizione delle fasce di reddito elevato delle persone fisiche, sia di quelle sole sia di quelle coniugate. Permettetemi di richiamare qui brevemente il quadro generale del prelievo fiscale ticinese, sulla base dello studio commissionato al Centro di competenza fiscale della SUPSI, tanto per capire di che cosa stiamo parlando. L’applicazione  combinata del principio della progressività della scala delle aliquote e del principio delle deduzioni produce questi effetti in Ticino:

circa 42’000 contribuenti -pari al 23% del totale- non paga un solo franco d’imposta in quanto esenti;

–  per i redditi lordi sino a 70’000.- la pressione fiscale risulta molto attenuata rispetto alla media svizzera: per le persone sole ci troviamo all’8. rango, con un onere fiscale cantonale e comunale del 10,67% contro una media CH dell’11,72%, mentre per i coniugati senza figli addirittura al 2. posto con un onere cantonale e comunale del 4,75% contro una media CH del 7,29%  e pure al secondo posto per i coniugati con 2 figli, con un onere cantonale  e comunale dell’1,34% contro una media CH del 4,16%;

- per i redditi lordi della fascia medio-alta, pari a 150’000.- la pressione fiscale si posiziona al 13. rango nella graduatoria intercantonale per le persone sole, con un onere fiscale cantonale e comunale del 16,66% nei confronti di una media svizzera del 16,43% e invece all’11. rango per i coniugati senza figli con un onere fiscale cantonale e comunale del 12,92% e una media svizzera del 12,94% e al 6. rango per i coniugati con due figli, con un onere fiscale cantonale e comunale del 9,24% e una media svizzera del 10,89%;

- la classifica peggiora per la fascia alta: per un reddito lordo di 500’000.- siamo al 17. rango per le persone sole con un onere fiscale cantonale e comunale del 22,66% contro una media svizzera del 20,38%, stesso rango per i coniugati senza figli con un onere fiscale cantonale e comunale del 21,71% contro il 19,30% della media nazionale e pure stesso rango per i coniugati con figli, con un onere fiscale cantonale  e comunale pari al 20,43 contro una media nazionale del 18,60% ;

- se infine prendiamo i redditi lordi molto elevati, di 1 mio., il nostro Cantone scende in classifica al 20. rango per le persone sole, con un onere fiscale cantonale e comunale del 24,69% contro una media svizzera del 21,12%, pure al 20. rango per i coniugati senza figli, con un onere fiscale cantonale e comunale del 23,54% contro una media svizzera del 20,62% e al 19. rango per i coniugati con due figli, con un onere fiscale cantonale e comunale del 22,89% contro una media svizzera del 20,31% .

Dunque possiamo affermare tranquillamente che la progressività delle aliquote d’imposta nella fiscalità ticinese è accentuata per i redditi elevati e molto elevati e consente una notevole ridistribuzione dei redditi. E’ un’opzione a favore di una fiscalità sociale, molto sociale direi, che ha senz’altro i suoi buoni motivi in un’ottica di giustizia tributaria. Un prelievo fiscale minimo per le fasce medio-basse, un prelievo di regola poco inferiore alla media svizzera per le fasce medio-alte, un prelievo invece superiore alla media per le fasce alte e notevolmente superiore alla media per i redditi molto elevati, con un’aliquota media massima del 15% ai fini dell’imposta cantonale. A ciò si aggiunga che nel confronto intercantonale con riferimento alla media svizzera, le deduzioni concesse dal Cantone Ticino sono di regola il doppio, e la deduzione per coniugi che esercitano entrambi un’attività lucrativa anche il triplo di quelle concesse dagli altri Cantoni.

Per l’imposizione della sostanza valgono considerazioni analoghe, anche se qui la progressione è molto più contenuta. Siamo come Catone al primo rango nella classifica intercantonale per l’imposizione della sostanza fino ai 200’000.- (nel senso che la imponiamo meno degli altri Cantoni), siamo circa a metà classifica per la sostanza di 500’000.- e siamo invece tra i Cantoni più onerosi per sostanze superiori ai 10 mio.

Ora è evidente che in un contesto di concorrenza fiscale intercantonale le persone fisiche molto facoltose possono essere indotte a lasciare il nostro Cantone o a non eleggerlo a proprio domicilio per cercare invece trattamenti fiscali più vantaggiosi in altri Cantoni. Se il fenomeno assumesse certe proporzioni potrebbe avere effetti devastanti sul nostro gettito. Come rileva lo studio della SUPSI, le persone che beneficiano di redditi così importanti e possiedono sostanze rilevanti sono le stesse che godono di una grande mobilità e si spostano frequentemente tra le loro abitazioni dove risiedono in periodi diversi dell’anno e trascorrono molto del loro tempo viaggiando, per cui diventa anche difficile stabilire con i criteri del Codice civile quale sia il loro domicilio, in quanto centro dei loro interessi. Non dobbiamo dimenticare che circa il 2% dei contribuenti (quelli appunto con redditi imponibili superiori ai 200’000) paga il 27% delle imposte sul reddito e circa il 3% (quelli con sostanze imponibili superiori a 1 mio.) paga il 73% delle imposte sulla sostanza. Non è quindi fuori luogo ritenere che qualora dovesse permanere il maggior onere fiscale del nostro Catone nel confronto intercantonale una parte di questi contribuenti potrebbe trasferire il domicilio in altri Cantoni, senza con ciò modificare il proprio stile di vita e senza ridurre il periodo di permanenza nel Ticino. Facciamo un esempio: il gettito dell’imposta sul reddito delle persone dell’anno di competenze 2006 ammontava a 632 mio..Il 2% dei contribuenti –quelli della fascia più facoltosa- ha versato circa 170 mio: se anche solo lo 0,5% di loro (ossia circa 1000 contribuenti) decidesse di abbandonare il Ticino a favore di altri Cantoni molto meno cari verrebbero a mancare circa 40 mio. di gettito. E’ quindi indispensabile a mio giudizio che il DFE approfondisca la proposta formulata dal Centro di competenze fiscali della SUPSI in relazione all’ipotesi di un’attenuazione dell’attuale aliquota massima d’imposta sul reddito –che ammonta al 15,076%- lasciando inalterata la scala delle aliquote e l’importo delle deduzioni per tutti i contribuenti imposti con aliquote medie inferiori. L’idea che sta alla base della proposta è quella di fare in modo che complessivamente l’aliquota applicabile agli alti redditi per l’imposta cantonale comunale e federale non superi il 33,5% ossia la percentuale media svizzera. Di conseguenza, siccome l’aliquota massima dell’imposta federale diretta è pari all’11,5%, l’aliquota massima dell’imposta cantonale e comunale non dovrebbe superare il 22%, considerato un moltiplicatore comunale del 100%. L’attenuazione dell’aliquota massima sarebbe dunque limitata alle fasce di reddito già oggi imposti con aliquota media uguale o superiore all’11%, il che permetterebbe di circoscrivere la perdita di gettito cantonale a circa una ventina di mio. all’anno, che si ridurrebbe ad una sola decina nel caso di un’attenuazione dell’aliquota massima al 12% anziché all’11%.

Un motivo in più per prendere seriamente in considerazione questa ipotesi di lavoro è dato dalla recente decisione del CF di recepire gli standard dell’OCSE nelle Convenzioni internazionali sottoscritte dalla Confederazione in materia di assistenza amministrativa in materia fiscale, impegnandosi a garantire lo scambio di informazioni nei confronti delle autorità estere nel caso di delitti e contravvenzioni fiscali, così come per l’accertamento del  reddito di cittadini non residenti in CH. Per i cittadini invece residenti nel Paese il governo ha assicurato che la prassi delle autorità fiscali non subirà alcun mutamento e quindi non sarà data loro facoltà di accedere ai dati protetti dal segreto bancario. Il fatto quindi che un cittadino residente in CH risulti oggi significativamente più protetto di un non residente rende di per sé attrattivo anche il nostro Cantone, ma solo a condizione che il suo prelievo fiscale per redditi più elevati non risulti penalizzante rispetto alla media svizzera.

Come partito sempre attento ad una politica fiscale incentivante e finanziariamente sostenibile chiediamo e confidiamo che l’ipotesi formulata nello studio della SUPSI venga adeguatamente considerata e approfondita. E alla stessa stregua, sempre nell’ottica di mantenere sul nostro territorio cantonale contribuenti facoltosi stranieri non domiciliati senza più un’attività lucrativa al benefico di un’imposizione globale secondo il loro dispendio (i cosiddetti globalisti) suggeriamo anche di studiare l’ipotesi di un’attenuazione della soglia minima di dispendio per poter beneficiare di questo trattamento fiscale privilegiato.

Giovanni Merlini

Servono politiche davvero liberali

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08.06.2009

In barba alla recessione internazionale, le elezioni europee hanno premiato il centro-destra. Chi sperava che la presunta crisi “sistemica” del capitalismo e del libero mercato determinasse un’avanzata della sinistra è rimasto a bocca asciutta. Tra le spiegazioni plausibili fornite dagli osservatori fa capolino l’incapacità della sinistra di rassicurare l’elettorato con proposte concrete e chiare. Ma c’è verosimilmente anche dell’altro. C’è la convinzione che politiche liberali moderate e pragmatiche riescano a favorire meglio e più velocemente la capacità dell’economia di superare gradualmente la crisi della domanda e la stretta creditizia, e a garantire il rilancio dell’occupazione. In larghe fasce della popolazione è diffusa la consapevolezza che il tracollo dei mercati finanziari internazionali e la successiva crisi economica sono il frutto del tradimento o dell’abbandono delle principali virtù e degli insegnamenti basilari del liberalismo politico, in particolare del suo modello renano. E chiedono, a buona ragione, che i governi europei moderati si adoperino per recuperare quel modello, valorizzandolo, in modo da accelerare il superamento della grave emergenza in cui si dibattono gli Stati e i loro cittadini. Negli scorsi decenni la moderazione, il senso della misura, l’equilibrio e la considerazione dell’interesse generale sono stati purtroppo accantonati a causa del prevalere della cupidigia, della smania dei guadagni sproporzionati, dell’ottica del breve termine e della spregiudicatezza nella gestione dei rischi. L’ingegneria finanziaria ha così assecondato la rincorsa frastornante alla facile presa di profitti, favorendo la sciagurata illusione che fosse possibile creare senza sosta plusvalore virtuale ad libitum. Un’illusione alimentata anche da politiche monetarie troppo espansive che hanno ridotto eccessivamente i tassi di riferimento, propiziando un colossale indebitamento collettivo, in particolare negli USA. L’economia reale, il lavoro, la vera impresa devono dunque tornare al centro dell’attenzione politica. Deve tornare in auge il vincolo, tipicamente liberale, della responsabilità per il proprio agire perché la libertà impegna (Freiheit verpflichtet) ed il conseguente principio secondo cui chi sbaglia paga. La razionalità deve tornare a prevalere sulle passioni e sulla fragilità delle ambizioni smodate. L’aleatorietà e l’inconsistenza del “tutto e subito”, del “mordi e fuggi” e dell’improvvisazione devono lasciare il posto al valore dell’impegno perdurante, dello sviluppo sostenibile e ragionevole che guarda al lungo termine. Deve tornare di moda la volontà di costruire su fondamenta solide e non sulla sabbia. La riscoperta della cultura e dell’etica weberiana della convinzione e della responsabilità, a tutti i livelli, ci aiuterà a rendere più breve la traversata del deserto che ci sta ancora davanti. Perché è di questo che abbiamo bisogno e non invece di reazioni scomposte improntate al dirigismo, all’interventismo statale ad oltranza e all’iperregolamentazione. Se è infatti vero che occorre una governance internazionale sui mercati finanziari, è altrettanto vero che in Europa ed in Svizzera, ma anche negli stessi USA, le regole esistono eccome e il settore bancario è disciplinato nei dettagli da norme severe, di cui semmai va verificata più attentamente l’applicazione, impedendo i mastodontici conflitti di interessi di certe agenzie di rating e di revisione. La moralizzazione dei comportamenti di certi manager avventurieri non può essere imposta per decreto legge. Occorre riscoprire una nuova cultura della responsabilità, magari anche attraverso la rilettura dei classici del liberalismo a cominciare da Smith, Ricardo e Stuart Mill.

Se ciò avverrà, potremo almeno dire –a nostra parziale consolazione- che non tutti i mali vengono per nuocere e che la recessione globale è servita perlomeno a farci fare un salto di paradigma.

Giovanni Merlini