Chi ha paura del merito ?

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15.11.2010

Domanda: ai fini dell’evoluzione del salario di un dipendente dello Stato è più equo il sistema attuale che prevede come unico criterio il tempo di permanenza in seno all’amministrazione cantonale oppure è più equo il nuovo sistema che aggiunge il criterio del merito personale? Per Il governo, per il parlamento e in generale per i fautori della revisione parziale della legge non v’è dubbio. Se si vuole davvero migliorare l’efficienza dell’amministrazione non può bastare il solo criterio del trascorrere del tempo per premiare un qualsiasi dipendente dello Stato. Anche perché il criterio dell’esperienza accumulata non è automaticamente una garanzia di qualità se non è comprovato il raggiungimento di obbiettivi individuali e collettivi prestabiliti e concordati con il superiore responsabile della valutazione delle prestazioni. Gli oppositori paventano possibilità di arbitrio e di disparità di trattamento nel riconoscimento del merito. E’ un timore esagerato. I parametri per il riconoscimento delle prestazioni fornite verranno oggettivizzati il più possibile con il metodo analitico, in modo da ridurre al minimo i margini di soggettività di chi è chiamato a giudicare. E’ vero che non si potrà mai escludere completamente il rischio di valutazioni percepite come inique. Ma questo rischio è presente già oggi nella valutazione delle prestazioni e ciononostante gli stessi sindacati che si oppongono al principio della remunerazione delle prestazioni secondo il merito non si oppongono invece al principio della valutazione delle prestazioni fornite. La contraddizione mi pare evidente. Da una parte ci si dichiara favorevoli alla conduzione per obbiettivi e al principio della valutazione, mentre dall’altra si combatte la possibilità di riconoscere – con moderati aumenti salariali fino ad un massimo del 3% rispetto all’anno precedente – le prestazioni individuali che hanno raggiunto o addirittura superato questi obbiettivi. E’ come impedire di chiudere il cerchio. Nella mia professione e nel mio ruolo di deputato al Gran Consiglio ho avuto molteplici occasioni di discutere di questa riforma con diversi dipendenti del Cantone. Non ne ho trovato uno che mi abbia esternato la sua contrarietà al riconoscimento del merito. Molti mi hanno invece espresso la loro insofferenza verso il sistema attuale che premia tutti indistintamente attraverso l’automatismo anacronstico degli scatti di stipendio per anzianità. Oggi chi fa solo il minimo indispensabile è trattato alla stessa stregua di chi si impegna quotidianamente per migliorare il servizio all’utenza, per svolgere in modo autonomo e puntuale il lavoro, per aggiornarsi costantemente. Idem per chi si rifiuta di svolgere nuove attività e per chi invece dimostra disponibilità in tal senso. Uno degli scopi di rilievo di questa riforma è proprio il conseguimento di una maggiore equità interna. Il funzionario dirigente sarà chiamato a definire insieme al collaboratore gli obbiettivi individuali da conseguire, proprio perché il collaboratore ha il diritto di sapere ciò che ci si attende da lui. La valutazione avverrà sulla base della qualità del lavoro, della sua quantità, dell’autonomia del collaboratore nello svolgimento dei compiti assegnatigli e sulla sua disponibilità ad assumerne di nuovi. Per ogni classe – in totale saranno 20 – ci saranno un salario minimo e un salario massimo e tra questi due estremi vi saranno le fasce di fluttuazione chiamate quartili. Ed è proprio all’interno di queste fasce che si inserirà l’aumento progressivo dello stipendio di un dipendente. La fascia degli stipendi bassi e medii comprende gli aumenti annuali che resteranno automatici se le prestazioni saranno sufficienti, mentre la fascia medio-alta e alta prevede aumenti legati al criterio del raggiungimento degli obbiettivi. Ogni anno si rivaluteranno il raggiungimento degli obbiettivi, il comportamento e la prestazione effettuata. Tra il minimo ed il massimo di una classe ci sarà sempre il 53% di differenza e ciò vale per tutte le classi. Questo è il limite massimo che un collaboratore può ottenere su tutto l’arco della sua carriera, ammesso che rimanga nella medesima classe, senza dunque promozioni a funzioni di livello superiore. ll differenziale di stipendio tra minimo e massimo sarà sempre uguale (53%), mentre oggi il sistema prevede certe classi di stipendio che consentono una notevole evoluzione (ossia fino ad un 70% di aumento) e altre classi di stipendio che invece consentono un’evoluzione assai limitata (fino ad un massimo del 20%). Di qui la maggior equità che si otterrà. Nessun dipendente subirà diminuzioni di salario.

Ma chi non produce prestazioni in conseguimento degli obbiettivi prefissati non riceverà aumenti. E allora, deve proprio far così paura il merito?

Giovanni Merlini

Il liberalismo è faticoso

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11.06.2010

Il liberalismo convive con una perenne difficoltà –la definirei addirittura una resistenza strutturale- che gli procura da sempre molti nemici. E’ paradossale: molti nemici anche oggi, a dispetto del fatto che viviamo in un’epoca in cui, se non proprio tutti, moltissimi si professano a parole liberali, ognuno a modo suo (“in qualche modo” come usa dire oggi).

In che cosa consiste questa difficoltà del liberalismo?

Consiste nella sua ritrosia a produrre e diffondere certezze, nella sua propensione a coltivare il dubbio cartesiano, nella sua avversione ai dogmi e nel suo puntiglio nell’esercizio della ragione critica anche nei confronti di ciò che appare come acquisito. E’ un atteggiamento scomodo, lo è stato in passato e lo è ancora oggi: proprio questo suo tratto distintivo lo rendeva insopportabile al sovrano e al potere assoluto, e persino blasfemo agli occhi delle gerarchie ecclesiastiche e dell’autoritarismo dell’Ancien Regime che era stato resuscitato dalla Restaurazione con il Congresso di Vienna (1815). E nondimeno oggi, in un mondo globalizzato alla ricerca di punti fissi di riferimento, di nuovi e forti agganci identitari e localistici, il liberalismo non vuole e non è in grado di offrire risposte definitive e semplicistiche a questioni complesse. Il liberalismo è dunque faticoso, forse qualche volta anche troppo faticoso, e troppo poco rassicurante per chi vorrebbe invece facili soluzioni. I liberali diffidano delle scorciatoie, dei ragionamenti comodi, degli imbonitori con il piffero dalle melodie suadenti.

Certo il liberalismo ha vissuto momenti più epici ed esaltanti di quanto non sia il caso oggi nel nostro Paese, dove molte delle sue conquiste vengono considerate come qualcosa di ormai scontato. Oggi abbiamo tendenza a scordare che il benessere della nazione e la sua sostanziale stabilità –due fattori che le consentono oggi di affrontare con una certa tranquillità le difficoltà dell’incombente recessione economica internazionale- sono anche un lascito prezioso del metodo e del patrimonio di pensiero e di valori del liberalismo “alla svizzera”. Ma come sarebbe oggi la Svizzera se il liberalismo non ne avesse permeato abbondantemente la storia? Che ne sarebbe stato del suo sviluppo a partire dalla metà del XVIII secolo se non vi fossero stati personaggi che dedicarono la loro vita (e spesso buona parte del loro patrimonio) all’affermazione e all’applicazione, anche nel nostro Paese, degli insegnamenti e dei principi del giusnarturalismo profano, dell’Illuminismo e della Rivoluzione americana e poi francese?

Non avremmo mai avuto le Costituzioni del 1830, quelle della cosiddetta Rigenerazione e poi quella federale del 1848. Se a Ginevra nel 1762 non fosse stato scritto Le contrat social, se nel 1804 Friedrich Schiller non avesse messo in scena il Guglielmo Tell, se non ci fosse stato il famoso Gruppo cosmopolita di Coppet, creato da Madame de Staël (nemica giurata di ogni tiranno ed in particolare di Napoleone) e di cui facevano parte intellettuali curiosi e di grande influenza come Karl Viktor von Bonstetten, Charles Léonard Simon de Sismondi e i fratelli tedeschi Schlegel e soprattutto Benjamin Constant, che teorizzò una serie di principi di moderazione della volontà popolare propugnata da Rousseau, se tutto ciò non ci fosse stato, la Svizzera avrebbe tardato il suo processo di modernizzazione e avrebbe verosimilmente imboccato strade diverse da quelle del federalismo liberale, strade che l’avrebbero allontanata anziché avvicinata alla democrazia semidiretta e al pluralismo politico.

Se non avessimo avuto dei propugnatori entusiasti dei valori improntati all’elevazione spirituale e morale del popolo, assertori convinti del metodo liberale e interpreti di visioni progressiste della società come Henri Monod, Frédéric César de La Harpe, Philipp Stapfer, Pellegrino Rossi, Paul Usteri e Johann Heinrich Füssli non si sarebbero sviluppate iniziative feconde nell’ambito dell’istruzione pubblica, non sarebbero decollate imprese commerciali e industriali, non sarebbero nati giornali come la NZZ (1821), il Nouvellliste Vaudois (1824), il Journal de Genève (1826) e l’Appenzeller Zeitung che subito assunsero il ruolo di coscienza critica del Paese, contribuendo in modo determinante alla formazione dell’opinione pubblica e alla diffusione delle nuove idee di libertà, uguaglianza e solidarietà, e soprattutto non sarebbero stati codificati il principio del suffragio universale maschile e della separazione dei poteri, la pubblicità dei dibattiti e i diritti fondamentali di cittadinanza come la libertà personale di opinione e di credo (non sempre di culto), il diritto della proprietà, la libertà di commercio e di industria, la libertà di associazione, di riunione e di stampa.

Non solo: chissà quanto tempo sarebbe passato per arrivare all’abolizione delle dogane interne, alla libera scelta del domicilio, alla libera scelta dell’istruzione religiosa, alla libertà del matrimonio e all’istruzione pubblica. E senza personaggi come Franscini, Favre e Escher chissà quanto tempo avrebbe dovuto attendere la Svizzera per vedere la nascita del Politecnico federale, lo sviluppo della piazza finanziaria zurighese e la realizzazione del traforo ferroviario del S. Gottardo, oppure ancora lo sviluppo della scienza della statistica.

Tutte queste conquiste (quelle materiali e quelle immateriali) furono sudate, proprio nella misura in cui non furono considerate da tutti come corollario ineluttabile della fiducia nel progresso e nelle capacità umane, o almeno come conseguenza diretta della dignità della persona e del ruolo del cittadino nella società e nello Stato federale. Gli ambienti conservatori vicini alla Reazione restauratrice e alle alte sfere del clero cattolico si opposero finché poterono a queste “perverse e malvagie forme di progresso”, anche a costo di incoraggiare dolorosi tentativi di secessione come fu la triste pagina del Sonderbund. Il Liberalismo era stato del resto condannato come “deviazione della Modernità” da due pontefici come Gregorio XVI (nel 1832) e Pio IX (nel 1864) che ne temevano il potenziale eversivo, vista l’insofferenza liberale verso i dogmi religiosi (e non solo religiosi).

Nonostante la divisione intervenuta dopo il 1830 tra radicali e liberali (questi ultimi confluiti in una corrente che si consolidò nel Partito liberale svizzero solo nel 1913, partito che dopo la prima guerra mondiale era presente con delle Sezioni cantonali solo a Ginevra, Vaud, Neuchâtel e Basilea-Città), il liberalismo -inteso come metodo politico e come approccio alle politiche economiche e sociali- ha goduto in Svizzera di una chiara supremazia, con alcuni alti e bassi, anche durante la seconda metà del XIX secolo e fino alla vigilia della prima guerra mondiale, con la depressione economica e l’avvento al potere dei totalitarismi. Dopo il 1945 ci fu una ripresa del liberalismo che riuscì ad influenzare gli indirizzi della politica federale. In Svizzera, e ancora di più in Ticino il liberalismo si è sempre distinto per il suo pragmatismo e per la sua riluttanza alle grandi teorizzazioni. Ha sempre cercato di convivere e di dialogare con le altre scuole di pensiero, mirando alla coesione sociale e nazionale in uno Stato federale in cui dovevano essere garantite le condizioni quadro più favorevoli allo sviluppo dell’impresa, della prosperità collettiva e della responsabilità individuale. Più vicino al capitalismo di matrice renana che non a quello di matrice anglosassone, questo liberalismo non ha mai demonizzato lo Stato centrale e neppure lo ha mai considerato un male necessario, proprio in virtù di questa sua forte identificazione con la nascita ed il rafforzamento delle istituzioni federali, in contrasto con la fiera resistenza dei Cantoni cattolici che non volevano rinunciare alle loro prerogative. L’unità confederale nel pluralismo e nella diversità culturale doveva imporsi sui particolarismi cantonali. Certamente anche il liberalismo elvetico ha sempre nutrito e continua a nutrire fiducia nel mercato, preoccupandosi di circoscrivere l’intervento dello Stato al ruolo di regolatore e arbitro per garantire la correttezza della concorrenza e per evitare quegli scompensi e quelle ingiustizie che da solo il mercato (e oggi la globalizzazione) non riesce ad evitare. Questa costante ricerca di un equilibrio virtuoso suggerito dalla formula del “tanto mercato quanto possibile e tanto Stato quanto necessario” è ravvisabile, con qualche oscillazione più spinta in un senso o nell’altro a dipendenza delle situazioni contingenti, anche negli anni successivi al secondo dopoguerra fino ai giorni nostri, passando  attraverso le trasformazioni delle ex regie federali in aziende orientate alla redditività negli anni ’90.

La recente crisi dei mercati finanziari – inaudita per le sue dimensioni e conseguenze – e i contraccolpi che ha prodotto non solo sull’economia statunitense ed europea, è anche il frutto del tradimento o dell’abbandono delle principali virtù e degli insegnamenti basilari del liberalismo, che vale la pena di recuperare al più presto per evitare di ricadere negli stessi errori. La moderazione, il senso della misura, l’equilibrio e la considerazione dell’interesse generale e dello sviluppo sostenibile sono stati purtroppo accantonati a causa del prevalere della cupidigia, del parossismo dei guadagni sproporzionati nel breve termine e della spregiudicatezza nella gestione dei rischi. L’ingegneria finanziaria ha così assecondato la rincorsa frastornante alla rapida presa di profitti, favorendo l’illusione che fosse possibile creare senza sosta plusvalore virtuale ad libitum e senza alcun limite. Illusione purtroppo alimentata anche da politiche monetarie troppo espansive che hanno ridotto eccessivamente i tassi di riferimento, propiziando un colossale indebitamento collettivo. L’economia reale, il lavoro, la vera impresa devono dunque tornare al centro dell’attenzione, anche della politica. Deve tornare in auge il vincolo, tipicamente liberale, della responsabilità per il proprio agire perché la libertà impegna (Freiheit verpflichtet) ed il conseguente principio secondo cui chi sbaglia paga. La razionalità deve tornare a rivendicare il suo primato sulle passioni e sulla fragilità delle ambizioni smodate. L’aleatorietà e l’inconsistenza del “tutto e subito”, del “mordi e fuggi” e dell’improvvisazione è urgente che lascino il posto al valore dell’impegno perdurante, dello sviluppo sostenibile e ragionevole che guarda al lungo termine. Deve tornare di moda la volontà di costruire a partire da fondamenta solide e non sulla sabbia. La riscoperta dell’etica weberiana della convinzione e della responsabilità, a tutti i livelli, ci aiuterà a rendere più breve la traversata del deserto che ci sta davanti. Perché è di questo che abbiamo bisogno e non invece di reazioni scomposte improntate al dirigismo, all’interventismo statale ad oltranza e all’iperregolamentazione. Se è infatti vero che occorre una governance internazionale sui mercati finanziari, è altrettanto vero che in Europa ed in Svizzera le regole esistono eccome e il settore bancario è disciplinato nei dettagli da norme severe, di cui semmai va verificata più attentamente l’applicazione. La moralizzazione dei comportamenti di certi manager avventurieri non può essere imposta per decreto legge. Occorre riscoprire una nuova cultura della responsabilità, magari anche attraverso la rilettura dei classici del liberalismo a cominciare da Smith, Ricardo e Stuart Mill.

Se così sarà, potremo almeno dire –a nostra parziale consolazione- che non tutti i mali vengono per nuocere e che, perlomeno, la recessione globale è servita a farci fare un salto di paradigma.  Se invece così non sarà, andremo incontro a guai ancora peggiori.

Giovanni Merlini

09.05.2010

Questa proposta di risoluzione, nella forma dell’iniziativa cantonale, l’abbiamo inoltrata lo scorso 21.10.2009 con i colleghi Jelmini, Bertoli, Bignasca, Maggi e Arigoni. Eravamo in autunno e l’elezione per la successione del Consigliere federale Pascal Couchepin aveva messo ancora una volta in risalto le difficoltà con cui la Svizzera italiana deve fare i conti, ogni qual volta si tratta di far valere concretamente le ragioni a sostegno della sua aspirazione ad essere rappresentata nel governo della Confederazione. Di qui l’idea di risollevare il dibattito a Berna sulla necessità di una riforma non solo della composizione del governo, ma anche della sua organizzazione.

La nostra proposta si limita a chiedere all’Assemblea federale di avviare la procedura per la modifica dell’art. 175 cpv. 1 della Costituzione federale (CF) – che fissa a 7 il numero dei membri dell’esecutivo – per portarli a 9, senza toccare invece il cpv. 4 dello stesso articolo (quello che prescrive una rappresentanza equa delle diverse regioni e componenti linguistiche).

Bisogna dire che la scelta di ancorare nella Carta fondamentale un determinato numero dei membri del governo è decisamente inconsueta, se confrontata con le altre nazioni. La sua “ratio” va individuata nella volontà di ostacolare la modifica del numero dei membri del Consiglio federale allo scopo di scongiurare la transizione, per il tramite della più semplice modifica legislativa, verso altri sistemi democratici, come per esempio quello parlamentare.

Ma, alla luce della situazione fortemente concorrenziale creatasi parallelamente alla crisi del modello federalista tradizionale, il mantenimento dell’attuale art. 175 cpv. 1 CF risulta problematico, nella misura in cui arrischia di vanificare più o meno sistematicamente il disposto di cui al cpv. 4 dello stesso articolo (che recita: “Le diverse regioni e le componenti linguistiche del Paese devono essere equamente rappresentate”), rendendo sempre più difficile una rappresentanza svizzero-italiana in governo.

Queste difficoltà sono destinate a crescere. E’ infatti evidente che un numero così basso di membri eleggibili nel Consiglio federale complica molto la vita alle minoranze del Paese. Il contesto economico e finanziario, ma anche l’evoluzione da un federalismo sostanzialmente perequativo ad un federalismo competitivo inaspriscono la concorrenza tra le regioni e tra i Cantoni stessi. Diminuisce quindi la disponibilità a riconoscere il ruolo della minoranza italofona in seno alla Confederazione, come invece richiederebbero la coesione nazionale e lo spirito confederale. Gli attuali rapporti di forza nel Parlamento e nel Consiglio federale tendono poi a connotare sempre più in senso politico-partitico ogni avvicendamento in seno al governo, sminuendo l’importanza del criterio di un’equa rappresentanza politica delle componenti linguistiche e regionali, sancito appunto dal già ricordato art. 175 cpv. 4 CF.

Se questa tendenza continuerà anche nei prossimi anni o decenni – con un Consiglio federale di soli 7 membri – la legittima aspirazione della Svizzera italiana ad essere finalmente di nuovo rappresentata nella camera dei bottoni verrà ben difficilmente esaudita. E non va sottovalutato il rischio che la terza Svizzera si senta sempre più emarginata, se non addirittura esclusa dai “giochi”.

Un governo di 9 membri permetterebbe invece di garantire, con maggiore regolarità e meno interruzioni, la presenza di un esponente della Svizzera italiana. L’aumento di due unità non dovrebbe per altro compromettere il principio della collegialità e l’art. 175 cpv. 4 CF potrebbe finalmente trovare riscontro nella prassi, al contrario di quanto avviene per periodi troppo lunghi con un governo di 7 membri. Il che contribuirebbe oltretutto a rafforzare il senso di appartenenza alla nazione e la solidarietà confederale, agevolando l’integrazione della minoranza italofona nella conduzione politica del Paese.

Non è che siano mancati in passato i tentativi, tutti falliti, di modificare il numero dei Consiglieri federali, immutato a 7 dal 1848. Due iniziative popolari, una nel 1900 e l’altra nel 1942, che chiedevano l’elezione popolare del Consiglio federale con contemporaneo aumento a 9 membri, furono respinte entrambe da popolo e cantoni. Più tardi, nel 1998 il Consiglio nazionale bocciò, nell’ambito del riordino della CF, una proposta di minoranza commissionale intesa ad un aumento sempre a 9 membri.

Un aumento del numero dei membri del Consiglio federale di 2 unità si giustifica tuttavia anche per altri, non meno importanti motivi.

L’evoluzione socio-politica del Paese e l’esigenza di un rafforzamento dell’autorevolezza politica dell’esecutivo federale anche verso l’estero, di fronte alla crescita esponenziale dell’onere legato alla gestione amministrativa dei singoli Dipartimenti, rendono oggi indispensabile una riorganizzazione del Consiglio federale, che preveda non soltanto l’aumento di due unità dei suoi membri, bensì pure un potenziamento del ruolo del Presidente della Confederazione a livello di competenze e di durata della carica, come richiesto anche dalla mozione Burkhalter recentemente approvata dalle Camere.

Basti fare mente locale sulla realtà mastodontica di due dipartimenti che si sono sviluppati in modo abnorme, come il Dipartimento federale degli Interni – che comprende oltre alla sanità, le assicurazioni sociali, la cultura e la ricerca – oppure come il Dipartimento federale dei trasporti, delle telecomunicazioni e dell’ambiente. E’ decisamente opportuna una più ragionata ripartizione dei settori di competenza, secondo criteri di unità di materia e di efficacia. Sotto questo aspetto una suddivisone dei compiti tra 9 anziché 7 Consiglieri federali favorirebbe una più razionale conduzione politica rispetto alla situazione attuale che appare al limite della sostenibilità, anche in termini di impegno richiesto al singolo ministro e direttore di Dipartimento. Le recenti vicende non proprio edificanti (pressione sul segreto bancario, crisi con la Libia, ecc.) hanno impietosamente mostrato una carenza di leadership e di capacità strategico-progettuale che deriva anche dall’inadeguatezza dell’attuale organizzazione del governo. Se vogliamo un governo che governi davvero, dobbiamo metterlo in condizione di farlo. C’è da sperare che l’Assemblea federale se ne ricordi quando dovrà pronunciarsi sulla risoluzione cantonale del Gran Consiglio ticinese.

08.03.2010

Brutti tempi per il segreto bancario. Mai così denigrato e maltrattato. Il segreto a tutela del cliente della banca (e non il segreto a tutela della banca) protegge la sfera privata del cittadino che entra in relazione con un qualsiasi istituto bancario. E’ una tradizione consolidata nel nostro Paese. Benché sia stato codificato solo nel 1934 con la simultanea creazione di una commissione federale di vigilanza sulle banche, in piena depressione economica internazionale, il principio di discrezione faceva già parte del corredo deontologico dei primi banchieri privati, soprattutto basilesi e ginevrini, che agli albori del Rinascimento fecero capolino con l’avvento graduale dell’economia monetaria in Europa. La loro attività presupponeva la piena fiducia da parte dei loro clienti. Dopo la Riforma questi titolari di “banchi” del denaro si rivelarono provvidenziali anche per molti Ugonotti perseguitati in Francia, i quali riuscirono a mettere in salvo i loro cospicui patrimoni e a farli fruttare grazie all’intermediazione dei nostri abili banchieri di allora. Una storia che si è poi ripetuta durante il Risorgimento con i fuoriusciti benestanti di diverse nazioni. E pure nel ventesimo secolo gran parte degli averi ebraici – che altrimenti sarebbe stata inesorabilmente depredata dalla voracità nazionalsocialista- trovò rifugio nelle nostre banche. Ma l’aspetto nobile del segreto bancario è solo una faccia della medaglia perché già allora, durante la seconda guerra mondiale, la piazza elvetica fu rimproverata (e non solo dagli Alleati) di laidi affari con i gerarchi nazisti nonché di aver occultato gli averi delle vittime. Per non parlare, nei decenni successivi, dei flagranti abusi del segreto bancario da parte del crimine organizzato e di dittatori della peggior risma, interessati a depositare nelle nostre banche i proventi dei loro infami reati. Ma la stessa piazza finanziaria elvetica riconobbe ben presto la necessità di dotarsi di direttive e convenzioni di diligenza per contribuire alla lotta contro il riciclaggio di denaro sporco, ancora prima dell’introduzione dei famosi art. 305bis e 305ter nel Codice penale. Si sviluppò considerevolmente la collaborazione internazionale e la Svizzera firmò numerosi trattati di assistenza giudiziaria e amministrativa, riuscendo comunque a preservare – se non integralmente almeno in buona parte- il principio di riservatezza tipico della sua piazza finanziaria. Il che, insieme all’eccellente qualità servizi offerti, ha contribuito non poco al benessere dell’intero Paese. E il Ticino ne sa qualcosa. Nonostante la relativizzazione della sua portata giuridica nel corso degli ultimi decenni e a dispetto della forte pressione internazionale a cui è sottoposto, il segreto bancario esiste ancora. Un po’ come un baluardo storico contro la prepotenza e l’arbitrio, oltre che come strumento a salvaguardia della privacy e dei diritti della personalità del cliente. E’ un’espressione del rispetto che uno Stato di diritto liberale deve sempre avere nei confronti dei suoi cittadini. Come i medici, gli avvocati, i notai e gli ecclesiastici in virtù del codice penale, così anche le nostre banche erano e sono ancora oggi obbligate dalla legge che disciplina la loro attività a mantenere la massima discrezione sui clienti e le loro relazioni d’affari anche verso le autorità, salvo in caso di procedimento penale, visto che il segreto bancario non è fatto per proteggere chi commette delitti o crimini. In uno Stato che promuove i valori e il metodo liberale il cittadino è considerato una persona onesta, almeno finché non viene dimostrato il contrario. In altri Stati non è così. Laddove i principi liberali non sono riusciti a penetrare nel patrimonio ideale comune, succede spesso che il cittadino venga considerato dall’autorità come un soggetto di cui è sempre meglio sospettare, una persona in linea di massima disonesta, a meno che riesca a provare il contrario. Siamo insomma all’inversione dell’onere probatorio. E infatti in questi Stati il segreto bancario non esiste perché è considerato dalla politica come uno strumento controproducente che serve solo a favorire i furbastri e a danneggiare l’erario pubblico. E allora ecco che il fisco onnipotente può ficcare il naso, come e quando vuole, nelle relazioni bancarie dei suoi cittadini. Più o meno come nei regimi polizieschi. Per noi liberali questo tipo di Stato è inquietante. Fa a pugni con la nostra concezione della libertà e dei corretti rapporti che devono intercorrere tra il cittadino-individuo e lo Stato. Perciò le modalità con cui il governo italiano ha propagandato e attuato la sua ennesima amnistia fiscale nel volgere di pochi anni, con appostamenti intimidatori alla frontiera (fiscovelox) per spiare i suoi contribuenti e con aggressioni verbali nei confronti della nostra piazza finanziaria sono e restano inaccettabili. La guerra contro il segreto bancario è destinata a continuare. Gli Stati hanno bisogno di denaro, moltissimo denaro per far fronte alla pesante crisi economica e riassestare almeno in parte i loro conti pubblici disastrati a causa non solo della recessione, bensì pure di una gestione poco oculata delle risorse. Donde le pressioni europee per ottenere lo scambio automatico delle informazioni sulle relazioni bancarie dei loro cittadini. L’UE guarda infatti già al 2013, quando scadrà l’attuale accordo con la Confederazione sulla fiscalità del risparmio, nell’ambito dei Bilaterali II. Ma lo scambio automatico è impensabile per la Svizzera, come lo è per altro per il Lussemburgo, il Belgio e l’Austria, perché sacrificherebbe di colpo il segreto bancario ed il vantaggio competitivo che esso comporta. Una piccola rivoluzione è però avvenuta nel mese di marzo dell’anno scorso, quando il Consiglio federale ha deciso di rinunciare all’importante riserva che aveva formulato all’art. 26 del Modello di convenzione dell’OCSE, lasciando così cadere la distinzione tra frode e truffa fiscale da un parte e sottrazione fiscale dall’altra. Ma il terreno era già stato arato da tempo: basti ricordare il Trattato concluso nel 1996 con gli USA sulla doppia imposizione, o quelli con l’UE e la Norvegia, nei quali la Svizzera si era impegnata a fornire assistenza amministrativa non solo in caso di frode fiscale, bensì pure in fattispecie “simili”. La concessione fatta dal governo l’anno scorso è stato il prezzo da pagare per ottenere lo stralcio del nome della Confederazione dalla lista grigia della stessa OCSE, senza il quale la nostra economia di esportazione sarebbe andata incontro a ritorsioni nell’accesso al mercato europeo. Del resto la distinzione tra frode e sottrazione fiscale – che pure aveva una sua logica ben precisa, dal momento che nel diritto svizzero la prima è un delitto punibile con la detenzione fino a 3 anni o con la multa pecuniaria, mentre la seconda è una contravvenzione punibile con la multa pari di regola all’importo delle imposte sottratte – era sempre meno compresa a livello internazionale e alimentava il sospetto che la Confederazione volesse proteggere capitali non dichiarati. Ma attenzione: le informazioni richieste dalle autorità di altri Stati non verranno fornite automaticamente, bensì soltanto nell’alveo procedurale delle Convenzioni applicabili di volta in volta e sulla base di indicazioni circostanziate e concrete in merito ai clienti indagati e alle loro relazioni bancarie in odore di evasione o frode fiscale. C‘è chi ha gridato allo scandalo, se non al tradimento, e chi si è messo a raccogliere firme per ancorare il segreto bancario alla Costituzione federale. Ma è un po’ come abbaiare alla luna. Nelle circostanze date, il governo non aveva altra scelta e d’altra parte una blindatura costituzionale del segreto bancario non avrebbe le benché minime ripercussioni sulla collaborazione con le altre nazioni nell’ambito dell’assistenza amministrativa prevista dai trattati internazionali sulla doppia imposizione, la cui forza giuridica è preminente rispetto al diritto interno (anche rispetto alla Costituzione). La questione di fondo è però un’altra. Se lo scopo del segreto bancario è quello ricordato sopra e non può e non deve consistere nel favorire l’evasione fiscale, allora la Svizzera deve dimostrare agli Stati la sua effettiva volontà di impedire che i clienti delle sue banche abusino di questo strumento per danneggiare il fisco del loro Paese. Perché ciò che conta è che ogni Stato sia messo in condizione di prelevare, secondo le sue leggi tributarie, le imposte dovute dai suoi cittadini, anche quando essi detengono averi all’estero, segnatamente nel nostro Paese. Come dimostrare questa volontà? L’unica via percorribile per salvaguardare il principio di discrezione, pur nei limiti della legge e del diritto internazionale, si chiama “Rubik”. E’ la cosiddetta ritenuta fiscale definitiva e liberatoria su redditi, dividendi, guadagni di capitale ecc. conseguiti da residenti stranieri e società, ossia in sostanza un’ottimizzazione dell’attuale euroritenuta. In pratica le banche fungerebbero da cassieri a favore degli Stati in cui risiedono i loro clienti esteri. Il sistema è simile a quello che da noi viene applicato con l’imposta preventiva: l’intermediario finanziario preleva alla fonte un’imposta del 35% su certe categorie di reddito (da quote di investimento, azioni, obbligazioni emesse da società svizzere) e se il contribuente vuole ottenere dallo Stato il rimborso di questo prelievo è tenuto a dichiarare i relativi capitali e redditi. Altrimenti perde definitivamente l’importo trattenutogli dalla banca. Il fisco si assicura così gli introiti che spettano allo Stato, senza dover imporre alle banche un obbligo di informazione che violerebbe il loro obbligo di riservatezza. Grazie a questo meccanismo, e senza bisogno di fare il ficcanaso, lo Stato riesce comunque ad incassare il dovuto. Con la “soluzione Rubik”, cui guardano con interesse anche Lussemburgo, Austria e Belgio, avremmo un meccanismo analogo che permetterebbe di salvaguardare il segreto bancario e di assicurare agli Stati gli introiti fiscali dovuti dai loro contribuenti detentori di averi depositati nelle nostre banche. Voci scettiche si sono già levate in relazione a questa proposta, caldeggiata dalla stessa Associazione dei banchieri svizzeri. Alcuni ministri europei delle finanze storcono il naso quando ne sentono parlare, paventando forme di elusione dell’obbligo di ritenuta da parte delle banche e dei clienti. Ma così facendo portano acqua al mulino di chi sostiene che ad animare questa campagna in grande stile contro il segreto bancario non vi sia soltanto la preoccupazione legittima di assicurare agli Stati i proventi d’imposta a cui hanno diritto, bensì pure l’intenzione di indebolire una piazza finanziaria concorrente che dà sempre più fastidio. Il pregio della soluzione prospettata con la ritenuta d’imposta definitiva e liberatoria è quella di evitare una geometria troppo variabile del segreto bancario, che sul medio termine lo condannerebbe all’estinzione certa. Il divieto di discriminazione è infatti un principio fondamentale del nostro Stato di diritto e non è quindi proponibile un sistema con un segreto bancario à la carte. Un segreto debole verso l’esterno e forte invece all’interno. Perché neIl’ambito dell’assistenza amministrativa il cliente straniero non potrà più invocare l’obbligo di riservatezza della banca in caso di indagine del fisco del suo Paese per indizi concreti e fondati di evasione fiscale, mentre potrà continuare a farlo il cliente svizzero della stessa banca e nella stessa situazione nei confronti del fisco del nostro Paese. E’ evidente che le autorità fiscali svizzere non accetterebbero a lungo una simile disparità di trattamento a loro sfavore, come per altro ha già fatto sapere il presidente della Conferenza dei direttori cantonali delle finanze, dopo la rinuncia alla distinzione tra frode e sottrazione fiscale limitatamente agli accordi internazionali sulla doppia imposizione. Se si riuscirà a far passare la soluzione proposta dall’Associazione dei banchieri svizzeri e se si garantirà un’applicazione corretta della trattenuta d’imposta liberatoria e definitiva, a soddisfazione delle pretese fiscali degli Stati firmatari, non sarà necessario imporre l’autocertificazione dei clienti e trasformare le banche in poliziotti. In tal caso gli Stati dell’UE e gli altri con cui abbiamo stipulato gli accordi sulla doppia imposizione incasserebbero quanto spetta loro e potrebbero di conseguenza fare sempre meno capo a richieste di concessione dell’assistenza amministrativa per i loro accertamenti fiscali internazionali. Quanto meno ciò accadrà, tanto meno penalizzate si sentiranno le nostre autorità fiscali in caso di sospetta sottrazione fiscale da parte di cittadini svizzeri. E tanto più a lungo riuscirà a sopravvivere il segreto bancario, nonostante i suoi nemici esterni ed interni. Non è dunque il caso di fasciarsi la testa prima di averla rotta.

Giovanni Merlini

Una riforma difficile, ma necessaria

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05.05.2010

Lunedì prossimo il Gran Consiglio affronterà una proposta di risoluzione, nella forma dell’iniziativa cantonale indirizzata all’Assemblea federale. Chiede di avviare le procedure per la modifica dell’art. 175 cpv. 1 della Costituzione federale (CF), aumentando a nove il numero dei membri del Consiglio federale. La proposta risale allo scorso 21 ottobre: la successione di Pascal Couchepin aveva messo in risalto (ancora una volta) le difficoltà con cui la Svizzera italiana deve fare i conti, ogni qual volta si tratta di far valere le ragioni a sostegno della sua legittima aspirazione ad essere rappresentata nel governo della Confederazione.

Queste difficoltà, stante l’attuale organizzazione del governo federale, sono destinate a crescere. Il contesto economico e finanziario, nonché l’evoluzione da un federalismo sostanzialmente perequativo ad un federalismo competitivo inaspriscono la concorrenza tra le regioni del Paese e tra i Cantoni stessi. Va scemando di pari passo la disponibilità a riconoscere il ruolo della minoranza italofona in seno alla Confederazione, come invece richiederebbero la coesione nazionale e lo spirito confederale. I rapporti di forza nel Parlamento e nel Consiglio federale tendono poi a connotare sempre più in senso politico-partitico ogni avvicendamento in seno al governo, sminuendo l’importanza del criterio di un’equa rappresentanza politica delle componenti linguistiche e regionali, sancito dall’art. 175 cpv. 4 della Costituzione federale (CF). Per la terza Svizzera diventa quindi un’impresa sempre più ardua riuscire ad avere un proprio esponente nella stanza dei bottoni. E l’attuale numero dei membri del Consiglio federale, codificato nella Carta fondamentale, non aiuta certo una minoranza come la nostra. Non è così remoto il rischio di ritrovarci sempre più emarginati, se non addirittura esclusi dai “giochi”.

Alla luce della situazione fortemente concorrenziale creatasi parallelamente alla crisi del modello federalista tradizionale, un governo di soli sette membri risulta problematico, nella misura in cui arrischia di vanificare più o meno sistematicamente il dettame costituzionale che prescrive un’equa rappresentanza delle diverse regioni e componenti linguistiche del Paese.

Un governo di 9 membri permetterebbe di garantire, con maggiore regolarità e meno interruzioni, la presenza di un rappresentate della terza Svizzera. L’aumento di due unità non dovrebbe compromettere il principio della collegialità e l’art. 175 cpv. 4 CF verrebbe finalmente applicato, mentre oggi è lettera morta. Ne uscirebbero rafforzati lo spirito federalista e la coesione nazionale.

Un nuovo tentativo si giustifica anche per altre non meno importanti ragioni.

L’evoluzione socio-economica del Paese e l’esigenza di un rafforzamento dell’autorità politica e strategica dell’esecutivo federale (non solo all’interno, ma anche verso l’estero), di fronte alla crescita esponenziale dell’onere legato alla gestione amministrativa dei singoli Dipartimenti, rendono oggi indispensabile una riorganizzazione del Consiglio federale. Serve non solo l’aumento di due unità dei suoi membri, bensì pure un potenziamento del ruolo del Presidente della Confederazione, a livello di competenze e di durata della carica. Lo sviluppo abnorme di un Dipartimento federale pesante come quello degli Interni – che comprende oltre alla sanità, le assicurazioni sociali, la cultura e la ricerca – oppure come il Dipartimento federale dei trasporti, delle telecomunicazioni e dell’ambiente dimostra inequivocabilmente la necessità di una più ragionata ripartizione dei settori di competenza dei Dipartimenti, secondo criteri di unità di materia e di efficacia. La suddivisone dei compiti tra 9 anziché tra 7 Consiglieri federali favorirebbe una più razionale conduzione politica. Oggi siamo al limite della sostenibilità, anche in termini di impegno richiesto al singolo ministro e direttore di Dipartimento. Le vicende non particolarmente edificanti di questi ultimi tempi (pressioni sul segreto bancario, crisi con la Libia, ecc.) hanno mostrato impietosamente tutta l’inadeguatezza e i limiti dell’attuale sistema, evidenziando la carenza di una leadership e di una visione strategica. Se vogliamo che il governo possa davvero governare, faremmo bene a preoccuparci di mettere i suoi membri in condizione di farlo. L’Assemblea federale non se lo scordi.

Giovanni Merlini (cofirmatario dell’iniziativa cantonale)