CONFERENZA DEL 25.10.2012 AL MUSEO V. VELA DI LIGORNETTO SUL TEMA “LIBERALISMO E CATTOLICESIMO”

Scritto da Giovanni in Cultura

Il quesito posto dagli organizzatori di questo dibattito è quello di sapere se oggi le visioni e i valori del liberalismo e del cattolicesimo siano conciliabili.

Il quesito, come spesso accade, richiede risposte differenziate.

Si potrebbe tentare una prima risposta, evidenziando le differenze rimaste a tutt’oggi, e ve ne sono ancora, sia nella concezione del ruolo dello Stato e dei corpi intermedi, sia nelle questioni di ordine morale. Su questi aspetti tornerò in seguito. Sarebbe d’altronde riduttivo accontentarsi di ripetere (un po’ banalmente) i luoghi comuni di un rapporto storico conflittuale, dovuto a presupposti teorici e interessi irrimediabilmente antagonistici: da una parte una concezione del mondo immanente e laica, fondata sull’autonomia della ragione dell’Uomo che ha finalmente deciso di emanciparsi dal suo stato di minorità in cui si era cacciato per colpa propria (la famosa selbstverschuldete Unmündigkeit per dirla con le parole di Kant nella sua famosa risposta alla domanda “Was ist Aufklärung?”) e che si batte per la libertà della coscienza e per la separazione netta tra Stato e Chiesa. E dall’altra invece una concezione trascendentale della Vita, animata dalla fede e che crede quindi nel Verbo fattosi Uomo, rivendicando un ruolo di guida per la Chiesa in una società che si vorrebbe organica e tendenzialmente confessionale.

Oppure si potrebbe rispondere rileggendo la storia dei rapporti tra liberalismo e cattolicesimo in chiave sociologica. Si potrebbero così ripercorrere i contrasti tra le vecchie classi feudali (aristocrazia e clero) e la nuova borghesia emergente nel Sei e Settecento, che aveva necessità di liberarsi dai vincoli e dai condizionamenti di un’organizzazione sociale chiusa, di tipo agrario e corporativo, per poter migliorare le sue condizioni materiali ed esercitare con maggior profitto le sue attività produttive viepiù mercantili.

Oppure ancora si potrebbero evidenziare le differenze tra liberalismo e cattolicesimo nel pensare la sovranità statuale, fin dalla genesi e graduale affermazione degli Stati-Nazione nel XVI. secolo. Ma qui le cose si complicherebbero, perché se per il cattolicesimo si può ricostruire almeno in parte una linea di continuità nel suo atteggiamento di sostanziale resistenza verso il rafforzamento e la concentrazione del potere secolare nelle forme dello Stato moderno (pur con tutti i distinguo che andrebbero fatti), sul fronte del liberalismo le cose presero invece pieghe assai diverse. Nel continente europeo e in particolare in Francia l’irruzione della borghesia (o del Terzo Stato) – con la Rivoluzione e il giacobinismo – fece da catalizzatore ai processi di centralizzazione e unificazione politica e giuridica, mentre p.es nei Paesi anglosassoni (Gran Bretagna e Stati Uniti) andò sviluppandosi un liberalismo di tipo difensivo e teso a limitare il potere monarchico o federale (negli USA) con un sistema di checks and balance, e non solo in ambito fiscale. Il radicalismo di tipo statolatrico di Danton, Robespierre, Sieyès, S.Just e compagni e l’esperienza napoleonica della Repubblica una e indivisibile hanno ben poco in comune con gli insegnamenti di Locke, Hume, Ricardo, Smith e Mendeville e dei Padri fondatori dei federalist papers.

Credo sia più interessante, questa sera, capire fino a che punto – in un’ottica politica intesa in senso lato – abbia ancora senso (oggi) coltivare contrapposizioni che sono il retaggio di “un passato che non passa” e dove invece occorra ammettere che le differenze sono destinate a restare irriducibili, per forza di cose. L’ottica politica mi sembra importante per due ragioni. Primo, perché di fronte all’esplosione di intolleranza e di violenza inaudita in molti Paesi arabi nei confronti degli USA e in generale di tutto l’Occidente (ancora recentemente in seguito al video dissacrante su Maometto, pubblicato su Youtube) è legittimo chiedersi da dove provengano le minacce più serie allo Stato di diritto liberale, ai diritti dell’uomo, alle libertà democratiche e alla laicità delle istituzioni. In secondo luogo perché anche all’interno del mondo cattolico moderato si avverte la preoccupazione per il profilarsi di movimenti e organizzazioni dogmatiche e intransigenti (fino a qualche decennio fa nettamente marginali) che non esitano a reclamare il diritto di interferire nelle competenze del legislatore, o comunque di condizionarlo, nelle questioni pubbliche di rilevanza etica (neocreazionismo, movimenti anticonciliari, ecc.). E poiché tra gli effetti della globalizzazione vi è anche la rinascita delle istanze identitarie, localistiche e autoritarie alla ricerca di quelle certezze rassicuranti di cui si alimentano a man bassa i populismi di ogni risma (di destra e di sinistra, poco importa), ecco che si moltiplicano anche i teorici di queste tendenze.

Vi faccio un esempio emblematico. Qualche anno fa più o meno illustri maîtres à penser hanno deplorato a gran voce l’esclusione del riferimento alle “comuni” radici cristiane nel Preambolo della Carta costituzionale europea. Questi fautori di una riscossa dell’Occidente contro il tarlo del relativismo liberale da una parte e contro l’aggressività dell’integralismo islamico dall’altra, hanno subito voluto ravvisare in quella “imperdonabile” rinuncia la prova della rassegnazione di una civiltà ormai in declino. Secondo costoro, il mancato richiamo alle radici cristiane equivarrebbe all’abiura dei valori fondanti da parte di un continente che vorrebbe sì assurgere a soggetto politico, ma non sa e non vuole trovare la forza di riaffermare con orgoglio (e magari anche con un po’ di fallaciana rabbia) le sue origini religiose e culturali, la sua identità più profonda, il suo vero ethos. Un po’ come dire che l’homo europaeus non potrà mai uscire vincente dal confronto né con l’agnosticismo né con l’alterità musulmana, se non osa neppure iscrivere nella sua Costituzione il nome della tradizione giudaico-cristiana che lo avrebbe plasmato nel corso di due millenni. Del resto, forse che nel 732 d.C. a Poitiers il merovingio Carlo Martello sarebbe riuscito a fermare l’avanzata delle scimitarre moresche se non avesse combattuto con l’impeto della fede conclamata e la determinazione di chi sa di battersi per una giusta causa (anzi per la giusta causa)?

Marcello Pera, tanto per fare un nome tra i teorici antirelativisti, è convinto che chi predica “l’equipollenza dei valori o l’equivalenza delle culture” non promuove la tolleranza, bensì favorisce semmai l’arrendevolezza, con la conseguenza di indebolire la forza di convinzione, di penetrazione e di missione (un tempo tipica del Cristianesimo) dell’Europa e dell’Occidente.

C’è poi l’eterno problema del fondamento che viene ad innestarsi nella polemica antirelativista. Di che cosa si tratta ? Semplificando brutalmente potrei dire che gli avversari di un approccio laico al mondo e alla vita delle istituzioni individuano la fonte della legittimità statuale sempre e comunque aldilà dell’orizzonte storico delle diverse forme di organizzazione della società. Già nel 1992 l’attuale Papa J. Ratzinger, persona dotta e raffinata, scriveva che “lo Stato vive di un fondamento transpolitico e può conservarsi soltanto se le sue fondamenta sono poste in forze che esso non crea da sé”. Capita l’antifona? Le conseguenze sono di una portata enorme. Superato o quasi il vecchio antagonismo tra ratio e fides, ecco che torna invece a far capolino la diffidenza verso il pluralismo delle culture, degli stili di vita e delle scelte etiche. Quello stesso pluralismo che per altro si configura come la cifra di un’Europa-arcipelago che è cresciuta soprattutto quando ha saputo costruire ponti tra le sue “isole”, senza temere la contaminazione dei valori. E infatti le sue radici non affondano esclusivamente nel giudaismo e nel cristianesimo, ma anche nella cultura greco-romana, in quella ellenica, bizantina, araba, senza contare l’apporto dei popoli barbari (vi dice qualcosa Federico II Barbarossa, stupor mundi ?). Se l’Unione europea, nel suo preambolo costituzionale, avesse voluto riportare l’elenco completo anche solo delle principali matrici culturali da cui scaturisce l’attuale Europa politica, avrebbe dovuto enumerarne parecchie, menzionando pure l’umanesimo e poi l’illuminismo che l’hanno avviata alla Modernità. Quando le radici sono così tante e tutte rilevanti è molto meglio evitare di privilegiarne una sola: si farebbe un torto a quelle innominate.

Oggi la laicità liberale (preferisco questo termine a quello equivoco di laicismo) – laicità che è prima di tutto rispetto per l’autonomia della coscienza individuale, nei limiti dell’ordinamento giuridico, di fronte alle possibili opzioni esistenziali ed etiche che le si presentano – ha bisogno di alleati anche nel mondo cattolico e fortunatamente li trova negli ambienti moderati, non da ultimo anche perché non sono pochi i cattolici che si sentono liberali. Questa alleanza deve servire ad isolare gli ambienti più conservatori e oltranzisti, nei confronti dei quali le divergenze sono destinate a rimanere insanabili in campi sensibili come la bioetica, in particolare quando si toccano temi come l’eutanasia passiva, la diagnostica prenatale, l’interruzione della gravidanza, la procreazione assistita, lo statuto dell’embrione umano e i limiti della ricerca scientifica. Tra l’altro, proprio in tema di diagnostica preimpianto, permettetemi un brevissimo excursus. Il Dipartimento federale dell’interno intende presentare nella prossima primavera un avamprogetto di legge che consenta, alle coppie predisposte al rischio di avere un bambino affetto da una grave malattia ereditaria, di far capo all’esame genetico di un embrione concepito all’esterno dell’organismo prima del suo impianto nell’utero della donna, affinché esse abbiano le medesime opportunità di ottenere un embrione impiantabile rispetto alle coppie che non presentano questo rischio. Per ogni ciclo produttivo potranno essere sviluppati in vitro al massimo otto embrioni e cadrà quindi il divieto di conservare embrioni per un eventuale trasferimento successivo nell’ambito di tutte le procedure di procreazione. Si ridurrà così il numero delle gravidanze multiple, rischiose per la madre e i bambini. Il disegno di legge (che comunque mantiene il divieto per tutte le altre diagnostiche preimpianto, come la diagnosi del trisoma 21 o la selezione di cosiddetti bambini salvatori destinati a donare tessuti a fratelli malati) presuppone la revisione dell’art. 119 della Costituzione federale relativo alla medicina riproduttiva e all’ingegneria genetica in ambito umano e quindi si aprirà un ampio dibattito nel Paese, con un confronto serrato tra gli opposti schieramenti.

Non si può non costatare in questioni delicate come queste un’offensiva del pensiero infallibilistico neoconservatore che vorrebbe spianare la strada allo Stato Etico: è esattamente quanto di più illiberale si possa concepire. E’ la negazione di quella società aperta di Popper, che si fonda sulla verificabilità (o falsificabilità) di ogni verità e sulla disponibilità a rimettere in discussione ogni dato acquisito.

Con ciò voglio dire che il valore della laicità è troppo importante per essere patrimonio esclusivo del liberalismo. Anzi, dovrebbe diventare un valore viepiù condiviso e diffuso anche tra coloro che si riconoscono nel cattolicesimo e nella dottrina sociale della Chiesa. Per una semplice ma disarmante ragione, e cioè che la Verità salvifica non può essere imposta a chi non è disposto a recepirla, proprio perché consapevole della relatività storica e contingente delle diverse verità plurali. E il dissidio resta insuperabile tra chi crede in una Ragione “che nell’imposizione del fondamento (metafisico, ndr.) trova il proprio sostegno e la propria giustificazione” (per usare le parole di Giulio Giorello, allievo di Geymonat, nel suo bel saggio intitolato “Di nessuna Chiesa”), e chi invece preferisce credere in una ragione secolarizzata che misura la sua gratuità e i suoi limiti senza incanti o nostalgie trascendenti. E infatti, non per nulla, insigni rappresentanti storici del giusnaturalismo profano rivendicavano validità normativa al loro ethos “etsi Deus non daretur”, ossia anche se Dio non esistesse (e non “come se Dio non esistesse”).

La libertà del laico, anche di quello profondamente cattolico, è decisamente impegnativa proprio perché chiama in causa, sempre, la responsabilità individuale. La libertà dello Stato di diritto liberale è tolleranza e indifferenza nei confronti delle diverse pratiche ed espressioni religiose, dei vari culti e dei diversi comportamenti morali, delle diverse confessioni, dei diversi stili di vita. Indifferenza non significa affatto insofferenza, ma semmai neutralità. Significa semplicemente irriducibilità della sfera politica a quella religiosa e a quella della coscienza; è la distinzione capitale tra due ambiti dell’agire umano, tra due ordini istituzionali, con la rinuncia dello Stato alla pretesa (etica) di estendere la sua influenza e la sua sovranità sulle scelte individuali che hanno a che fare con il foro interno della persona, con le sue convinzioni più intime e quindi degne di rispetto. Ma è anche la rinuncia della Chiesa (o delle Chiese) ad interferire con l’attività dello Stato e con la politica, in particolare laddove si tratta di legiferare su questioni che interpellano proprio la coscienza di ognuno.

Così come lo Stato non può e non deve trasformarsi nell’ingegnere di anime aborrito da Feyerabend e quindi non può e non deve imporre alle persone, anche se animato dalle migliori intenzioni, le proprie ricette per la realizzazione di quella che è un’astratta nozione di Bene, così anche la Chiesa non può pretendere dal legislatore l’imposizione della sua Verità, fermo restando naturalmente il suo buon diritto a proclamarla. Come ricordava J.S. Mill, ciascuno è l’unico e autentico “guardiano della propria salute, sia fisica sia mentale e spirituale”. Se la società libera e aperta è un po’ come un bazar levantino dove si può trovare di tutto, sta a chi lo visita decidere se e che cosa comprare. Ma se il visitatore reputa che determinati articoli siano incompatibili con le sue convinzioni morali o religiose non deve sentirsi autorizzato a proibirne l’esposizione al pubblico: è sufficiente che si astenga dall’acquistarli, come ci rammenta correttamente Giorello.

Questa indifferenza o neutralità delle istituzioni liberali e laiche nelle questioni che hanno a che fare con la morale e la religione non ha nulla da spartire con un superato anticlericalismo di sapore ottocentesco e non conduce affatto all’ateismo di Stato. Semmai si può parlare di un tollerante agnosticismo che si fonda proprio sul pluralismo etico o dei valori. E anzi è auspicabile la promozione del dialogo tra credenti e non credenti in una dinamica comunicativa, come quella auspicata da J. Habermas, che ammette anche la rilevanza dell’esperienza religiosa nello spazio pubblico, evitando di confinarla a fatto esclusivamente privato. Non sarebbe uno Stato davvero liberale quello che impedisse di manifestare pubblicamente le proprie convinzioni più profonde e di condividerle con altri, ostentandone i “segni” anche oltre le mura domestiche o il perimetro dei luoghi di culto. E personalmente non avrei nulla da obbiettare neppure a che “cittadini secolarizzati partecipino agli sforzi per tradurre rilevanti contributi del linguaggio religioso in un linguaggio pubblicamente accessibile” (sempre per citare lo stesso filosofo tedesco) nella misura in cui ciò possa servire ad una migliore comprensione tra persone di sensibilità e orientamenti diversi e all’abbattimento di steccati obsoleti. Ma ad una condizione, e cioè che “il linguaggio pubblicamente accessibile” sia davvero finalizzato alla diffusione della comprensione e all’agevolazione di un urbano confronto dialettico e non miri invece all’imposizione di visioni unilaterali e dogmatiche, come sta avvenendo negli USA sotto la pressione del movimento neoconservatore, con la relativa messa all’indice degli stili di vita alternativi.

D’altra parte, il pensiero liberale che si batte per il progresso della conoscenza e per la difesa del metodo sperimentale non postula briglie sciolte nemmeno per la ricerca scientifica che deve soggiacere – come in effetti soggiace – ai limiti normativi stabiliti dallo Stato. Ma è appunto il legislatore democraticamente eletto che può e deve fissare le regole, dopo aver ponderato equamente i contrapposti interessi in gioco e dopo aver tenuto debito conto dei diversi approcci filosofici presenti nella società, che non sono necessariamente improntati alla Verità rivelata.

E’ solo attraverso il libero dibattito pubblico e attraverso la formazione della volontà popolare, garantiti dalle procedure democratiche e nei limiti dei principi costituzionali, che queste regole riescono, in quanto condivise, ad ottenere il necessario consenso.

In conclusione. Gli spazi per una collaborazione tra le forze politiche di ispirazione cattolica (o cristiana per allargare il discorso) e le forze liberali esistono. Esistono soprattutto laddove si tratta di contrastare insieme l’azione di movimenti intolleranti, populisti e dediti alla più sguaiata demagogia (spesso e volentieri impreziosita con improbabili appelli alla difesa della Cristianità) e nel promuovere il principio di sussidiarietà se e quando determinati compiti di interesse pubblico non devono necessariamente essere svolti dallo Stato. Se infatti da un esame oggettivo del rapporto costi e benefici risulta preferibile affidare un servizio pubblico ad enti o soggetti privati, è giusto farlo, soprattutto in un periodo di risorse finanziarie sempre più limitate dalla stagnazione economica. Ma occorre evitare di soccombere ad atteggiamenti ideologici come quello che esalta sistematicamente le virtù del società civile (non ho mai capito che cosa sia esattamente) e tende invece a denigrare lo Stato, come fosse un’astrazione ostile per definizione, salvo pretendere sussidi statali a favore dei privati o interventi fortemente limitativi della libertà personale in questioni di natura etica, ben oltre ai vincoli previsti dal legislatore.

I laici di buona volontà, siano essi agnostici, atei o cattolici (poco importa) potranno ottenere risultati apprezzabili se si coalizzeranno contro la paura e l’intolleranza che paralizzano l’esercizio critico del dubbio e favoriscono la chiusura della società su sé stessa. I sostenitori della laicità non temono le “eresie”. Come ci ricorda lo stesso Giorello, è infatti anche grazie ai “cacciatori di chimere” se nel corso dei secoli nuove pratiche di vita e nuove modalità di rappresentare il mondo hanno potuto affermarsi, pur tra mille difficoltà, per poi di nuovo tramontare ed essere sostituite da altre.

 

Giovanni Merlini

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