Scivoloni e vendette: il caso Hildebrand

Scritto da Giovanni in Attualità

PROGRESSO SOCIALE, Numero 59-60-61 Marzo 2012

 

Ha suscitato grande clamore la bufera che ha investito il presidente del Direttorio della Banca nazionale svizzera (BNS) Philipp Hildebrand. Dopo alcuni giorni di infuocate polemiche egli ha tirato le uniche conclusioni possibili, rassegnando le dimissioni dalla sua importante carica, lo scorso 9 gennaio. Lo ha fatto responsabilmente, per non esporre la Banca nazionale e la sua politica monetaria ad una crisi di credibilità e di instabilità.

Le sue operazioni speculative su divise, o quelle della sua consorte da lui avallate, hanno messo in serie difficoltà non solo lui, ma pure il governo – in particolare l’on. Widmer-Schlumpf – e il Consiglio stesso della Banca. Questa brutta vicenda, esasperata da alcuni media e cavalcata con compiacimento dal vicepresidente dell’UDC Blocher (che fin dall’inizio aveva chiesto la testa di Hildebrand), ha sollevato aspetti piuttosto inquietanti. Anzitutto perché ha rivelato il persistere di una sottocultura del profitto facile e immediato, ancora diffusa anche nelle élites del nostro Paese e persino tra i “grand commis del l’Etat”. Una sottocultura i cui danni si erano manifestati tragicamente con l’immane crisi dei subprimes e le sue ripercussioni a livello internazionale. In secondo luogo per le gravi conseguenze che il comportamento di Hildebrand avrebbe potuto (e potrebbe) avere sulla stabilità, la credibilità e l’indipendenza del nostro istituto centrale di emissione, in un periodo così delicato per i mercati finanziari. Il mantenimento del corso minimo del cambio euro/franco a 1,20 dipende infatti soprattutto dall’autorevolezza internazionale della BNS, dalla fiducia che sa suscitare nei mercati finanziari, dalla sua capacità di convincerli circa la determinazione con cui intende impedire un eccessivo apprezzamento della nostra moneta. Con il suo vertice improvvisamente indebolito a causa di un’inopportuna leggerezza, la reputazione nazionale e internazionale dell’Istituto – fino a quel momento ottima – arrischiava di risentirne sensibilmente e di destabilizzare la nostra moneta. Transazioni in proprio (con titoli o divise) espongono i membri del Direttorio (e del Consiglio) a conflitti di interesse pregiudizievoli per l’immagine della Banca nazionale, ragione per cui sono autorizzate solo alle condizioni stabilite dal Regolamento e dalle Direttive interne dell’Istituto stesso. Non è accettabile che il custode della nostra moneta, che è un alto funzionario con uno stipendio annuo di poco meno di un milione di franchi, si arricchisca con operazioni private sui cambi, di natura speculativa.

Questo scivolone di Hildebrand ha fatto scattare un’indagine che intende verificare l’eventuale esistenza negli ultimi tre anni di altre operazioni speculative in proprio da parte di singoli organi dirigenti della BNS: vi è da sperare che non fosse una prassi diffusa.

C’è chi ha gridato al complotto nei confronti dell’ex timoniere della BNS, un personaggio che ha mostrato competenza e coraggio nel chiedere alla politica misure più rigorose per le banche cosiddette “too big to fail” e norme più incisive per l’intero settore bancario. Che ci sia stata una componente di strumentalizzazione politica da parte di chi non ha mai digerito queste nuove regole è di un’evidenza palmare. Ma è anche vero che se questo resa dei conti è stata possibile è perché Hildebrand ha fatto degli errori. Egli stesso ha per altro ammesso un certo numero di transazioni ed in particolare di aver consentito a sua moglie l’acquisto, da un conto a lui intestato, di $ 503’000.- lo scorso 15 agosto, neanche tre settimane prima del famoso annuncio relativo al corso minimo euro/franco. E‘ quantomeno legittimo il dubbio che la moglie sapesse dell’imminente decisione del Direttorio della BNS, visto che i dollari acquistati sono stati rivenduti poco dopo, con circa CHF 70’000.- di profitto. Hildebrand ha pure ammesso la colpa di non aver preteso lo storno immediato dell’operazione di acquisto di dollari, quando ne è venuto a conoscenza pochi giorni dopo. Fosse rimasto in carica, non sarebbe quindi mai riuscito a fugare completamente il sospetto di aver sfruttato a suo personale vantaggio l’esistenza di circostanze confidenziali di cui ha avuto conoscenza solo grazie alla sua funzione di organo decisionale della BNS. Le indagini amministrative stabiliranno se Hildebrand abbia formalmente violato le direttive interne dell’Istituto che limitano la facoltà dei membri del Direttorio di effettuare transazioni in proprio con divise o titoli di borsa, direttive per altro piuttosto blande se confrontate con quelle di altri istituti centrali (come p.es. la BCE). Sembra invece escluso il reato di insider trading o delitto di iniziati (art. 161 CPS) nella misura in cui non sono in discussione operazioni di borsa, bensì appunto “solo” di cambio di divise. Spetta ora agli organi di vigilanza politica e tecnica valutare attentamente la portata delle attuali disposizioni di legge e delle direttive interne per eventualmente modificarle in senso più restrittivo, affinché casi simili non abbiano più a ripetersi (estendendo per esempio il divieto generale di queste operazioni anche ai familiari e ad altri organi decisionali parastatali, come p.es. la FINMA, ecc.).

Infine merita un accenno il ruolo degli altri protagonisti di questa triste vicenda, compreso colui che si è definito “semplice postino” nei confronti del Consiglio federale. Tutto è nato da una violazione flagrante del segreto bancario. Il consulente della Banca Sarasin di Zurigo, autore del reato, si è autodenunciato alla magistratura ed è stato licenziato su due piedi. Non si sa per ora se sia stato aperto un procedimento penale anche contro l’avvocato turgoviese Hermann Lei (granconsigliere udc) per eventuale istigazione al reato sanzionato dall’art. 47 della Legge federale sulle banche. Sembra esclusa un’inchiesta penale nei confronti di Blocher, il cui comportamento ha comunque danneggiato non solo il suo nemico Hildebrand, bensì pure gli interessi superiori della BNS e della Confederazione, quantomeno in relazione all’esigenza di stabilità della politica monetaria e ai principi della protezione della sfera privata e del segreto bancario. Una simile divulgazione di dati protetti non è esattamente coerente con la strenua difesa del segreto bancario di cui l’UDC vorrebbe apparire come la più indefessa paladina. Ma la coerenza non deve essere sembrata così indispensabile di fronte all’urgenza di consumare in grande stile una vendetta politica contro l’odiato vertice della BNS. A ognuno le sue priorità.

 

Giovanni Merlini

Puoi lasciare un commento qui sotto

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

39 − 32 =

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.