Vietato perdere la partita

Scritto da Giovanni in Cultura

 

La Regione del 21.08. 2013

 

Archiviata anche questa 66. edizione del Festival del film,c he ha raccolto le lodi di molti commentatori nazionali e stranieri, a dispetto delle inevitabili polemiche per qualche scelta opinabile, rimane in chi l’ha frequentata un senso di riconoscenza. Per la ricchezza di un’offerta incredibile di esperienze possibili. Nel mare magnum di una ben calibrata programmazione ognuno ha potuto inventarsi il suo percorso di spettatore occasionale o di cinefilo incallito. Ognuno ha potuto soddisfare la sua sete di conoscenza. E’ stato anche quest’anno un momento forte di sperimentazione della libertà per una rassegna che della libertà ha fatto la sua bandiera. E sarà così anche in futuro, o quantomeno finché sarà l’eccellente Marco Solari a presiedere questo festival, nel totale e dovuto rispetto dell’autonomia della direzione artistica. Ma, confessiamolo pure, rimane anche qualche ambascia in tutti coloro che hanno a cuore i destini di questo appuntamento che scandisce da ormai quasi settanta anni la vita culturale locarnese, ticinese e nazionale, tra mille difficoltà. Perché nonostante la rispettabile età del Pardo ruggente e la sua volontà di crescere anno dopo anno, il suo avvenire non può essere considerato tranquillo nel contesto critico dei festival internazionali. E’ vero che l’organizzazione ha conosciuto nell’ultimo decennio un processo di aziendalizzazione che l’ha resa molto più efficiente. E’ un vantaggio che aiuterà il Festival nel confronto viepiù competitivo con le altre rassegne, ma decisive saranno le risorse finanziarie sulle quali dovrà poter contare anche nei prossimi anni. Gli sforzi degli enti pubblici e la generosità degli sponsor resteranno una condizione fondamentale per il suo successo. Andrà affrontato con una certa urgenze anche il tema della fragilità delle strutture, in particolare delle sale. Il palazzetto FEVI, che offre una sala per oltre 3’000 spettatori, necessita di una ristrutturazione. Ma non basta. Il progetto del Palacinema, nel quale troveranno spazio tre sale di proiezione per complessivi ca. 800 posti oltre agli uffici amministrativi e l’archivio del Festival, rappresenta un tassello essenziale in una strategia di consolidamento duraturo della manifestazione. Il messaggio licenziato dal Municipio di Locarno con la relativa richiesta di credito per la riattazione dello stabile delle ex scuole è all’esame della commissione della gestione del Consiglio comunale. Mi auguro che il Legislativo della Città sappia riconoscere, in tutta la sua portata, la valenza regionale del progetto. Il nuovo Palacinema contribuirà prima di tutto a compensare ampiamente la perdita di ca. 500 posti dovuta allo smantellamento della sala ex Rex, una perdita problematica per le già limitate capacità ricettive del Festival. Inoltre offrirà la possibilità di ospitare il Conservatorio Internazionale di scienze audiovisive (CISA) nonché una succursale ticinese della Cineteca nazionale di Losanna e l’ufficio locale della neonata Fondazione Film Commission. Ma soprattutto consentirà di implementare gradualmente quella filiera dell’audiovisivo che è uno dei settori strategici preconizzati dal Cantone nel documento concernente la Politica Regionale. Un nuovo Centro di competenze supplirebbe ad una carenza a livello di formazione permanente e di formazione continua nell’ambito dell’audiovisivo. Già solo nel nostro ristretto territorio cantonale è attivo in questo settore un mercato di ca. 4’700 unità a tempo pieno, il che significa un bacino di possibili clienti per un’offerta continua, articolata in moduli formativi che potranno essere potenziati nel tempo, secondo le necessità. L’elevata qualità dell’offerta dovrà però alimentare la domanda anche da fuori Cantone. Contatti con università svizzere ed estere agevolerebbero lo sviluppo di competenze in ambiti come l’uso degli strumenti audiovisivi e delle tecnologie della comunicazione nell’insegnamento, oppure come la storia del cinema, della critica cinematografica e degli aspetti economici della produzione e distribuzione (Film industry) oppure ancora nella formazione per architetti della scenografia tradizionale e virtuale. Le stesse USI e SUPSI potrebbero svolgere ruoli formativi interessanti, la prima per gli aspetti culturali e la seconda per quelli tecnici. E’ inevitabile che nei primi anni lo stesso Festival venga coinvolto nel lancio delle attività del Palacinema, ma solo marginalmente poiché la sua missione principale consiste nell’organizzazione della rassegna annuale e del suo concorso internazionale. Sarà indispensabile riuscire ad identificare il nuovo Centro di competenze audiovisive con una personalità di richiamo internazionale che ne faccia da padrino e da referente (Marco Müller ha appena rassegnato il suo interessante rapporto sui possibili contenuti, è un segnale incoraggiante) e che sappia attrarre domanda formativa e sostegno alle attività. Un simile polo offrirà opportunità di lavoro anche per i giovani della nostra regione.

Si tratta insomma di una di quelle partite che possono far fare un vero salto di qualità. Il Locarnese se la può giocare da vincente o ancora una volta (purtroppo) da perdente, come quando ha mancato l’appuntamento storico con l’aggregazione politica dei suoi Comuni. Non va sciupata questa preziosa occasione di collaborazione tra la Città di Locarno, il settore turistico e culturale, il Cantone, la Confederazione e i Comuni della regione in un’operazione da 34 milioni di franchi, di cui 10 donati dalla Fondazione Stella Chiara con precisi e comprensibili vincoli. Il naufragio del progetto avrebbe conseguenze devastanti per l’immagine del Locarnese e forse anche per il futuro del Festival. Ne patirebbe lo sviluppo economico e culturale dell’intera regione. Lo stesso Cantone perderebbe una grande occasione di innovazione.

Non solo gli appassionati del Festival guardano dunque con grande interesse a questo progetto. Il polo dell’audiovisivo a Locarno sarebbe sì un “toccasana” per la rassegna cinematografica, ancorandola stabilmente al nostro territorio, ma sarebbe anche l’espressione di una classe politica che non ha perso la voglia di osare e di credere in sé stessa.

 

 

Giovanni Merlini

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