Efficienza e autorevolezza del governo federale

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20.10.2009

E’ più probabile l’elezione di un rappresentante della terza Svizzera con un governo federale di 7 o di 9 membri?

Come rilanciare l’autorevolezza politico-strategica del Consiglio federale, attualmente un po’ appannata?

Come accrescere la sua efficienza?

Sostanzialmente a questi tre quesiti tenta di rispondere una proposta di risoluzione, su cui dovrà chinarsi il nostro Gran Consiglio. Essa chiede all’Assemblea federale, nelle forme dell’iniziativa cantonale, di avviare le procedure per modificare l’art. 175 cpv. 1 della Costituzione federale.

L’elezione per la successione di Pascal Couchepin ha messo ancora una volta in risalto le difficoltà oggettive con cui la svizzera italiana deve fare i conti, ogni qual volta si tratta di far valere le ragioni a sostegno del suo buon diritto ad essere rappresentata nel governo della Confederazione. Il contesto economico e finanziario così come pure l’evoluzione da un federalismo sostanzialmente perequativo ad un federalismo competitivo stanno inasprendo la concorrenza tra le regioni del Paese e tra i Cantoni stessi. La conseguenza diretta di questo fenomeno è la scemata disponibilità a riconoscere concretamente il ruolo della minoranza italofona –soprattutto da parte della Romandia preoccupata a difendere strenuamente le proprie posizioni- in barba allo spirito confederale e alle esigenze della coesione nazionale.

C’è poi un altro problema: gli attuali rapporti di forza nel parlamento nel Consiglio federale tendono a connotare sempre più in senso politico-partitico ogni avvicendamento in seno al governo, con le puntuali rivendicazioni di alcune forze politiche che non si sentono adeguatamente rappresentate. Il che contribuisce a sminuire l’importanza del criterio di un’equa rappresentanza delle componenti linguistiche e regionali, pur sancito dall’art. 175 cpv. 4 della nostra Carta fondamentale. E la regola costituzionale che vuole dal 1848 sette membri per il governo (codificata al cpv. 1 del medesimo articolo) non favorisce certo alla legittima aspirazione della terza Svizzera, con il rischio che essa si senta sempre più emarginata, se non addirittura esclusa dai “giochi”.

L’aumento da sette a nove membri permetterebbe di garantire, con maggiore regolarità e meno interruzioni, la presenza nella stanza dei bottoni di un esponente della Svizzera italiana, evitando così l’inopportuna esclusione di una minoranza per un numero troppo elevato di anni.  L’aumento a nove non dovrebbe per altro compromettere il rispetto della collegialità che funziona anche in governi con più di dieci membri. Non è invece opportuno chiedere, come qualcuno vorrebbe, la modifica anche del cpv. 4 dell’art. 175, sostituendo la dicitura “equa rappresentanza” con quella di “effettiva rappresentanza”, perché equivarrebbe ad imporre una camicia di forza all’Assemblea federale. Sarebbe infatti sbagliato pretendere l’elezione di un rappresentante della terza Svizzera sempre e comunque, a prescindere dall’idoneità della persona e dalla sua appartenenza partitica.

L’obbiettivo della risoluzione cantonale è comunque più ampio e va al di là dell’esigenza di rispettare le minoranze. L’aumento a nove permetterebbe infatti di promuovere di pari passo una riforma dell’organizzazione del governo che comprenda pure il rafforzamento del ruolo del Presidente della Confederazione, a livello di competenze e di durata della carica, nonché una più ragionata ripartizione dei settori di competenza dei singoli Dipartimenti secondo criteri di omogeneità di materia e di efficienza. Alla luce dell’evoluzione socio-politica della Svizzera e considerata la necessità, ben dimostrata dalla cronaca degli avvenimenti di questo ultimo anno, di un rafforzamento dell’autorità politica e strategica del governo, non appare più sostenibile la crescita esponenziale dell’onere legato alla gestione amministrativa dei singoli dipartimenti, il cui sviluppo, in certi casi, è stato abnorme. Basti pensare al dipartimento pachidermico diretto da Leuenberger, che riunisce in sé settori come quello della pianificazione e costruzione delle grandi infrastrutture pubbliche e i settori della tutela dell’ambiente e del territorio. Lo stesso vale per il dipartimento diretto dal nuovo Consigliere federale Burkhalter che deve occuparsi di compiti più disparati e complessi, come la sanità e l’educazione, le assicurazioni sociali, la ricerca e la cultura.

L’aumento a 9 consentirebbe una riorganizzazione dei compiti che permetta a chi governa di aver il tempo e gli strumenti per farlo. Chi governa non deve più essere fagocitato dalle questioni amministrative, bensì deve occuparsi di strategie nazionali ed internazionali e deve poterlo fare con maggiore autorevolezza rispetto ad oggi. La vera politica deve tornare a dettare l’agenda di questo Paese, offrendogli visioni e progetti forti.

Giovanni Merlini

Ma quale regalo?

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18.11.2009

La ben orchestrata campagna dei referendisti contrari al lieve sgravio fiscale per le  persone giuridiche ha un chiodo fisso. Continua a gridare allo scandalo, facendo credere che accettando la decisione del Gran Consiglio si farebbe un regalo a chi non ne ha bisogno. Quasi come se produrre utili aziendali in un periodo di crisi fosse una colpa. E come se chi riesce a scrivere cifre nere nei propri conti economici e bilanci, in un periodo di recessione economica, non meriti la benché minima attenzione da parte dello Stato. E’ fin troppo facile, ma del tutto pretestuoso, il consueto ritornello secondo cui si sottrarrebbero risorse finanziarie alla socialità o alla scuola pubblica in un momento difficile. Le cose non stanno così. Intanto va ricordato che la riduzione dell’aliquota dell’imposta sull’utile delle persone giuridiche dal 9% all’8,5% non è stata decisa in modo estemporaneo o per assecondare “un capriccio della destra” come qualcuno ha affermato. La decisione è stata adottata nell’ambito di un ampio e articolato pacchetto di misure anticrisi, a sostegno dell’occupazione e dell’economia, votato dal parlamento ticinese nella scorsa primavera. Tutto si può dire di questo pacchetto, fuorché esso sia squilibrato. Vi si trova una lunga serie di provvedimenti che tengono conto in modo armonico ed equilibrato dei diversi interessi in gioco e delle molteplici esigenze del sistema-Paese. Accanto ad interventi a favore del rilancio dell’occupazione, del sostegno ai redditi delle persone, della formazione, della ricerca, degli investimenti –anche nell’ambito del risanamento energetico e della promozione delle energie rinnovabili- nonché delle imprese e di attività economiche come l’edilizia ed il turismo, vi figura anche la creazione di un fondo di 30 mio. da parte della Banca dello Stato, garantito per un terzo dal Cantone, a favore dell’accesso al credito da parte delle aziende. Il modesto sgravio fiscale non è un regalo alla piazza finanziaria, bensì un’opportuna misura che allinea il prelievo cantonale a quello federale e che migliora la posizione del Ticino nella classifica intercantonale dell’attrattività fiscale. Oggi ci troviamo al 16. posto e siamo quindi sopra la media svizzera relativa alla fiscalità delle aziende. Il nostro obbiettivo deve essere quello di riuscire a diventare più concorrenziali  per poter accrescere il numero di nuovi insediamenti di imprese sul nostro territorio, con i relativi vantaggi a livello occupazionale. Tra l’altro la riduzione d’imposta considera adeguatamente anche le esigenze della pianificazione finanziaria dei Comuni, concedendo loro un  periodo di due anni per adeguarsi alla nuova aliquota. Troppo spesso si dimentica che gli utili delle società non cadono dal cielo. Per esempio le aziende di quegli artigiani –perché le persone giuridiche non sono solo le grandi società e le banche- che riescono ancora a produrli hanno investito nell’innovazione tecnologica e nella qualità dei loro prodotti e servizi; ebbene, grazie a questo sgravio potranno reinvestire quegli stessi utili in misura accresciuta, contribuendo così al mantenimento di preziosi posti di lavoro. Ciò rappresenta uno stimolo anche per le  aziende che oggi registrano perdite, ma che una volta superata la crisi torneranno a generare utili d’esercizio beneficiando di una minore pressione fiscale. Se le  urne sancissero malauguratamente un rifiuto di questo alleviamento fiscale si interromperebbe bruscamente quella politica di moderazione fiscale a favore delle imprese, graduale e finanziariamente sostenibile, avviata dal Consiglio di Stato e dal Gran Consiglio prima con la riduzione dell’aliquota dell’imposta sugli utili delle persone giuridiche dal 10% al 9% e poi con l’attenuazione della doppia imposizione degli utili societari. Sarebbe un pessimo segnale nei confronti di chi fa impresa o vorrebbe farla nel nostro Cantone. Mettere in contrapposizione in modo un po’ manicheo chi fa utili e chi invece fa perdite non giova a nessuno. E ancora meno serve a superare la crisi. Ma non basta esclamare “Ben venga chi riesce a produrre ricchezza”; il benvenuto deve essere concreto e tangibile. Serve un chiaro verdetto popolare il prossimo 29 novembre. Un chiaro sì, a vantaggio di tutti.

Giovanni Merlini, presidente del PLR

14.12.2009

Il Ticino, con la piazza finanziaria di  Lugano e Chiasso, sarà il Cantone che pagherà il prezzo più caro di tutti, e di gran lunga, dello scudo-ter italiano. Il suo impatto anche sul piano occupazionale potrebbe rivelarsi molto più pesante di quanto è stato ipotizzato in un primo tempo. La perdita di posti di lavoro nel settore bancario e dei servizi correlati si aggiungerà al generale incremento della disoccupazione nel 2010 per effetto della recessione del 2008 e del 2009. I gettiti fiscali degli enti pubblici ne risentiranno significativamente nei prossimi anni, venendo ad esaurirsi le sopravvenienze dovute alla precedente crescita economica. Un’amnistia fiscale federale favorirebbe l’emersione di un volume verosimilmente importante di capitali non dichiarati che verrebbero così reimmessi nel circuito economico del Pese, contribuendo al rilancio dei consumi e degli investimenti. Significativi sono i dati relativi all’ultima amnistia fiscale a favore però dei soli eredi: erano riemersi 1’384 mio. di franchi cumulati nel periodo 1993-2008. Ma nonostante le molteplici sollecitazioni in tal senso, il Consiglio federale e le Camere non sembrano propense a muoversi in questa direzione. E’ un vero peccato, perché un’amnistia generale non condonerebbe soltanto la multa e l’imposta federale diretta sottratta negli ultimi dieci anni, ma anche le imposte cantonali e comunali. Al Ticino non resta dunque altra possibilità se non quella di prendere da subito in considerazione un’amnistia fiscale cantonale. I margini giuridici per questa operazione dovrebbero essere dati, anche perché la Legge federale sull’armonizzazione delle imposte dirette dei Cantoni e dei Comuni cantonali e comunali non vieta esplicitamente ai Cantoni di varare amnistie fiscali, il che rientra nella loro competenza autonoma, bensì semmai sancisce il principio del recupero delle imposte sottratte al fisco nei dieci anni precedenti alla denuncia spontanea o all’accertamento dei capitali non dichiarati.  Non credo dunque che si possa parlare di un’incompatibilità insuperabile con la legge quadro federale. Del resto pare che lo stesso ministro delle  finanze Merz di fronte all’amnistia fiscale promossa dal Canton Giura abbia riconosciuto pubblicamente il suo buon diritto a procedere i tal senso, sfruttando la sua sovranità in materia. D’altra parte negli scorsi anni molti Cantoni hanno alleviato la pressione fiscale sui dividendi societari nonostante la LAID e nessuno ha avuto qualcosa da ridire. Il Canton Vallese ha rinunciato alla riscossione degli interessi di mora e ha introdotto agevolazioni fiscali per gli eredi. Non vedo dunque perché mai il nostro Cantone dovrebbe farsi eccessive ambasce a varare un’amnistia fiscale autonoma. L’iniziativa parlamentare elaborata dall’UDC, e sottoscritta anche da PLR, PPD e Lega lunedì scorso riprende il modello della riforma della Legge sull’imposta federale diretta e della Legge tributaria ticinese, che entrerà in vigore il prossimo 1. gennaio 2010, estendendolo però ai casi di autodenuncia anche da parte dei non eredi. Si chiede quindi, oltre all’esonero dal pagamento della multa, la limitazione del recupero delle imposte sottratte a soli tre anni. I vantaggi sono evidenti se si prende questo esempio: poniamo che un contribuente abbia sottratto da 15 anni una sostanza di 1 mio. di franchi con un reddito del 3% annuo e presumiamo che gli si applichi un’aliquota sulla sostanza per l’imposta cantonale e comunale del 7 per mille e un’aliquota d’imposta sul reddito del 15% a livello cantonale, pure del 15% a livello comunale e del 10% a livello federale. Applicando la normativa che entrerà in vigore il prossimo 1.gennaio, questo contribuente, se decidesse di dichiarare la sua sostanza di 1 mio., andrebbe incontro al pagamento di un importo complessivo di 228’000.- tra imposta cantonale e comunale sulla sostanza sottratta, imposta cantonale e comunale sottratta sul reddito, imposta federale diretta sottratta e interessi di mora (ossia il 22,8% del capitale dichiarato al momento dell’autodenuncia). Per contro, con la proposta di amnistia formulata nell’iniziativa parlamentare, lo stesso contribuente si troverebbe nella ben più favorevole situazione di dover versare complessivamente la somma di 93’600.- a titolo di recupero (per soli 3 anni) di imposte federali, cantonali e comunali sottratte e di interessi di mora. Il carico fiscale per regolarizzare la sua posizione di contribuente ammonterebbe quindi al 9,36%, con un risparmio di circa il 14%.

A seconda della situazione personale e delle aliquote applicabili al singolo contribuente, un’amnistia cantonale di questa portata potrebbe rivelarsi molto vantaggiosa. Ma il vantaggio lo avrebbero anche lo Stato, con un incremento presumibilmente notevole del gettito assicurato negli anni, e l’economia con una salutare iniezione di liquidità.

L’obiezione etica secondo cui un’amnistia fiscale premierebbe iniquamente i gli evasori è seria e merita rispetto. Ma le va contrapposto un altro argomento di peso e cioè che, grazie ad un condono eccezionale, quelli stessi evasori vengono indotti a regolarizzare la loro posizione, dichiarando ogni anno la loro sostanza e i loro redditi che altrimenti continuerebbero a restare nascosti e non potrebbero essere ridistribuiti sotto forma di investimenti e di servizi pubblici nonché di prestazioni sociali a vantaggio delle fasce meno abbienti della  popolazione.

Giovanni Merlini

Non per caso

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13.03.2009

Le cose non succedono mai per caso. Il recente riattizzarsi delle tensioni in seno al PLR viene da lontano. Da qualche anno ormai osservo con preoccupazione il crescendo di incomprensioni e di contrapposizioni tra Cantone e Comuni, con in testa la Città di Lugano come polo viepiù trainante del Ticino. Diversi i temi caldi che hanno dato fuoco alle polveri. La sicurezza ed il controllo del territorio, che comprensibilmente preoccupano gli abitanti di quartieri come quello di Besso, ma anche molti Ticinesi di altre città e regioni (come il Mendrisiotto). Le finanze del Cantone e dei Comuni, o la ripartizione dei compiti e degli oneri tra i due livelli istituzionali, l’approvvigionamento del mercato elettrico e lo scenario della soppressione delle privative dei Comuni, la riversione degli impianti idroelettrici alla scadenza delle concessioni: tutte cose che hanno fatto emergere in modo plateale divergenze profonde che si sono talora manifestate con toni sopra le righe. Prevale tropo spesso il muro contro muro sulla volontà di trovare insieme soluzioni consensuali. Non basta: a complicare le cose concorre pure un certo ostruzionismo da parte degli ambienti che si sono alleati per combattere, in modo più o meno sistematico, qualsiasi proposta avanzata dal governo, tacciato a torto di debolezza. Alludo non solo alla Lega e all’UDC, bensì pure a cerchie del PPD e a gruppi di pensiero favorevoli ad una rigida applicazione del principio di sussidiarietà in tutti settori. Questa alleanza trasversale comprende anche esponenti del nostro partito, rimasti delusi dall’esito delle ultime elezioni cantonali.

Di fronte a questa situazione, la mia impostazione è sempre stata quella di riportare il confronto sul piano degli argomenti, facendo astrazione dai personalismi e obbligando il partito a dibattere sulle idee migliori per disinnescare la conflittualità tra Cantone e Comuni e per favorire la crescita economica, la qualità della formazione, la sicurezza e la tutela dell’ambiente. Le numerose misure discusse e votate al congresso del PLR dello scorso 31 gennaio scaturiscono proprio da questo sforzo di progettualità e dal confronto interno sugli indirizzi per lo sviluppo competitivo e sostenibile del Cantone. All’elaborazione di queste misure proposte da un gruppo di lavoro interno al partito hanno collaborato persone che interpretano tutte le sensibilità del partito e non per nulla le misure presentate hanno raccolto una larghissima maggioranza congressuale. Per arricchire il pluralismo delle opinioni abbiamo ampliato l’ufficio presidenziale (la ex direttiva) consentendo tra l’altro al distretto di Lugano di potenziare la propria rappresentanza nell’esecutivo del partito.

Nulla va lasciato di intentato per migliorare il dialogo e il coinvolgimento di chi vorrebbe contare di più nei processi decisionali. Nella mia veste di presidente devo però anche segnalare il pericolo che comporterebbe un’eventuale pseudosoluzione statutaria, una scorciatoia per non affrontare il nocciolo della questione. L’eventuale istituzionalizzazione delle correnti non ci aiuterebbe a riscoprire il valore del rispetto per le persone e per le opinioni dissenzienti. Anzi, inasprirebbe le divisioni, sancendo la condizione di separati in casa. Invece di coltivare ciò che ci unisce, scaveremmo ulteriori fossati. Etichettare le persone non è mai una bella cosa. Ed è ben poco liberale costringerle a schierarsi di qua o di là, secondo schemi storici del tutto superati. Il divieto di creare correnti, previsto dall’attuale statuto, fu voluto proprio per il rispetto che è dovuto ad ogni individuo e alla a sua libertà inalienabile. Ed è una pia illusione credere che attraverso operazioni statutarie si possa superare l’attuale disagio. E’ piuttosto con un’assidua partecipazione alle discussioni nei vari gremii del partito e con la promozione di giovani capaci e disposti ad assumersi responsabilità che si riuscirà a rilanciare un dialogo interno più fecondo e una collaborazione costruttiva. Ma la premessa fondamentale è che torni a primeggiare il principio liberale della tolleranza e del rispetto. Deve prevalere il confronto sugli argomenti e sugli indirizzi rispetto alle vecchie ruggini tra tenori. Altrimenti si diffonde soltanto l’incomunicabilità e l’irrigidimento dei fronti. La tavola rotonda voluta dal “Gruppo dei 21” può servire a gettare le premesse per il rilancio della nostra forza propositiva, se vi sarà la volontà di agire nell’interesse del partito e non per altri fini inconfessabili. Perché un PLR solido e più compatto è nell’interesse del nostro Cantone.

Giovanni Merlini

Senza moralismi pelosi

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12.05.2009 

Diversi esperti hanno stimato a circa 2’150 miliardi il patrimonio globale in capitale detenuto da persone residenti in Svizzera, da cittadini svizzeri e stranieri. Come ogni stima, questo importo assai ingente va preso con le pinze. Non appare tuttavia improbabile, almeno di primo acchito. Se corrisponde al vero che anche soltanto (si fa per dire) il 10% di questa somma non è regolarmente dichiarata al fisco, il substrato imponibile potenziale ammonta (o ammonterebbe) a oltre 200 miliardi che, se tassati, produrrebbero un gettito d’imposta globale (per Confederazione, Cantoni e Comuni) attorno ai 20 miliardi, tenendo conto di un’aliquota media e delle deduzioni applicabili. Se le Camere federali approvassero un’eventuale amnistia fiscale, una parte cospicua di questa fortuna sommersa potrebbe riemergere alla luce del sole e rientrare nei circuiti legali del sistema economico nazionale. In un’ottica anticiclica una vera e propria benedizione. Non solo a favore del rilancio dei consumi e degli investimenti, bensì pure a favore delle casse degli enti pubblici che beneficerebbero di notevoli introiti fiscali supplementari e ricorrenti (ogni anno), in particolare derivanti dall’imposta sui redditi, ma non solo. Si tratterebbe dunque della misura anticrisi di gran lunga più efficace di tutte quelle finora varate dalla Confederazione e dai Cantoni. I presumibili effetti di un’amnistia fiscale farebbero verosimilmente impallidire gli interventi dei pacchetti di provvedimenti adottati in funzione antirecessiva. Le amnistie ipotizzabili sono almeno tre. Un primo tipo di amnistia potrebbe consistere nel condono della multa in caso di dichiarazione di capitali e redditi tenuti all’oscuro del fisco, limitando la riscossione delle imposte dovute fino al momento della notificazione ad un importo o percentuale forfetaria, prescindendo quindi al recupero integrale per gli ultimi dieci anni. Una variante meno attrattiva è quella che invece prescinde unicamente dalla multa per sottrazione fiscale, senza tuttavia rinunciare alla riscossione integrale delle imposte dovute fino a quel momento per gli ultimi dieci anni. Una seconda variante, ancora più restrittiva, è quella che circoscrive i possibili beneficiari dell’amnistia alla cerchia degli eredi che notificano spontaneamente, in sede di inventario successorio, la sostanza mobiliare e i relativi redditi del “de cujus”, rinunciando in tutto o solo in parte alla riscossione retroattiva delle imposte sottratte. La decisone compete alle Camere, visto che la Legge federale sull’armonizzazione delle imposte dirette riserva alla Confederazione la competenza di legiferare in tema di amnistia fiscale, anche se si limita agli eredi.

Perché dunque così tanti indugi a Berna? La questione non è solo tecnica. Contro le diverse ipotesi di amnistia fiscale vi è sempre stata una resistenza di tipo morale. Secondo una concezione etica rigorosa (influenzata non solo da retaggi calvinisti, ma pure zwingliani perché è diffusa anche nei  Cantoni  protestanti svizzero-tedeschi), il principio di legalità e quello della parità di trattamento impedirebbero o dovrebbero impedire al legislatore di premiare i furbi (o i loro eredi) con sconti e condoni che urtano il comune senso della giustizia, irritando oltretutto chi ha sempre fatto fronte correttamente ai suoi doveri contributivi. L’obiezione è solida e merita rispetto. Ancora una volta collidono le due famose categorie weberiane: la responsabilità della convinzione e quella delle conseguenze. Applicando la prima è impossibile parlare di amnistie fiscali, a prescindere dai contesti. Applicando invece la seconda, non è a priori esclusa un’entrata in materia, in presenza di almeno una condizione indispensabile. Questa condizione è che un’eventuale amnistia fiscale abbia carattere di provvedimento straordinario e isolato nel tempo. Non sono immaginabili né opportune amnistie che si ripetessero a ritmi ravvicinati (per es. ogni 10 o 15 anni) perdendo la loro portata eccezionale. Possono invece essere persino auspicabili e rivelarsi utili “una tantum”, per esempio una volta ogni trenta o quaranta anni. L’ultima amnistia fiscale generale in Svizzera risale al 1969: se fosse quindi nuovamente adottata dalle Camere, dopo così tanti anni, l’obiezione di principio perderebbe di peso e ne acquisterebbe invece l’argomento che fa leva sulle conseguenze vantaggiose per la comunità. Dopo un intervallo di 40 anni risulterebbe più sopportabile dal profilo etico sacrificare in via straordinaria un interesse pubblico in gioco (il rispetto delle regole e la parità di trattamento) a favore di un altro interesse pubblico (il sostegno all’economia e all’occupazione nonché i maggiori gettiti fiscali per gli enti pubblici). Opporsi all’ipotesi di un’amnistia anche dopo così tanti anni dall’ultima equivarrebbe ad un eccesso di rigore che rasenta il moralismo peloso. Quello che di fatto non serve a nessuno. Soprattutto di fronte all’offensiva nei confronti del nostro Paese da parte di diversi Stati che si dibattono in gravi crisi finanziarie e che potrebbero presto mettere in atto scudi fiscali ed altre misure dannose per la piazza economica e finanziaria svizzera.

Giovanni Merlini