CdT del 26.01.2018

L’iniziativa per l’abolizione del canone radiotelevisivo ha orientato i riflettori e i microfoni della SSR su sé stessa. Al centro del dibattito sta la complessa natura del servizio pubblico radiotelevisivo nel contesto federalista e multiculturale della Svizzera, in una società sempre più digitalizzata. Aspramente criticata dai promotori della cosiddetta #NoBillag, soprattutto per le dimensioni assunte dalla sua offerta, la SSR si vede quindi costretta e rendere conto delle sue scelte strategiche, ben consapevole delle esigenze di trasparenza degli utenti che la finanziano. È l’occasione per ripensarsi parzialmente, dopo aver captato la domanda di cambiamento, sfruttando allo stesso tempo il margine di miglioramento sul piano dei contenuti. Sarebbe tuttavia irresponsabile spegnere l’interruttore di un’azienda che da svariati decenni svolge un importante ruolo di integrazione identitaria nella Svizzera contemporanea. Nella realtà ticinese non può essere sottovalutata neppure la rilevanza economica della RSI: ca. 1’700 tra posti di lavoro diretti e indiretti, con un valore aggiunto di oltre 200 mio. di franchi che irrora una moltitudine di piccole e medie realtà professionali. Linfa vitale per un Cantone che vuole essere un polo autorevole anche nel settore audiovisivo. Mi auguro che il Ticino non sia disposto a compiere un deliberato harakiri, proprio in un ambito in cui beneficia di un trattamento particolarmente favorevole, grazie alla ridistribuzione assai solidale dei proventi del canone (22% delle risorse della SSR). In un mercato esiguo come quello svizzero – per tacere di quello ticinese – l’abrogazione della tassa di ricezione avrebbe conseguenze nefaste per la qualità dei programmi, soprattutto di quelli con carattere informativo e di approfondimento. Il cespite d’entrata della pubblicità coprirebbe un’infima parte dei costi a carico di qualsiasi promotore pubblico o privato. Gli abbonamenti facoltativi non riuscirebbero a supplire ai proventi del canone: per rimanere abbordabili permetterebbero solo l’accesso a programmi di intrattenimento scadenti, mentre per guardare lo sport si sborserebbero somme ben più elevate. Anche alle attuali emittenti private, che pure svolgono un servizio pubblico complementare a livello regionale, verrebbe a mancare una quota importante di risorse pubbliche. Scomparirebbe l’obbligo di un’offerta di buona qualità, accessibile a tutta la popolazione alle medesime condizioni e ad un prezzo equo. La SSR è chiamata senz’altro a migliorare costantemente il suo prodotto. Ma per poterlo fare le serve una parte consistente del gettito del canone e uno statuto di indipendenza che non sia solo formale, bensì pure materiale. Dovrà mirare sempre più al pluralismo delle opinioni, ad un grado plausibile di oggettività e imparzialità nei servizi giornalistici ed in generale alla solidità dei contenuti. Solo così l’ente radiotelevisivo assolverà pienamente la sua missione, fornendo ai cittadini gli strumenti indispensabili per una libera e critica formazione delle opinioni. Senza un adeguato finanziamento pubblico questa missione risulterebbe irrimediabilmente compromessa. Dovremmo forse piegarci docilmente alla dittatura dell’audience, in balia dagli appetiti commerciali e degli interessi di grandi investitori privati che a nord delle Alpi si stanno strategicamente espandendo?

Il canone radiotelevisivo – che è pari al 75% degli introiti della SSR e dal 2019 si ridurrà a 365 franchi annui – è l’unico sistema di finanziamento che consente di assicurare un’offerta capillare dal punto di vista non solo geografico, ma anche tematico. La ricchezza del nostro Paese – con la sua complessa trama di differenze tra regioni linguistiche, città e campagna, Romandia e Cantoni primitivi, forze progressiste e conservatrici e classi sociali diverse – deve continuare a riflettersi nel servizio pubblico radiotelevisivo. Il nostro Paese sta insieme perché lo vuole, pur rimanendo una comunità eterogenea che nel tempo è riuscita a consolidare la sua coesione interna anche grazie alla SSR. Per continuare a giovarci del suo contributo dobbiamo essere disposti a pagarne il prezzo, per altro del tutto ragionevole, in termini di solidarietà. Questo collante culturale non è dato una volta per sempre. Va alimentato giorno dopo giorno, con un lavoro a più livelli: politico, economico e sociale. La SSR integra questi livelli, funge da amalgama e contribuisce a farci sentire parte di un tutto che si confronta anche con ciò che gli sta attorno, in Europa e nel mondo. La RSI e la SSR, percorrendo il Paese attraverso le istituzioni, le associazioni, le iniziative e l’attualità ci raccontano l’essenza di una Nazione comune, facendoci scoprire il suo territorio, i suoi equilibri, le persone e le storie che lo abitano. Occasioni di confronto e di riflessione che accrescono il nostro senso di appartenenza. Sta solo a noi decidere di non rinunciare a questo patrimonio, sapendo che cosa perderemmo. Evitiamo pericolosi salti nel buio e votiamo quindi NO a questa pericolosa iniziativa.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

CdT del 19.12.2017

L’iniziativa popolare “Per soldi a prova di crisi: emissione di moneta riservata alla Banca nazionale! (Iniziativa Moneta intera)”, di cui si sta occupando il Consiglio nazionale, esercita un certo fascino. Se con la moneta intera si riuscisse davvero a scongiurare l’insolvenza delle banche e il ripetersi di crisi finanziarie dalle proporzioni inaudite, come quella scoppiata dieci anni fa a seguito della bolla dei subprimes americani, perché opposi alla sua introduzione? Peccato che le cose non siano così semplici. La stabilità del sistema finanziario è migliorata con l’applicazione delle misure per gli istituti bancari di rilevanza sistemica (“too big to fail”), con l’attuazione dello standard internazionale per la regolamentazione bancaria Basilea III e anche grazie alla vigilanza della FINMA che impedisce un’eccessiva esposizione ai rischi. Il radicale cambio di paradigma prefigurato dall’iniziativa determinerebbe una scissione tra il sistema monetario e il sistema creditizio: le banche sarebbero autorizzate a prestare unicamente il denaro messo loro a disposizione dai risparmiatori, dalle altre banche o dalla BNS sotto forma di moneta intera. Le stesse banche, infatti, non potrebbero più emettere moneta scritturale tramite la concessione di crediti con il contemporaneo accredito sui depositi a vista (conti correnti) e non sarebbero più in grado di incrementare così la massa monetaria circolante. Sarebbero costrette a gestire i depositi a vista dei loro clienti analogamente a quanto avviene oggi per i depositi titoli e dunque all’esterno del loro bilancio e della massa fallimentare in caso di dissesto. La moneta scritturale sui conti per il traffico dei pagamenti (ca. 365 miliardi di fr. al 31.12.2015) diventerebbe moneta della banca centrale e quindi un mezzo legale di pagamento, come le banconote e le monete che abbiamo in tasca. Questo monopolio statale per l’emissione di denaro attribuirebbe alla BNS la distribuzione esclusiva e diretta di denaro agli enti pubblici nonché alle economie domestiche e metterebbe l’istituto centrale in stretta relazione con il finanziamento dello Stato. La BNS si troverebbe esposta a pressioni politiche indesiderabili e al rischio di un’impennata dell’inflazione. È proprio per evitare questa insana esposizione che nel sistema attuale è riservato un ampio grado di indipendenza alla BNS. L’attuale modello imprenditoriale delle banche commerciali, preso di mira dall’iniziativa, consiste sostanzialmente nelle operazioni su interessi: quelli riscossi sui crediti coprono i costi e gli interessi dei conti per il traffico dei pagamenti. La gestione dell’attività creditizia è favorita dal tasso d’interesse risultante dall’incontro tra domanda e offerta. I clienti delle banche si vedrebbero accollare nuovi oneri sui servizi relativi al traffico dei pagamenti a compensazione dei mancati introiti delle stesse banche, causati dalla perdita dei depositi a vista. La concessione di crediti risulterebbe molto più complicata di oggi perché le banche dovrebbero rifinanziarsi presso la BNS. In pratica sarebbe la banca centrale a decidere sulla concessione o meno di un credito, come nei sistemi ad economia rigidamente pianificata di infausta memoria. Siccome l’iniziativa prevede l’estinzione del prestito ottenuto nella fase transitoria, le banche commerciali sarebbero costrette a scegliere: procurarsi nove fonti di finanziamento all’estero (ma a condizioni più sfavorevoli), limitare la concessione di crediti alle imprese e alle economie domestiche (con una contrazione significativa dei mutui ipotecari) oppure indurre i propri clienti con depositi a vista a collocare il loro denaro in forme rischiose di investimento. D’altra parte l’attuale politica monetaria della BNS verrebbe stravolta, con pregiudizio alla stabilità del sistema. Verrebbe infatti a mancare il ruolo svolto dal margine di fluttuazione del tasso di riferimento (il Libor a 3 mesi) quale strumento per l’attuazione della politica monetaria, dato che il tasso d’interesse perderebbe la sua capacità d’influenzare l’erogazione del credito e quindi l’emissione di moneta da parte delle banche commerciali. La distribuzione diretta di moneta agli enti pubblici e ai cittadini ridurrebbe la fiducia nella stabilità monetaria perché a questo denaro trasferito non corrisponderebbe alcun attivo sotto forma di riserve valutarie od auree. All’entrata in vigore della novella costituzionale, tutta la massa monetaria (salvo il denaro contante) si trasformerebbe in moneta intera: questa enorme quantità di denaro iscritta negli attivi di bilancio delle banche non sarebbe più a disposizione dei titolari dei depositi a vista. Per evitare il collasso del bilancio delle banche, la BNS dovrebbe prestare loro una pari quantità di denaro diventandone la principale creditrice, con i relativi rischi. Agli effetti pratici sarebbe lo Stato che si assume questo enorme rischio finanziario, già prima di una crisi di portata sistemica. Il modello della moneta intera non riuscirebbe a scongiurare l’eventualità di bolle speculative e di insolvenza, la cui origine è da ricercare nella sottovalutazione dei rischi non solo da parte delle banche, bensì pure delle economie domestiche. Anche in un sistema retto dalla moneta intera lo Stato interverrebbe verosimilmente per salvare una banca dalla minaccia di insolvenza allo scopo di salvare l’economia, soprattutto se quella banca fosse determinante per l’erogazione di crediti o la gestione dei risparmi e avesse forti connessioni col sistema bancario nazionale. Avventurarsi su di una simile via esoterica e solitaria, come quella proposta dall’iniziativa, sarebbe un esperimento temerario. Sacrificheremmo il nostro sistema ben collaudato ed esporremmo il franco svizzero ad una pericolosa crisi di fiducia internazionale. Non ne vale davvero la pena.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale (PLR)

Opinione liberale del 10.11.2017

Riprende a soffiare impetuoso il vento secessionista dei nazionalismi locali in Europa? Per alcuni osservatori non vi è ombra di dubbio. Esultano teorici e fautori delle piccole patrie. La proclamata indipendenza della Catalogna e i referendum autonomisti in Lombardia e Veneto starebbero dando una salutare spallata non solo agli Stati nazionali, ma anche all’Unione europea e all’idea stessa di Stati Uniti di Europa. Per i seguaci della Nouvelle Droite, che si riconoscono nel comunitarismo (antiliberale) propugnato dal filosofo e pubblicista francese Alain de Benoist, soltanto la cura identitaria dei localismi e delle varie culture regionali rappresenterebbe un antidoto efficace contro “l’imperialismo della globalizzazione” ed il suo appiattimento omologante. Sarà, ma tutto questo entusiasmo mi pare fuori luogo. Non guasterebbe un po’ più di senso critico nel giudicare sia le dinamiche indipendentiste in Spagna, sia il risorgere dei nazionalismi soprattutto nell’Europa orientale, con occhio guardingo alla storia del secolo scorso. La strumentalizzazione delle minoranze etniche per fini di potere sono infatti una costante (basti ricordare l’aggressione nazista di Danzica nel 1939 per la liberazione della minoranza tedesca che vi risiedeva e la “redenzione dei Sudeti” per giustificare l’invasione della Cecoslovacchia).

Intanto vanno distinte le legittime aspirazioni ad una maggiore autonomia in senso federalista da un parte, come quelle espresse nelle regioni settentrionali d’Italia, e le velleità secessioniste dall’altra, come quelle avventurosamente assecondate dal governo catalano nello sprezzo del quadro costituzionale e della stessa maggioranza silenziosa della Regione. Le consultazioni popolari lombarde e venete sono uno strumento previsto dalla Costituzione e dalla legge italiana. Sono state abilmente volute dei presidenti delle rispettive Regioni per rafforzare il loro potere negoziale nei confronti di Roma, allo scopo di ottenere maggiore autonomia nel controllo e nella gestione delle risorse fiscali provenienti dai loro territori. Per contro, la dichiarazione unilaterale d’indipendenza da parte del parlamento catalano e del presidente destituito Carles Puigdemont, frettolosamente riparato in Belgio con alcuni colleghi di governo, è il punto di non ritorno di un secessionismo dogmatico e ben poco responsabile che per anni ha prevaricato le forze politiche più moderate e contrarie allo strappo con Madrid, le cui conseguenze potrebbero sfuggire di mano. Perché, oltre all’immenso danno economico, con le banche principali e oltre 1’500 imprese che hanno lasciato la Catalogna per non ritrovarsi fuori dall’UE, incombe il rischio che scorra nuovo sangue a causa di una guerra civile. La Spagna tiene il fiato sospeso: ne ha già vissuta una (devastante) nel periodo 1936-1939 tra repubblicani e falangi franchiste e non ha alcuna intenzione di assistere ad una riedizione di quella tragedia, immortalata da Picasso nel celeberrimo quadro dedicato al bombardamento della cittadina basca di Guernica. Che poi anche Rajoi non abbia dato prova di particolare sensibilità e avvedutezza nel gestire una crisi che viene da lontano, è vero. L’uso sproporzionato della forza a Barcellona da parte della Guardia civil ai danni di cittadini spagnoli che hanno partecipato pacificamente ad una votazione popolare (ancorché illegale) non ha fatto altro che portare acqua al mulino di chi da tempo gioca la carta del vittimismo. Tra Davide e Golia, si sa per chi parteggia l’opinione pubblica. Maggiore circospezione e disponibilità al dialogo avrebbero scongiurato il peggio. Ma intanto la temerarietà ed il calcolo politico di chi ha voluto a tutti i costi la rottura definitiva hanno fatto perdere alla florida Catalogna non solo il suo statuto speciale (che le riservava uno spazio di autonomia più ampio rispetto a tutte le altre regioni spagnole) ma anche la sua classe dirigente, i cui vertici rischiano trent’anni di carcere per l’accusa di sedizione, malversazioni, disobbedienza e altri reati.

Tuttavia, le forze nazionaliste europee applaudono. E puntano il dito contro Bruxelles che si guarda bene da ogni interferenza nelle questioni interne di uno Stato membro. Cautela invero ben comprensibile: anche solo il più timido segnale di apertura verso il secessionismo catalano potrebbe scoperchiare il vaso di Pandora nel resto del continente europeo, dove pressoché in ogni Stato vivono minoranze etniche e linguistiche. Troppo spesso la vulgata romantica dell’autodeterminazione dei popoli è in realtà il grimaldello retorico di chi non esita a strumentalizzare il timore diffuso nella popolazione locale di perdere vantaggi economici e rendite di posizione nell’ambito di una perequazione finanziaria nazionale a favore delle regioni meno fortunate. Pur di giustificare il rifiuto della logica “uno per tutti e tutti per uno” – un principio iscritto nella cupola di Palazzo federale e che ispira il nostro federalismo svizzero – tornano comode anche le più improbabili rivisitazioni storiche, come quella delle guerre di indipendenza dei Comuni italiani nel XII secolo contro il Barbarossa o le lotte patriottiche risorgimentali. Sembra distante anni luce il Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, che tra il 1941 ed il 1944 prefiguravano un’Europa unita e libera. Ma le piccole patrie non sono certo la soluzione ai problemi che vive oggi un’Europa già fragilizzata dalla sua mancanza di solidarietà e di coordinamento nelle politiche migratorie, né possono essere una valida alternativa alla necessità di una strategia comune per affrontare le emergenze climatiche, geopolitiche ed economico-finanziarie del vecchio Continente nei prossimi decenni. La valorizzazione delle specificità culturali e regionali è sacrosanta e rientra in un sano pluralismo. Ma l’esasperazione delle differenze in chiave nazionalista e identitaria, a tutti i livelli, serve solo ad alimentare la divisione e la conflittualità latente di un’Europa già in affanno e che sta perdendo per strada, soprattutto ad est, i suoi valori fondanti.

La Regione del 26.10.2017

Nel nostro Cantone l’apprendimento della lingua di Goethe è da qualche anno oggetto di dibattito politico. Ed è un bene che lo sia. Diversi atti parlamentari inoltrati a Bellinzona, dal 2009 in poi, tematizzano il ruolo delle lingue ed in particolare del tedesco nelle scuole ticinesi, chiedendo di dare avvio ad un progetto di riforma globale dell’insegnamento delle lingue nei vari livelli della formazione. Lo scorso 27.5.2017 i cofirmatari Alessandra Gianella e Fabio Kaeppeli, sostenuti con convinzione dai Giovani Liberali Radicali, hanno depositato una mozione sottoscritta da deputati di vari partiti e intitolata “L’importanza del tedesco per la coesione nazionale”. La mozione chiede di anticipare l’insegnamento del tedesco già alle elementari, affinché gli allievi possano crescere con una “mente bilingue” che comporta vantaggi futuri sul mercato del lavoro, considerato il numero crescente di aziende ticinesi con relazioni d’affari nella Svizzera tedesca e con la Germania. Nell’economia ticinese sempre più interconnessa, nel turismo e nelle relazioni internazionali, buone competenze del tedesco rappresentano un importante valore aggiunto. Anzi, nel settore terziario e secondario sono spesso decisive nella selezione del personale. Nel suo rapporto dello scorso 27.09.2017 il Consiglio di Stato invita il Gran Consiglio a non dar seguito alle proposta dei mozionanti: gli argomenti addotti per rifiutare l’anticipazione dell’apprendimento del tedesco non sono tuttavia granché convincenti. È ben vero che l’attuazione della mozione implicherebbe di ridisegnare in buona parte la struttura dell’insegnamento delle lingue seconde, rinunciando all’attuale impostazione con l’apprendimento obbligatorio del francese quale prima lingua seconda a partire dalla terza classe di scuola elementare fino alla seconda media. Ma un cambiamento appare opportuno. Il modello alternativo 3/5 – che prevede una prima lingua seconda dal terzo anno di elementare e una seconda lingua seconda dal quinto anno di elementare – è già in uso in diversi Cantoni, come riconosce lo stesso governo ticinese, e permetterebbe di approfittare della tipica elasticità di cui godono gli allievi più giovani nell’apprendimento precoce di una lingua seconda come il tedesco. Certo, questo modello richiede un riorientamento delle competenze linguistiche dei docenti in carica nelle scuole elementari, che attualmente non sono formati all’insegnamento del tedesco. È un riorientamento che costa, ma si tratterebbe di un investimento lungimirante nelle risorse cognitive e linguistiche delle generazioni che domani si affacceranno al mondo del lavoro meglio attrezzate di quelle che oggi invece rimpiangono di non disporre di sufficienti competenze nel tedesco. Il Consiglio di Stato richiama, in ottica pedagogica, l’influenza del fattore vicinanza/lontananza culturale della lingua appresa. La prossimità linguistica e culturale tra francese e italiano contribuirebbe infatti a creare nell’allievo un “vissuto positivo” nella sua esperienza di apprendimento, con conseguente maggiore efficacia per lo studio delle successive lingue seconde. Il richiamo non è privo di fondamento, nella misura in cui una lingua latina risulta più familiare di una germanica. Ma il “vissuto” dell’allievo non è alimentato unicamente dall’affinità dovuta alla comune matrice latina dell’italiano e del francese, bensì pure dalla frequentazione, ancorché episodica, con una lingua che sempre più spesso è – come il tedesco – la lingua madre di un genitore, di parenti e di conoscenti. In un Cantone turistico come il Ticino, con una forte presenza di residenti e ospiti svizzero-tedeschi, destinata a crescere anche grazie ad Alptransit, si accentueranno qui da noi – insieme al “Drang nach Süden” dei nostri confederati - le dinamiche di interrelazione e di convivenza con chi parla il tedesco e lo Schwyzerdütsch, creando un ambiente di vicinanza e familiarità che ne agevolerà l’apprendimento precoce alle elementari.

Nella risposta ad una mia interpellanza il Consiglio federale ha confermato che il plurilinguismo funge da “collante che unisce tutti i tasselli del mosaico politico e culturale che forma il nostro Paese” e che è un “fattore economico chiave, atto a facilitare le nostre relazioni commerciali e culturali, offrire prospettive professionali e aumentare le opportunità sul mondo del lavoro”.

C’è da augurarsi che il Gran Consiglio ne tenga conto quando dovrà pronunciarsi sulla mozione Gianella e Käppeli.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

CdT del 12 agosto 2017

Lo si sa: nei prossimi anni il fondo di compensazione AVS si troverà confrontato con problemi strutturali sempre più assillanti. Entro il 2040 il numero dei pensionati raggiungerà i 2,6 milioni (rispetto all’1,5 milioni del 2015) mentre il numero dei giovani con età fino ai 19 anni crescerà poco, da 1,7 a 1,9 milioni. Se quando fu introdotta l’AVS nel 1948 vi erano ancora 6,5 persone attive che finanziavano una rendita, nel 2035 – quando sarà in pensione la generazione del boom delle nascite – ve ne saranno soltanto 2,3. Già nel 2015 venivano versate più rendite di quante ne fossero finanziate dalle persone attive e dalla Confederazione: è il risultato dell’evoluzione demografica e dell’invecchiamento della popolazione. Ma anche la previdenza professionale è sotto pressione. Il capitale di vecchiaia accumulato non basta più a garantire l’attuale livello delle rendite, non solo a causa dell’aspettativa di vita, ma anche per la scarsa redditività del mercato dei capitali, che mette in difficoltà le casse pensioni. Le quali sono sempre più spesso costrette a far capo ai contributi versati da chi ha un’attività lucrativa per poter continuare a versare le rendite ai pensionati: una ridistribuzione miliardaria insana e contraria al sistema di capitalizzazione tipico della previdenza professionale, secondo cui ognuno dovrebbe poter costituire durante gli anni lavorativi il suo proprio avere di vecchiaia. Di qui la necessità di correre ai ripari, riducendo gradualmente il tasso minimo di conversione.

Secondo il Consiglio federale l’obbiettivo della Riforma della previdenza 2020 dovrebbe pertanto consistere nella stabilizzazione finanziaria a medio-lungo termine dell’intero sistema, per renderlo durevolmente sostenibile. Peccato che l’esito delle deliberazioni parlamentari disattende clamorosamente questa promessa. Invece di consolidare l’impianto previdenziale in vista degli sviluppi sfavorevoli appena ricordati, l’alleanza di centro-sinistra impostasi per un solo voto ha optato a favore dell’estensione delle prestazioni, incurante dell’onere che graverà sulle future generazioni. E così la riforma si è trasformata in una farsa, per altro assai costosa. Con il pretesto di “compensare” la riduzione del tasso minimo di conversione si è deciso l’aumento di CHF 70.- mensili della rendita individuale AVS (l’importo max. passerebbe da CHF 2’350 a 2’420) per coloro che andranno in pensione dal 2018: donne e uomini, ricchi e poveri. Un’esemplare icona di socialità ad innaffiatoio. Ma non bastava. Si è aumentato anche il tetto della somma delle rendite di vecchiaia per i coniugi (dal 150% al 155% dell’importo massimo della rendita individuale: da CHF 3’525.- a 3’751.-). Risultato: già fra 12 anni il maggior onere per l’AVS di 1,4 miliardi vanificherebbe ampiamente il sacrificio richiesto alle donne con l’aumento di un anno dell’età di pensionamento (1,2 miliardi di minor onere). A dispetto del minor introito di ca. 700 milioni annui per la Confederazione e dei maggiori costi per ca. 5,4 miliardi a carico dei consumatori a causa dell’aumento dell’IVA (+ 0,6%) come pure dei dipendenti e dei datori di lavoro per l’incremento dei prelievi sui salari (+ 0,3% dal 2021) nonché degli stessi pensionati ancora parzialmente attivi per l’abolizione della franchigia annua, la manovra non riuscirebbe a scongiurare la voragine di oltre 7 miliardi all’anno che si prospetta entro il 2035. Perdenti i giovani di oggi e di domani, gli attuali pensionati – che oltre alla beffa (non ricevono l’aumento di CHF 70.-) sopportano i danni legati ad un capitale di vecchiaia spesso modesto per le lacune contributive (la LPP è entrata in vigore solo nel 1985) e cionondimeno dovranno far fronte all’aumento dell’IVA – e infine anche le donne per le ragioni ricordate sopra. La “compensazione” della riduzione del tasso minimo di conversione con l’estensione delle prestazioni AVS, oltre ad essere inopportuna, ha assunto connotazioni ideologiche. Infatti, coloro che fanno parte della generazione transitoria (tra i 45 ed i 65 anni) e sono assicurati solo per la parte obbligatoria della previdenza professionale non saranno penalizzati dal tasso di conversione ridotto, essendo salvaguardati i loro diritti acquisiti grazie ai versamenti compensatori dal fondo di garanzia. E semmai, invece di mescolare AVS e LPP, andavano accolte le proposte tese a rafforzare il secondo pilastro, come p.es. quella di abolire la deduzione di coordinamento per la determinazione del salario assicurato sul quale si calcolano i contributi paritetici, allo scopo di incrementare l’avere di vecchiaia soprattutto di coloro che lavorano a tempo parziale e hanno più di un’occupazione (spesso donne).

Mi auguro quindi che il prossimo 24 settembre popolo e cantoni respingano questa pseudoriforma, evitando di pregiudicare l’equilibrio del sistema previdenziale svizzero dei tre pilastri: un impianto ben collaudato che va preservato anche nei prossimi decenni, senza compromettere il patto intergenerazionale.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale