40 anni e … sentirli tutti

Scritto da Giovanni in Cultura

Opinione Liberale del 12.12.2014

Ieri, martedì 9 dicembre 2014, alla presenza del presidente della Corte dei diritti umani di Strasburgo, le Camere federali hanno commemorato con una dignitosa cerimonia il 40. anniversario della ratifica della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo (CEDU) da parte della Svizzera. Il Consiglio d’Europa, fondato nel 1949, aveva adottato la CEDU già l’anno successivo. A dispetto della sua lunga tradizione democratica, il nostro Paese (entrato a far parte del Consiglio d’Europa nel 1963) poté sottoscrivere la Convenzione soltanto 11 anni dopo (nel 1974). Perché non subito? Per la semplice ragione che fino al 1971 la Costituzione federale non riconosceva alle donne il diritto di voto e di eleggibilità, discriminandole come cittadine in violazione dei diritti umani garantiti dalla CEDU. Un diritto invece concesso alle donne già diversi decenni prima da altre democrazie molto più giovani della nostra. Le trasformazioni socio-culturali degli anni ’60, il movimento femminista e una certa pressione politica internazionale sul nostro Paese, esercitata anche dal Consiglio d’Europa, propiziarono un cambiamento di sensibilità e mentalità nella popolazione, cosicché anche in Svizzera fu raggiunta finalmente la parificazione di donna e uomo nel loro statuto di cittadinanza. Le donne svizzere devono quindi essere grate anche alla CEDU, come ha ricordato Thomas Meissen dalle colonne della NZZ am Sonntag. È una circostanza da tener ben presente di fronte agli attacchi recenti sferrati contro la CEDU dall’UDC e anche dal suo Consigliere federale, il quale vorrebbe addirittura disdire la Convenzione. Per non parlare dall’iniziativa popolare che vorrebbe stabilire il primato del diritto nazionale su quello internazionale. La CEDU ha avuto poi il merito di accelerare l’abrogazione nel 1973 di altre due disposizioni della nostra Costituzione federale, risalenti al 1848 e manifestamente incompatibili con i diritti umani: il divieto dei Gesuiti e il divieto di aprire o riaprire conventi, retaggio culturale del Kulturkampf, in flagrante violazione della libertà religiosa e confessionale. Più recentemente la giurisprudenza di Strasburgo ha favorito la revisione e l’unificazione del diritto processuale penale in Svizzera, migliorando le garanzie dell’imputato e le condizioni di equità del processo. Ha inoltre stimolato la revisione dei termini di prescrizione nel nostro Codice delle Obbligazioni per le azioni risarcitorie intentate da coloro che hanno subìto un danno alla salute dovuto al contatto prolungato con l’amianto, tenendo conto che un tale danno può manifestarsi anche dopo decenni dalla cessazione dell’attività. Si tratta solo alcuni esempi che illustrano quale sia la portata del diritto internazionale e sopranazionale, soprattutto quando ha lo scopo di tutelare le nostre libertà individuali e i nostri diritti fondamentali, pilastri di una società liberale, pluralista, equa ed aperta. Contrariamente a quanto vogliono farci credere gli ambienti nazionalconservatori, paladini di un improponibile isolamento, le restrizioni indebite alle libertà del cittadino non provengono sempre dall’estero e dal diritto straniero: possono scaturire anche da scelte autonome interne che calpestano valori e principi giuridici di portata essenziale per la dignità umana e per le istituzioni democratiche. Che simili scelte siano avallate da una maggioranza popolare, poco importa. Il popolo non è infatti un sovrano assoluto e non è quindi libero di commettere un arbitrio o di attentare al nucleo intangibile delle libertà individuali. E’ un sovrano che ha liberamente accettato di assoggettarsi agli standard internazionali minimi di garanzia dei diritti umani e alle regole dello Stato di diritto (“rules of law”). Del resto i diritti umani rappresentano la migliore garanzia di tutela per le minoranze, e noi svizzeri di lingua italiana dovremmo saperne qualcosa. Liberalismo è sinonimo di libertà nella responsabilità e non di libertà nell’arbitrio. Pertanto ci rassicura l’esistenza della Corte di Strasburgo che vigila anche su eventuali violazioni dei diritti umani nel nostro Paese, perché neppure un’invidiabile democrazia come quella svizzera può dirsi immune dal rischio dell’arbitrio e di violazioni delle libertà fondamentali.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

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