PLR premiato a Breggia e a Centovalli

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27.10.2009

Il voto di domenica è un segno di rinnovata fiducia dell’elettorato liberale radicale che ha dato prova di attaccamento al PLR e ai suoi valori, premiando coloro che hanno saputo lavorare sodo e con serietà per il bene dei nuovi Comuni di Breggia e delle Centovallil. Diversi sono i motivi per essere soddisfatti. Il PLR è uscito dalle urne saldamente in testa a tutti i partiti, con il 30,7% a Breggia e addirittura il 36,02% a Centovalli, nonostante la presenza di nuove liste civiche, e penso in particolare alla insidiosa lista denominata “100Valli Viva”. Altro buon segno è il primato di voti conseguito dai nostri leaders locali Piermario Croci e da Giorgio Pellanda che assicurano il sindacato al PLR in entrambi i comuni, sebbene non sia esclusa la possibilità di un ballottaggio a Centovalli. Nell’elezione per i municipi il nostro partito ha primeggiato, con tre seggi su 7 a Breggia e due su 5 nelle Centovalli, dove per una manciata di schede non abbiamo conquistato la maggioranza assoluta. La suddivisione delle forze in seno agli esecutivi si conferma anche nei legislativi, dove il PLR si aggiudica il maggior numero di consiglieri comunali. Motivo di soddisfazione è pure lo sforzo profuso dalle sezioni nel mobilitare l’elettorato che ha regalato al partito la rivincita che si merita.

Il successo liberale radicale nei nuovi Comuni di Breggia e delle Centovalli rappresenta un’importante indicazione per il futuro del PLR: un risultato che va sottolineato se si considera il momento non facile per il nostro partito. Il PLR ha messo in campo liste affidabili, ha saputo offrire, attraverso il profilo dei suoi candidati, l’esperienza, l’efficacia, la progettualità e la credibilità dei liberali radicali nell’amministrare i Comuni con senso di responsabilità e lungimiranza. L’esito della consultazione è  incoraggiante: è un dato che conferma l’esistenza di un legame capillare del PLR col Paese.

Il successo è stato reso possibile grazie a coloro che ci hanno gratificato del loro consenso. A loro va la nostra riconoscenza. Ma la nostra gratitudine va anche alle candidate e ai candidati – eletti e non eletti – per la loro disponibilità, e ai responsabili delle sezioni per il loro apprezzato lavoro in favore del Partito. Questa nostra bella affermazione nei nuovi Comuni di Breggia e Centovalli deve stimolare tutti i liberali radicali di buona volontà a collaborare a tutti i livelli (sezionale, distrettuale e cantonale) per favorire la strategia dell’Ufficio presidenziale cantonale, tesa a ricompattare e a profilare il PLR come forza politica responsabile e  progressista che lavora per il Ticino della crescita, dell’equità, della sicurezza e dell’apertura. Il metodo liberale radicale tornerà presto a dare i suoi frutti migliori.

Giovanni Merlini

21.09.2009

Il 2008 è stato un anno orribile e da dimenticare per gli istituti della previdenza professionale in CH. Hanno registrato complessivamente, secondo alcuni analisti indipendenti, perdite tra i 70 ed i 90 miliardi di franchi.

Sempre secondo questi specialisti circa ¾ delle casse pensioni soffrono di una situazione di sottocopertura. I mercati azionari l’anno scorso hanno infatti continuato a perdere, proseguendo nel trend negativo che aveva preso avvio già nel 2007 e facendo registrare cali in Svizzera fino al 30% e all’estero fino al 40%. E’ stata la conseguenza del tracollo del sistema finanziario internazionale, innescato con l’esplosione della bolla dei subprime americani e tutto ciò che essa ha comportato per le principali banche mondiali e per la prima banca svizzera. La crisi finanziaria ha poi ben presto condizionato l’economia reale, determinandone l’andamento recessivo che, a sua volta, ha accentuato la tendenza ribassista di tutti i mercati azionari. Era quindi inevitabile che ne risentisse anche la nostra Cassa pensioni, benché solo ¼ del suo patrimonio sia investito in azioni svizzere ed estere. E infatti l’esercizio 2008 si è chiuso con un disavanzo di 482,2 milioni, superiore di quasi 4 volte quello registrato nel 2007 (130,5 mio.) perché il rendimento patrimoniale complessivo ha segnato un – 9,28%, meno peggio comunque della flessione subita dagli istituti previdenziali svizzeri, il cui rendimento mediano è stato calcolato in -15%. Abbiamo fatto meglio della media svizzera grazie alla quota azionaria relativamente bassa e grazie alla rinuncia ad investimenti alternativi. Ma rimane il fatto che la situazione è preoccupante, considerato anche che il grado di copertura è crollato in un anno dal 71% (31.12.2007) al 61,9% con una diminuzione quindi di 9,1 punti percentuali.

L’obbiettivo di raggiungere il grado di copertura dell’80% entro il 2019 attraverso le misure di risanamento adottate nel 2005 appare quindi irrealistico, alla luce di questi risultati. Ma se non avessimo votato quelle misure nel 2005, come già quelle del 2000, oggi la situazione si presenterebbe ancora più grave. Come rileva il rapporto del collega Pinoja e come rileva lo stesso perito, il deteriorarsi della situazione finanziaria della Cassa non è solo provocato dal rendimento inferiore del patrimonio mobiliare, bensì pure dal deficit strutturale dovuto soprattutto al peggioramento del rapporto demografico tra assicurati attivi e assicurati pensionati (2,26 attivi per ogni beneficiario di rendita), al costo dei pensionamenti di vecchiaia anticipati e all’adeguamento parziale delle rendite al rincaro.

Lo studio della Hewitt ha confermato quanto il nostro Gruppo va dicendo ormai da diversi anni a questa parte e cioè che il grado di copertura, con l’attuale piano assicurativo in primato delle prestazioni, è destinato a diminuire inesorabilmente.

E’ molto eloquente la tabella riportata dalla Commissione della Cassa nel suo rendiconto a pag. 4, dove viene indicata l’evoluzione del patrimonio, del disavanzo totale e del grado di copertura nei prossimi 20, 30 e 40 anni per ognuna delle 3 ipotesi di redditività del patrimonio con un tasso del 3,5%, del 4,25 % e del 5%. Ebbene nell’ipotesi di una redditività del patrimonio a lungo termine pari al 3,5%, che oggi appare la più plausibile, il grado di copertura nel 2047 scenderebbe addirittura sotto il 10%, mentre solo con rendimenti attorno al 5% sarebbe possibile nei prossimi decenni migliorare leggermente il grado di copertura, senza tuttavia raggiungere il 100%, neppure a lunghissimo termine.

La conclusione è quindi implacabile: l’obbiettivo fissato dal Consiglio federale di conseguire un grado di copertura del 100% in 40 anni potrà essere realizzato solo con misure incisive di risanamento che possano entrare in vigore al più tardi al 1.1.2011; il perito ne ha indicate alcune a titolo di esempio, come il congelamento dell’adeguamento delle rendite al rincaro, la riduzione delle prestazioni e l’aumento dell’età del pensionamento. Quest’ultima  misura appare sempre più come inevitabile, considerato l’aumento dell’aspettativa di vita delle persone. Ma lo stesso perito ha pure indicato (finalmente) che è auspicabile l’abbandono dell’attuale piano assicurativo ed il passaggio ad un uovo piano in primato dei contributi. Le prestazioni assicurative devono infatti scaturire sostanzialmente dal capitale disponibile accumulato da ogni assicurato  attraverso il versamento dei suoi contributi e di quelli del datore di lavoro. Questo nuovo piano assicurativo non sarà in grado –senza misure puntuali di risanamento- di riportare in equilibrio la situazione finanziaria della Cassa, ma contribuirà se non altro ad evitare che essa peggiori ulteriormente, e soprattutto migliorerà la trasparenza, la sicurezza e la flessibilità del sistema.

Entro la fine di quest’anno l’apposito Gruppo incaricato dalla Commissione della Cassa avrà approfondito tutti gli aspetti del problema e indicherà nel suo rapporto finale le misure concrete di risanamento; nel frattempo la società consulente in materia di investimenti (la PPCMetrics di Zurigo) avanzerà le sue proposte tese a rivedere al suddivisone nelle diverse categorie di investimento al fine di diminuire la volatilità dei rendimenti del patrimonio mobiliare.

Quando tutte queste proposte saranno sul tavolo sarà indispensabile trovare al più presto il consenso di tutte le parti in causa affinché si riesca, nel corso del 2010 a passare almeno in parte alla fase operativa con la presentazione del Messaggio e della revisione della legge. 

La strada è ancora lunga e impervia, ma dobbiamo arrivare alla meta in tempo, se abbiamo a cuore il futuro della nostra CP.

Vi invito quindi, Colleghe e Colleghi, ad approvare il rapporto commissionale redatto dal collega Pinoja.

Giovanni Merlini

Efficienza e autorevolezza del governo federale

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20.10.2009

E’ più probabile l’elezione di un rappresentante della terza Svizzera con un governo federale di 7 o di 9 membri?

Come rilanciare l’autorevolezza politico-strategica del Consiglio federale, attualmente un po’ appannata?

Come accrescere la sua efficienza?

Sostanzialmente a questi tre quesiti tenta di rispondere una proposta di risoluzione, su cui dovrà chinarsi il nostro Gran Consiglio. Essa chiede all’Assemblea federale, nelle forme dell’iniziativa cantonale, di avviare le procedure per modificare l’art. 175 cpv. 1 della Costituzione federale.

L’elezione per la successione di Pascal Couchepin ha messo ancora una volta in risalto le difficoltà oggettive con cui la svizzera italiana deve fare i conti, ogni qual volta si tratta di far valere le ragioni a sostegno del suo buon diritto ad essere rappresentata nel governo della Confederazione. Il contesto economico e finanziario così come pure l’evoluzione da un federalismo sostanzialmente perequativo ad un federalismo competitivo stanno inasprendo la concorrenza tra le regioni del Paese e tra i Cantoni stessi. La conseguenza diretta di questo fenomeno è la scemata disponibilità a riconoscere concretamente il ruolo della minoranza italofona –soprattutto da parte della Romandia preoccupata a difendere strenuamente le proprie posizioni- in barba allo spirito confederale e alle esigenze della coesione nazionale.

C’è poi un altro problema: gli attuali rapporti di forza nel parlamento nel Consiglio federale tendono a connotare sempre più in senso politico-partitico ogni avvicendamento in seno al governo, con le puntuali rivendicazioni di alcune forze politiche che non si sentono adeguatamente rappresentate. Il che contribuisce a sminuire l’importanza del criterio di un’equa rappresentanza delle componenti linguistiche e regionali, pur sancito dall’art. 175 cpv. 4 della nostra Carta fondamentale. E la regola costituzionale che vuole dal 1848 sette membri per il governo (codificata al cpv. 1 del medesimo articolo) non favorisce certo alla legittima aspirazione della terza Svizzera, con il rischio che essa si senta sempre più emarginata, se non addirittura esclusa dai “giochi”.

L’aumento da sette a nove membri permetterebbe di garantire, con maggiore regolarità e meno interruzioni, la presenza nella stanza dei bottoni di un esponente della Svizzera italiana, evitando così l’inopportuna esclusione di una minoranza per un numero troppo elevato di anni.  L’aumento a nove non dovrebbe per altro compromettere il rispetto della collegialità che funziona anche in governi con più di dieci membri. Non è invece opportuno chiedere, come qualcuno vorrebbe, la modifica anche del cpv. 4 dell’art. 175, sostituendo la dicitura “equa rappresentanza” con quella di “effettiva rappresentanza”, perché equivarrebbe ad imporre una camicia di forza all’Assemblea federale. Sarebbe infatti sbagliato pretendere l’elezione di un rappresentante della terza Svizzera sempre e comunque, a prescindere dall’idoneità della persona e dalla sua appartenenza partitica.

L’obbiettivo della risoluzione cantonale è comunque più ampio e va al di là dell’esigenza di rispettare le minoranze. L’aumento a nove permetterebbe infatti di promuovere di pari passo una riforma dell’organizzazione del governo che comprenda pure il rafforzamento del ruolo del Presidente della Confederazione, a livello di competenze e di durata della carica, nonché una più ragionata ripartizione dei settori di competenza dei singoli Dipartimenti secondo criteri di omogeneità di materia e di efficienza. Alla luce dell’evoluzione socio-politica della Svizzera e considerata la necessità, ben dimostrata dalla cronaca degli avvenimenti di questo ultimo anno, di un rafforzamento dell’autorità politica e strategica del governo, non appare più sostenibile la crescita esponenziale dell’onere legato alla gestione amministrativa dei singoli dipartimenti, il cui sviluppo, in certi casi, è stato abnorme. Basti pensare al dipartimento pachidermico diretto da Leuenberger, che riunisce in sé settori come quello della pianificazione e costruzione delle grandi infrastrutture pubbliche e i settori della tutela dell’ambiente e del territorio. Lo stesso vale per il dipartimento diretto dal nuovo Consigliere federale Burkhalter che deve occuparsi di compiti più disparati e complessi, come la sanità e l’educazione, le assicurazioni sociali, la ricerca e la cultura.

L’aumento a 9 consentirebbe una riorganizzazione dei compiti che permetta a chi governa di aver il tempo e gli strumenti per farlo. Chi governa non deve più essere fagocitato dalle questioni amministrative, bensì deve occuparsi di strategie nazionali ed internazionali e deve poterlo fare con maggiore autorevolezza rispetto ad oggi. La vera politica deve tornare a dettare l’agenda di questo Paese, offrendogli visioni e progetti forti.

Giovanni Merlini

Ma quale regalo?

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18.11.2009

La ben orchestrata campagna dei referendisti contrari al lieve sgravio fiscale per le  persone giuridiche ha un chiodo fisso. Continua a gridare allo scandalo, facendo credere che accettando la decisione del Gran Consiglio si farebbe un regalo a chi non ne ha bisogno. Quasi come se produrre utili aziendali in un periodo di crisi fosse una colpa. E come se chi riesce a scrivere cifre nere nei propri conti economici e bilanci, in un periodo di recessione economica, non meriti la benché minima attenzione da parte dello Stato. E’ fin troppo facile, ma del tutto pretestuoso, il consueto ritornello secondo cui si sottrarrebbero risorse finanziarie alla socialità o alla scuola pubblica in un momento difficile. Le cose non stanno così. Intanto va ricordato che la riduzione dell’aliquota dell’imposta sull’utile delle persone giuridiche dal 9% all’8,5% non è stata decisa in modo estemporaneo o per assecondare “un capriccio della destra” come qualcuno ha affermato. La decisione è stata adottata nell’ambito di un ampio e articolato pacchetto di misure anticrisi, a sostegno dell’occupazione e dell’economia, votato dal parlamento ticinese nella scorsa primavera. Tutto si può dire di questo pacchetto, fuorché esso sia squilibrato. Vi si trova una lunga serie di provvedimenti che tengono conto in modo armonico ed equilibrato dei diversi interessi in gioco e delle molteplici esigenze del sistema-Paese. Accanto ad interventi a favore del rilancio dell’occupazione, del sostegno ai redditi delle persone, della formazione, della ricerca, degli investimenti –anche nell’ambito del risanamento energetico e della promozione delle energie rinnovabili- nonché delle imprese e di attività economiche come l’edilizia ed il turismo, vi figura anche la creazione di un fondo di 30 mio. da parte della Banca dello Stato, garantito per un terzo dal Cantone, a favore dell’accesso al credito da parte delle aziende. Il modesto sgravio fiscale non è un regalo alla piazza finanziaria, bensì un’opportuna misura che allinea il prelievo cantonale a quello federale e che migliora la posizione del Ticino nella classifica intercantonale dell’attrattività fiscale. Oggi ci troviamo al 16. posto e siamo quindi sopra la media svizzera relativa alla fiscalità delle aziende. Il nostro obbiettivo deve essere quello di riuscire a diventare più concorrenziali  per poter accrescere il numero di nuovi insediamenti di imprese sul nostro territorio, con i relativi vantaggi a livello occupazionale. Tra l’altro la riduzione d’imposta considera adeguatamente anche le esigenze della pianificazione finanziaria dei Comuni, concedendo loro un  periodo di due anni per adeguarsi alla nuova aliquota. Troppo spesso si dimentica che gli utili delle società non cadono dal cielo. Per esempio le aziende di quegli artigiani –perché le persone giuridiche non sono solo le grandi società e le banche- che riescono ancora a produrli hanno investito nell’innovazione tecnologica e nella qualità dei loro prodotti e servizi; ebbene, grazie a questo sgravio potranno reinvestire quegli stessi utili in misura accresciuta, contribuendo così al mantenimento di preziosi posti di lavoro. Ciò rappresenta uno stimolo anche per le  aziende che oggi registrano perdite, ma che una volta superata la crisi torneranno a generare utili d’esercizio beneficiando di una minore pressione fiscale. Se le  urne sancissero malauguratamente un rifiuto di questo alleviamento fiscale si interromperebbe bruscamente quella politica di moderazione fiscale a favore delle imprese, graduale e finanziariamente sostenibile, avviata dal Consiglio di Stato e dal Gran Consiglio prima con la riduzione dell’aliquota dell’imposta sugli utili delle persone giuridiche dal 10% al 9% e poi con l’attenuazione della doppia imposizione degli utili societari. Sarebbe un pessimo segnale nei confronti di chi fa impresa o vorrebbe farla nel nostro Cantone. Mettere in contrapposizione in modo un po’ manicheo chi fa utili e chi invece fa perdite non giova a nessuno. E ancora meno serve a superare la crisi. Ma non basta esclamare “Ben venga chi riesce a produrre ricchezza”; il benvenuto deve essere concreto e tangibile. Serve un chiaro verdetto popolare il prossimo 29 novembre. Un chiaro sì, a vantaggio di tutti.

Giovanni Merlini, presidente del PLR

14.12.2009

Il Ticino, con la piazza finanziaria di  Lugano e Chiasso, sarà il Cantone che pagherà il prezzo più caro di tutti, e di gran lunga, dello scudo-ter italiano. Il suo impatto anche sul piano occupazionale potrebbe rivelarsi molto più pesante di quanto è stato ipotizzato in un primo tempo. La perdita di posti di lavoro nel settore bancario e dei servizi correlati si aggiungerà al generale incremento della disoccupazione nel 2010 per effetto della recessione del 2008 e del 2009. I gettiti fiscali degli enti pubblici ne risentiranno significativamente nei prossimi anni, venendo ad esaurirsi le sopravvenienze dovute alla precedente crescita economica. Un’amnistia fiscale federale favorirebbe l’emersione di un volume verosimilmente importante di capitali non dichiarati che verrebbero così reimmessi nel circuito economico del Pese, contribuendo al rilancio dei consumi e degli investimenti. Significativi sono i dati relativi all’ultima amnistia fiscale a favore però dei soli eredi: erano riemersi 1’384 mio. di franchi cumulati nel periodo 1993-2008. Ma nonostante le molteplici sollecitazioni in tal senso, il Consiglio federale e le Camere non sembrano propense a muoversi in questa direzione. E’ un vero peccato, perché un’amnistia generale non condonerebbe soltanto la multa e l’imposta federale diretta sottratta negli ultimi dieci anni, ma anche le imposte cantonali e comunali. Al Ticino non resta dunque altra possibilità se non quella di prendere da subito in considerazione un’amnistia fiscale cantonale. I margini giuridici per questa operazione dovrebbero essere dati, anche perché la Legge federale sull’armonizzazione delle imposte dirette dei Cantoni e dei Comuni cantonali e comunali non vieta esplicitamente ai Cantoni di varare amnistie fiscali, il che rientra nella loro competenza autonoma, bensì semmai sancisce il principio del recupero delle imposte sottratte al fisco nei dieci anni precedenti alla denuncia spontanea o all’accertamento dei capitali non dichiarati.  Non credo dunque che si possa parlare di un’incompatibilità insuperabile con la legge quadro federale. Del resto pare che lo stesso ministro delle  finanze Merz di fronte all’amnistia fiscale promossa dal Canton Giura abbia riconosciuto pubblicamente il suo buon diritto a procedere i tal senso, sfruttando la sua sovranità in materia. D’altra parte negli scorsi anni molti Cantoni hanno alleviato la pressione fiscale sui dividendi societari nonostante la LAID e nessuno ha avuto qualcosa da ridire. Il Canton Vallese ha rinunciato alla riscossione degli interessi di mora e ha introdotto agevolazioni fiscali per gli eredi. Non vedo dunque perché mai il nostro Cantone dovrebbe farsi eccessive ambasce a varare un’amnistia fiscale autonoma. L’iniziativa parlamentare elaborata dall’UDC, e sottoscritta anche da PLR, PPD e Lega lunedì scorso riprende il modello della riforma della Legge sull’imposta federale diretta e della Legge tributaria ticinese, che entrerà in vigore il prossimo 1. gennaio 2010, estendendolo però ai casi di autodenuncia anche da parte dei non eredi. Si chiede quindi, oltre all’esonero dal pagamento della multa, la limitazione del recupero delle imposte sottratte a soli tre anni. I vantaggi sono evidenti se si prende questo esempio: poniamo che un contribuente abbia sottratto da 15 anni una sostanza di 1 mio. di franchi con un reddito del 3% annuo e presumiamo che gli si applichi un’aliquota sulla sostanza per l’imposta cantonale e comunale del 7 per mille e un’aliquota d’imposta sul reddito del 15% a livello cantonale, pure del 15% a livello comunale e del 10% a livello federale. Applicando la normativa che entrerà in vigore il prossimo 1.gennaio, questo contribuente, se decidesse di dichiarare la sua sostanza di 1 mio., andrebbe incontro al pagamento di un importo complessivo di 228’000.- tra imposta cantonale e comunale sulla sostanza sottratta, imposta cantonale e comunale sottratta sul reddito, imposta federale diretta sottratta e interessi di mora (ossia il 22,8% del capitale dichiarato al momento dell’autodenuncia). Per contro, con la proposta di amnistia formulata nell’iniziativa parlamentare, lo stesso contribuente si troverebbe nella ben più favorevole situazione di dover versare complessivamente la somma di 93’600.- a titolo di recupero (per soli 3 anni) di imposte federali, cantonali e comunali sottratte e di interessi di mora. Il carico fiscale per regolarizzare la sua posizione di contribuente ammonterebbe quindi al 9,36%, con un risparmio di circa il 14%.

A seconda della situazione personale e delle aliquote applicabili al singolo contribuente, un’amnistia cantonale di questa portata potrebbe rivelarsi molto vantaggiosa. Ma il vantaggio lo avrebbero anche lo Stato, con un incremento presumibilmente notevole del gettito assicurato negli anni, e l’economia con una salutare iniezione di liquidità.

L’obiezione etica secondo cui un’amnistia fiscale premierebbe iniquamente i gli evasori è seria e merita rispetto. Ma le va contrapposto un altro argomento di peso e cioè che, grazie ad un condono eccezionale, quelli stessi evasori vengono indotti a regolarizzare la loro posizione, dichiarando ogni anno la loro sostanza e i loro redditi che altrimenti continuerebbero a restare nascosti e non potrebbero essere ridistribuiti sotto forma di investimenti e di servizi pubblici nonché di prestazioni sociali a vantaggio delle fasce meno abbienti della  popolazione.

Giovanni Merlini