9 meglio di 7

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06.05.2010

Il Gran Consiglio ha dunque votato con convinzione la proposta di risoluzione, nella forma dell’iniziativa cantonale all’attenzione dell’Assemblea federale, che avevo inoltrato lo scorso 21.10.2009 con Jelmini, Bertoli, Bignasca, Maggi e Arigoni per un aumento del numero dei membri del Consiglio federale da 7 a 9. Eravamo in autunno e l’elezione per la successione del Consigliere federale Pascal Couchepin aveva messo ancora una volta in risalto le difficoltà con cui la Svizzera italiana deve fare i conti, ogni qual volta si tratta di far valere concretamente le ragioni a sostegno della sua aspirazione ad essere rappresentata nel governo della Confederazione. Di qui l’idea di risollevare il dibattito a Berna sulla necessità di una riforma non solo della composizione del governo, ma anche della sua organizzazione. La nostra proposta chiede all’Assemblea federale di avviare la procedura per la modifica dell’art. 175 cpv. 1 della Costituzione federale (CF) – che fissa a 7 il numero dei membri dell’esecutivo – per portarli a 9.

Bisogna dire che la scelta di ancorare nella Carta fondamentale un determinato numero dei membri del governo è decisamente inconsueta, se confrontata con le altre nazioni. La sua “ratio” va individuata nella volontà di ostacolare la modifica del numero dei membri del Consiglio federale allo scopo di scongiurare la transizione, per il tramite della più semplice modifica legislativa, verso altri sistemi democratici, come per esempio quello parlamentare. Ma, alla luce della situazione fortemente concorrenziale creatasi parallelamente alla crisi del modello federalista tradizionale, il mantenimento dell’attuale art. 175 cpv. 1 CF risulta problematico, nella misura in cui arrischia di vanificare più o meno sistematicamente il disposto di cui al cpv. 4 dello stesso articolo (che recita: “Le diverse regioni e le componenti linguistiche del Paese devono essere equamente rappresentate”), rendendo sempre più difficile una rappresentanza svizzero-italiana in governo.

Queste difficoltà sono destinate a crescere. E’ infatti evidente che un numero così basso di membri eleggibili nel Consiglio federale complica molto la vita alle minoranze del Paese. Il contesto economico e finanziario, nonché l’evoluzione da un federalismo sostanzialmente perequativo ad un federalismo competitivo inaspriscono la concorrenza tra le regioni e tra i Cantoni stessi. Va di pari passo scemando la disponibilità a riconoscere il ruolo della minoranza italofona in seno alla Confederazione, come invece richiederebbero la coesione nazionale e lo spirito confederale. Gli attuali rapporti di forza nel Parlamento e nel Consiglio federale tendono poi a connotare sempre più in senso politico-partitico ogni avvicendamento in seno al governo, sminuendo l’importanza del criterio di un’equa rappresentanza politica delle componenti linguistiche e regionali, sancito appunto dal già ricordato art. 175 cpv. 4 CF. Se questa tendenza continuerà anche nei prossimi anni o decenni – con un Consiglio federale di soli 7 membri – la legittima aspirazione della Svizzera italiana ad essere finalmente di nuovo rappresentata nella camera dei bottoni verrà ben difficilmente esaudita. E non va sottovalutato il rischio che la terza Svizzera si senta sempre più emarginata, se non addirittura esclusa dai “giochi”.

Un governo di 9 membri permetterebbe invece di garantire, con maggiore regolarità e meno interruzioni, la presenza di un esponente della Svizzera italiana. L’aumento di due unità non dovrebbe per altro compromettere il principio della collegialità e l’art. 175 cpv. 4 CF potrebbe finalmente trovare riscontro nella prassi, al contrario di quanto avviene per periodi troppo lunghi con un governo di 7 membri. Il che contribuirebbe oltretutto a rafforzare il senso di appartenenza alla nazione e la solidarietà confederale, agevolando l’integrazione della minoranza italofona nella conduzione politica del Paese.

Non è che siano mancati in passato i tentativi, tutti falliti, di modificare il numero dei Consiglieri federali, immutato a 7 dal 1848. Due iniziative popolari, una nel 1900 e l’altra nel 1942, che chiedevano l’elezione popolare del Consiglio federale con contemporaneo aumento a 9 membri, furono respinte entrambe da popolo e cantoni. Più tardi, nel 1998 il Consiglio nazionale bocciò, nell’ambito del riordino della CF, una proposta di minoranza commissionale intesa ad un aumento sempre a 9 membri.

Un aumento del numero dei membri del Consiglio federale di 2 unità si giustifica tuttavia anche per altri, non meno importanti motivi.

L’evoluzione socio-politica del Paese e l’esigenza di un rafforzamento dell’autorevolezza politica dell’esecutivo federale anche verso l’estero, di fronte alla crescita esponenziale dell’onere legato alla gestione amministrativa dei singoli Dipartimenti, rendono oggi indispensabile una riorganizzazione del Consiglio federale, che preveda non soltanto l’aumento di due unità dei suoi membri, bensì pure un potenziamento del ruolo del Presidente della Confederazione a livello di competenze e di durata della carica, come richiesto anche dalla mozione Burkhalter recentemente approvata dalle Camere. Basti fare mente locale sulla realtà mastodontica di due dipartimenti che si sono sviluppati in modo abnorme, come il Dipartimento federale degli Interni – che comprende oltre alla sanità, le assicurazioni sociali, la cultura e la ricerca – oppure come il Dipartimento federale dei trasporti, delle telecomunicazioni e dell’ambiente. E’ decisamente opportuna una più ragionata ripartizione dei settori di competenza, secondo criteri di unità di materia e di efficacia. Sotto questo aspetto una suddivisone dei compiti tra 9 anziché 7 Consiglieri federali favorirebbe una più razionale conduzione politica rispetto alla situazione attuale che appare al limite della sostenibilità, anche in termini di impegno richiesto al singolo ministro e direttore di Dipartimento. Le recenti vicende non proprio edificanti (pressione sul segreto bancario, crisi con la Libia, ecc.) hanno impietosamente mostrato una carenza di leadership e di capacità strategico-progettuale che deriva anche dall’inadeguatezza dell’attuale organizzazione del governo. Se vogliamo un governo che governi davvero, dobbiamo metterlo in condizione di farlo. C’è da sperare che l’Assemblea federale se ne ricordi quando dovrà pronunciarsi sulla risoluzione cantonale del Gran Consiglio ticinese.

Giovanni Merlini

Puntata di Controluce del 17 gennaio 2010. Intervista di Michele Fazioli a Giovanni Merlini.

Se i camici bianchi scioperano

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30.03.2009

Se oggi la tensione tra la Società svizzera di medicina generale e il Consigliere federale Couchepin ha raggiunto livelli incandescenti, i veri motivi vanno ricercati in un modello improbabile di gestione del sistema sanitario: quello codificato dalla LAMal. La precedente responsabile del dossier, la signora Dreyfuss, era convinta (ed era riuscita a convincere la maggioranza dei votanti) che fosse possibile garantire l’accesso generalizzato a cure di qualità, riuscendo contemporaneamente a contenere l’evoluzione dei costi della salute. Mai aspettativa fu così clamorosamente sconfessata. L’esperienza di quasi 15 anni con questo sistema è eloquente. Da tempo ormai si applicano palliativi che, nella migliore delle ipotesi, si rivelano puntualmente inefficaci, se non addirittura problematici dal profilo dei diritti costituzionali, come p.es. quello del numerus clausus temporaneo per l’apertura dei nuovi studi medici, una restrizione che limita eccessivamente la libertà economica e la libera scelta della professione. Il fatto è che i “liberi” professionisti della sanità stanno diventando sempre meno liberi. Devono occuparsi di troppa carta. Si moltiplicano pericolosamente le incombenze amministrative a scapito del tempo da dedicare personalmente al paziente. Cresce la pressione, non sempre legittima, delle casse malati. Come patrocinatore di alcuni medici accusati, a torto, di polipragmasia ho potuto toccare con mano gli effetti perversi di certe forzature, al limite del vessatorio, da parte di alcuni assicuratori. L’art. 56 LAMal, che stabilisce il principio dell’economicità delle cure, non può essere interpretato disinvoltamente quale strumento con cui costringere il medico coscienzioso alla restituzione parziale od integrale dell’onorario per determinate prestazioni giudicate inadeguate dalle casse. Sono infatti soltanto le prestazioni superflue, non richieste dall’interesse del paziente e dallo scopo delle cure, quelle che devono essere evitate. Se invece si va oltre e si imputa al medico scrupoloso un “eccesso” di prestazioni prescritte, contestandogli schematicamente il numero totale annuo di ore fatturate superiore alla media, prescindendo dalle particolarità di ogni singolo caso, allora non si rispetta più lo spirito della norma di legge. E si mette a repentaglio la salute del paziente o la sua chance di recuperarla. E’ per altro escluso che il legislatore federale abbia inteso limitare indebitamente la libertà decisionale del medico, mettendo in dubbio la sua capacità di valutazione e assegnando a terzi (le casse) il diritto di sostituirsi a lui nello statuire sull’adeguatezza di una cura. E’ al medico che incombe questa responsabilità ed è solo a lui che spetta la determinazione del tipo di indagine, del tipo di terapia e della sua durata. Sarebbe preoccupante se la politica e i tribunali assecondassero la tendenza verso una “medicina di Stato” deresponsabilizzante e condizionata esclusivamente da parametri e schematismi economico-finanziari. Il rischio del razionamento delle cure non deve essere sottovalutato e va scongiurato.

L’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso dell’esasperazione è stato il nuovo tariffario per le analisi di laboratorio. Con il recente adeguamento che entrerà in vigore il prossimo 1. luglio, il Consiglio federale si ripromette un risparmio di circa di 200 milioni, ossia di circa un quinto dell’attuale volume di fatturazione annuo dei laboratori ambulatoriali. La ristrutturazione dell’elenco delle analisi comprende circa 1600 posizioni: suscita perplessità il fatto che i laboratori esterni, quelli ospedalieri e quelli degli studi medici siano stati assoggettati ad un tariffario unificato. La mancata distinzione, in particolare, tra i grandi laboratori industriali privati e quelli degli studi medici dei generalisti -già da anni sotto pressione e già colpiti dalla revisione tariffale del 2006- non consente di tener conto dei diversi interessi in gioco e della dignità professionale di una categoria (quella dei medici di famiglia) confrontata con costi fissi elevati rispetto al numero delle analisi effettuate e quindi con margini di guadagno esigui. Non per nulla l’attrattività di questa professione è andata viepiù scemando e sconta oggi un problema di invecchiamento e di insufficiente ricambio generazionale, dovuto anche ai pesanti ritmi di lavoro. Negli ultimi anni i costi di laboratorio nel Ticino sono diminuiti e attualmente incidono sulla totalità della spesa sanitaria in ragione di circa il 3%. E’ stato stimato che il nuovo tariffario potrebbe mettere a repentaglio circa 500 posti di lavoro occupati in prevalenza da donne, nel solo nostro Cantone, mentre in Svizzera i laboratori di studi medici a rischio di chiusura sarebbero circa 7’500. E’ quindi comprensibile il grido d’allarme lanciato dall’Ordine dei medici, preoccupato non solo per le conseguenze occupazionali del nuovo assetto tariffario in una fase congiunturale recessiva, bensì pure per le ripercussioni sull’accessibilità a diagnosi e terapie tempestive. La politica non può disinteressarsi di queste giustificate preoccupazioni. E’ palmare infatti il pericolo che incombe sulla qualità delle cure e sul bene dei pazienti. L’immediatezza diagnostica, si pensi per es. all’oncologia, permette di applicare subito la terapia più efficace. Obbligare i pazienti a ricoveri preventivi in ospedale oppure a doppie consultazioni per discutere gli esiti delle analisi produrrà un rincaro dei costi ambulatoriali, vanificando gli obbiettivi del Consiglio federale. Un ripensamento di queste misure sarebbe quindi opportuno.

Giovanni Merlini

Una strada impervia, ma inevitabile

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29.09.2009

Il 2008 è stato un anno da dimenticare per gli istituti della previdenza professionale. In Svizzera, secondo alcuni analisti indipendenti, sono state registrate perdite tra i 70 ed i 90 miliardi di franchi e circa ¾ delle casse pensioni sono in una situazione di sottocopertura. Inevitabilmente il  trend negativo dei mercati azionari si è fatto sentire anche sulla Cassa pensione dei dipendenti dello Stato, benché solo ¼ del suo patrimonio sia investito in azioni svizzere ed estere. L’esercizio 2008 si è chiuso con un disavanzo di 482,2 milioni, quasi 4 volte superiore a quello registrato nel 2007 (130,5 milioni) perché il rendimento patrimoniale complessivo è ammontato a -9,28%; meno peggio della flessione subita dagli istituti previdenziali svizzeri, il cui rendimento mediano è stato calcolato in -15%. Abbiamo fatto meglio della media svizzera grazie alla quota azionaria relativamente bassa e grazie alla rinuncia ad investimenti alternativi. Ma rimane il fatto che la situazione è preoccupante, considerando anche che il grado di copertura è crollato in un anno dal 71% (31.12.2007) al 61,9% con una diminuzione di 9,1 punti percentuali.

Alla luce di questi risultati appare pertanto irrealistico l’obbiettivo di raggiungere il grado di copertura dell’80% entro il 2019 attraverso le misure di risanamento adottate nel 2005. Ma se il parlamento non le avesse votate, come già quelle del 2000, oggi la situazione si presenterebbe ancora più grave. Il deteriorarsi della situazione finanziaria della Cassa non è solo provocato dal rendimento inferiore del patrimonio mobiliare, bensì pure dal deficit strutturale dovuto soprattutto al peggioramento del rapporto demografico tra assicurati attivi e pensionati (2,26 attivi per ogni beneficiario di rendita), al costo dei pensionamenti anticipati e all’adeguamento parziale delle rendite al rincaro.

Da diversi anni il PLR va dicendo che il grado di copertura con l’attuale piano assicurativo in primato delle prestazioni è destinato a diminuire inesorabilmente. Lo conferma d’altronde la perizia dello studio Hewitt. La conclusione è quindi implacabile: l’obbiettivo fissato dal Consiglio federale di conseguire un grado di copertura del 100% in 40 anni potrà essere realizzato solo con misure incisive di risanamento che possano entrare in vigore al più tardi nel 2011: la perizia ne ha indicate alcune a titolo di esempio, come il congelamento dell’adeguamento delle rendite al rincaro, la riduzione delle prestazioni e l’aumento dell’età del pensionamento. Quest’ultima misura appare sempre più come inevitabile, considerato l’aumento dell’aspettativa di vita delle persone. Ma lo studio Hewitt ha pure indicato – finalmente – che è auspicabile l’abbandono dell’attuale piano assicurativo ed il passaggio ad un nuovo piano in primato dei contributi. Le prestazioni assicurative devono infatti scaturire sostanzialmente dal capitale disponibile accumulato da ogni assicurato  attraverso il versamento dei suoi contributi e di quelli del datore di lavoro. Questo nuovo piano assicurativo non sarà in grado – senza misure puntuali di risanamento – di riportare in equilibrio la situazione finanziaria della Cassa, ma contribuirà se non altro ad evitare che peggiori ulteriormente, e soprattutto migliorerà la trasparenza, la sicurezza e la flessibilità del sistema.

Entro fine anno il gruppo incaricato dalla Commissione della Cassa avrà approfondito tutti gli aspetti del problema e indicherà nel suo rapporto finale le misure concrete di risanamento. Intanto la società consulente in materia di investimenti avanzerà le sue proposte tese a rivedere la suddivisone nelle diverse categorie di investimento, al fine di attenuare la volatilità dei rendimenti del patrimonio mobiliare.

Quando queste proposte saranno sul tavolo sarà indispensabile trovare al più presto il consenso di tutte le parti in causa affinché si riesca, nel corso del 2010, a passare almeno in parte alla fase operativa con la presentazione del messaggio e della revisione della legge. La strada è ancora lunga e impervia, ma dobbiamo arrivare alla meta in tempo, se abbiamo a cuore il futuro della Cassa pensioni dei dipendenti dello Stato.

Giovanni Merlini

Un congresso di idee

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28.01.2009

Lo scorso 19 giugno 2008 il Comitato cantonale aveva aderito alla mia proposta di concentrare la progettualità del partito su tre filoni strategici: crescita, sicurezza e ambiente. L’apposito Gruppo di lavoro coordinato dal vicepresidente Andrea Bersani e formato da Katya Cometta, Krizia Genini, Roberto Badaracco, Ettore Moccetti, Stefano Rizzi e Antoine Turner era stato incaricato di individuare, nell’ambito di queste tre priorità, alcuni –pochi ma chiari- obbiettivi ben circoscritti da realizzare attraverso atti parlamentari e proposte del CdS. In quella stessa occasione il Comitato cantonale aveva condiviso le indicazioni scaturite dall’Ufficio presidenziale per aiutare il PLR a ristabilire un dialogo più fecondo con l’elettorato per recuperare i consensi persi. Infatti, nelle sezioni, nei distretti e nel cantone il partito deve saper suscitare l’interesse della gente. Per farlo deve delineare meglio il suo profilo, rendendolo immediatamente riconoscibile e unico. Ma quale profilo? Il profilo di un partito più compatto, dinamico, fiducioso nel futuro, fautore della responsabilità individuale, delle libertà e della giustizia. Un partito in prima fila nel portare avanti le riforme, nel promuovere l’innovazione e le nuove opportunità soprattutto per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro. Un partito che sia punto di riferimento non solo nello scacchiere politico cantonale, bensì soprattutto nel Paese che lavora, che produce, che si sforza di raggiungere l’eccellenza. Un partito dunque che parla a chi si assume rischi e fa impresa, a chi crea occupazione, alle famiglie sempre più disorientate, a chi non ha la forza di guardare avanti perché non vede orizzonti e si sente sopraffatto dalla precarietà, a chi fa fatica a sbarcare il lunario, a chi non si sente più sicuro nemmeno a casa sua, a chi teme la presenza crescente di stranieri e si preoccupa per la loro integrazione. Nel 2008, dopo due anni travagliati, abbiamo finalmente riscoperto il piacere di far politica abbandonando i personalismi e dedicandoci invece alle idee e ai progetti. Questa è la strada giusta. Se sapremo inoltre migliorare la nostra capacità di ascoltare e di dialogare con chi si attende da noi un contributo concreto alla soluzione dei suoi problemi, fare politica diventerà per tutti noi ancora più gratificante. Grazie anche all’esercizio congressuale di domani, in cui discuteremo e voteremo le misure proposte dal Gruppo di lavoro che sono state mandate in consultazione, sapremo ritrovare un buon feeling con la popolazione e convinceremo sempre più persone dell’efficacia delle nostre indicazioni, usando argomenti facilmente comprensibili. Dobbiamo tornare a ribadire, senza se e senza ma, il valore politico della responsabilità individuale, dei doveri prima ancora dei diritti, della libertà personale, dell’iniziativa privata, della proprietà, dell’economia di mercato e della solidarietà. Dobbiamo ammonire dai rigurgiti di statalismo ad oltranza cui stiamo assistendo in questi mesi, con il pretesto di interventi anticrisi indiscriminati che comprometterebbero definitivamente le finanze cantonali, senza per altro contribuire ad alleviare le conseguenze della recessione. Dobbiamo riaffermare che vogliamo una fiscalità moderata per la nostra piazza finanziaria e per le famiglie e attrattiva per le nuove attività imprenditoriali, a tutto vantaggio della crescita e dell’occupazione, come sta scritto nel nostro programma di legislatura. Dobbiamo riaffermare senza tentennamenti la nostra volontà di promuovere le riforme che scaturiscono dall’esigenza di riconsiderare costantemente il ruolo dello Stato ed i suoi compiti in determinati settori, esigendo al tempo stesso che prima di adottare nuove leggi sia sempre fatto un esame puntuale per identificare quelle da abrogare. Eviteremo così di attribuire nuovi compiti allo Stato senza prima verificare quali potrebbero essere abbandonati.

Il Congresso di domani è un’occasione preziosa di dibattito interno, in un contesto congiunturale caratterizzato da incertezza. Cogliamola con spirito costruttivo come momento di crescita: profiliamoci con la forza delle idee e contribuiremo ad infondere un po’ di fiducia nella gente. Mobilitiamoci tutti per amore del PLR.

Giovanni Merlini