Segreto bancario e trasparenza: una convivenza a dura prova

Scritto da Giovanni in Cultura

Corriere del Ticino del 20.11.2012

 

E’ notevole la rapidità con cui il Consiglio federale e le Camere hanno modificato nel volgere di pochi anni la loro posizione sul segreto bancario, in particolare nel campo dell’assistenza amministrativa internazionale in materia fiscale. Non so se per lungimirante capacità di prevenire problemi più grossi o per meno commendevole arrendevolezza alle pressioni esterne. O un po’ per entrambe le ragioni. Fatto sta che da quando, nel marzo 2009, il governo ha recepito l’art. 26 del Modello di convenzione OCSE sullo scambio generale di informazioni ai fini dell’imposizione fiscale di contribuenti di uno Stato firmatario e nei casi di frode e sottrazione fiscale, l’interpretazione degli obblighi incombenti alle autorità è mutata significativamente. In poco meno di quattro anni è stata versata molta acqua nel vino del segreto bancario. Al momento dell’adozione da parte svizzera dello Standard OCSE era controversa la questione a sapere se nell’ambito dell’assistenza amministrativa fossero ammissibili le richieste di informazioni concernenti gruppi di persone che, seppure non identificate singolarmente, si erano rese sospette agli occhi dell’autorità richiedente per le loro modalità operative, tutte riconducibili ad un determinato e comune modello comportamentale. Il Consiglio federale si precipitò allora a precisare che lo scambio di informazioni sarebbe stato concesso unicamente in presenza di una concreta richiesta riguardante una singola fattispecie e specifica persona, ribadendo sostanzialmente il principio ancorato all’art. 4 cpv. 1 della legge federale sull’assistenza amministrativa internazionale in materia fiscale (LFAA). Questa interpretazione restrittiva fu poi confermata nei protocolli addizionali e nelle varie dichiarazioni esplicative attinenti alle Convenzioni contro la doppia imposizione, nel frattempo stipulate o rinnovate con i vari Stati. Il governo chiarì espressis verbis che l’istanza di assistenza avrebbe dovuto indicare il nome e il recapito tanto della persona coinvolta nell’indagine quanto della persona (fisica o giuridica) presumibilmente titolare delle informazioni richieste. Ma gli Stati membri dell’OCSE, risoluti più che mai nel combattere l’evasione fiscale nella comprensibile ricerca di risorse finanziarie, non gradirono e non tardarono quindi a far sentire la loro voce critica. Ed ecco allora il Consiglio federale correre immediatamente ai ripari, formulando all’attenzione delle Camere la proposta di attenuare i requisiti per la concessione dell’assistenza internazionale. Occorreva cioè ammettere l’identificazione dei contribuenti oggetto della richiesta di informazioni anche per altre vie (rispetto al nome e recapito), come per esempio attraverso il numero di assicurazione AVS oppure il codice IBAN. Ma il vero salto di qualità non era ancora stato fatto. Lo ha fatto il Consiglio dell’OCSE il 17 luglio di quest’anno, aggiornando lo Standard con l’introduzione dell’ammissibilità delle istanze raggruppate. Si tratta di richieste con le quali viene circoscritto un gruppo di persone e indicato l’insieme delle circostanze che ha indotto l’autorità estera richiedente a ritenere illecito il comportamento del contribuente alla luce dell’ordinamento fiscale di quello Stato. Non si tratta ancora di fishing expeditions, ossia di richieste generiche con le quali si tira semplicemente nel mucchio, sperando di colpire qualcuno che ha sgarrato. Ma la differenza si fa sempre più sottile. E’ vero che le istanze collettive sono ammissibili solo se spiegano in modo plausibile le ragioni per cui le informazioni richieste dovrebbero servire a dimostrare l’appartenenza del singolo contribuente ad un determinato gruppo di soggetti indiziati. Inoltre tali richieste devono soddisfare il requisito della cosiddetta “prevedibile rilevanza” (foreseeably relevant). Le informazioni oggetto della domanda di assistenza devono cioè essere prevedibilmente rilevanti, secondo i criteri applicati dall’autorità richiedente ai fini dell’inchiesta. Ma proprio qui sta l’aspetto delicato delle richieste collettive. Infatti, secondo lo Standard OCSE la prevedibile rilevanza delle informazioni richieste va giudicata in primo luogo dall’autorità che inoltra l’istanza e, di regola, non può essere sindacata dall’autorità destinataria della richiesta, riservata ovviamente la facoltà di respingere la domanda, ma anche di impugnare con un ricorso l’eventuale decisione finale di rifiuto (art. 19 LFAA). La nozione della prevedibile rilevanza è interpretata dunque in senso lato, in ossequio al principio di trasparenza che ispira lo Standard OCSE. Sennonché, quanto più ampia risulterà essere l’interpretazione, tanto più evanescente sarà la distinzione tra questa categorie di domande e le fishing expeditions. Le Camere hanno approvato questa estensione dello scambio di informazioni, durante la scorsa sessione autunnale, nella discussione e votazione sulla LFAA. Ma ciò che può impensierire di più dal profilo della certezza del diritto è la mancanza, nella stessa legge, di indicazioni sull’eventuale retroattività, ossia sull’ammissibilità o meno di istanze collettive che si riferiscono a casi precedenti al 1.1.2013. E la questione non è certo irrilevante, anzi. Non è infatti possibile escludere a priori che gli Stati con cui abbiamo stipulato gli Accordi sul divieto della doppia imponibilità, possano inoltrare istanze collettive nel tentativo di ottenere informazioni su quei loro cittadini che hanno trasferito, prima di quella data, i loro averi (non dichiarati) da conti di banche svizzere su conti di banche di altre piazze finanziarie, con l’unico scopo di sottrarsi alla ritenuta fiscale prevista appunto da questi Accordi. Anche su questo aspetto è auspicabile che l’Amministrazione federale delle contribuzioni e i Tribunali competenti facciano chiarezza quanto prima.

 

Avv. Giovanni Merlini

 

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