L’iniziativa moneta intera o l’inutile precauzione

Scritto da Giovanni in Politica

CdT del 12.05.2018

Ai promotori dell’Iniziativa Moneta intera va perlomeno dato atto di aver sollevato un dibattito critico sui limiti del nostro sistema monetario e creditizio, che come tutti i sistemi umani è lungi dall’essere perfetto. Cionondimeno sono convinto che gli obbiettivi della loro iniziativa resterebbero ampiamente disattesi anche in un regime di moneta intera. Cominciamo da due scenari: la paventata corsa agli sportelli nel caso di un crollo di fiducia verso uno o più istituti bancari e il rischio di grandi crisi finanziarie, come quella scoppiata nel 2007-2008. È vero che in un sistema a moneta intera si riuscirebbe a scongiurare la corsa agli sportelli. I clienti non si precipiterebbero a prelevare i loro risparmi sui conti correnti (depositi a vista), sapendo che sono coperti integralmente dal controvalore sotto forma di banconote o di averi in giroconti detenuti dalla loro banca presso la BNS e contabilizzati esternamente al bilancio, quindi al di fuori della massa fallimentare in caso di insolvenza. Tuttavia i conti risparmio e gli altri tipi di investimenti non sarebbero comunque protetti. Inoltre, in Svizzera non vi sono mai state corse agli sportelli, grazie alla stabilità del nostro sistema. Un simile rischio, in futuro, dovrebbe essere ancora più ridotto per effetto delle prescrizioni restrittive adottate nell’ultimo ventennio in materia di fondi propri e liquidità. L’ultimo dissesto finanziario di un banca svizzera risale per altro al 1991, con il fallimento della Cassa di risparmio di Thun, quando non esistevano ancora tutte le restrizioni legali e le direttive dell’autorità di vigilanza (oggi è la FINMA) che limitano la possibilità delle banche di creare denaro scritturale dal nulla, mediante la concessione di crediti. Quanto alle crisi finanziarie: l’ultima, di dimensioni planetarie, ebbe origine da una scriteriata sottovalutazione dei rischi da parte delle principali banche americane, le quali – incoraggiate anche dalla Federal Reserve e da un’esuberante politica di accesso alla proprietà promossa già dagli anni di Bill Clinton – avevano concesso, su larga scala, crediti ipotecari a famiglie con scarse garanzie di solvibilità. Considerate le difficoltà nell’ottenimento del rimborso dei loro crediti, le banche americane pensarono bene di liberarsene, cartolarizzando i mutui in prodotti strutturati complessi (che si sarebbero ben presti rivelati “tossici”) e immettendoli così nel circuito dei mercati finanziari. In seguito alla crisi di fiducia reciproca i prestiti interbancari subirono una paralisi e la bolla dei “subprimes” scoppiò, con le note conseguenze. Anche UBS ne fu talmente colpita che rischiò il fallimento: aveva infatti fortemente investito in titoli strutturati, basati sui crediti immobiliari americani, e lo avrebbe potuto fare anche in un sistema a moneta intera. A posteriori possiamo dire che la decisione politica di salvare la più importante banca del Paese, in virtù della sua importanza sistemica, fu opportuna. L’ancorché rischiosa iniezione da parte della Confederazione di 6 miliardi di franchi convertibili in azioni e il rilevamento da parte della BNS di titoli “tossici” e illiquidi per 38,7 miliardi di dollari, evitò danni economici e sociali incalcolabili. Si rivelò pure un ottimo affare. L’operazione di salvataggio non solo non andò a gravare sulle spalle dei contribuenti, bensì consentì alla Confederazione di recuperare i fondi e di conseguire già nel 2009 un utile di un miliardo di franchi con la vendita delle azioni ad investitori istituzionali. Idem per la BNS, per la quale l’operazione di stabilizzazione durò qualche anno in più (fino al 2013) fruttando però interessi per 1,6 miliardi di dollari e un utile sulla vendita dei fondi di 3,8 miliardi di dollari. È dunque la sottovalutazione dei rischi, che la moneta intera non impedisca affatto, e non l’emissione in sé di denaro scritturale (promessa di pagamento) da parte delle banche commerciali il fattore scatenante delle crisi finanziarie. Il rimedio proposto dall’iniziativa è quindi inefficace, oltre a comportare una serie di gravi controindicazioni. Infatti, i soli depositi di risparmio (senza dunque i conti correnti) sarebbero largamente insufficienti per finanziare integralmente i crediti richiesti dagli attori economici che investono. I costi di rifinanziamento delle banche aumenterebbero e quindi anche gli interessi e le spese che verrebbero accollate ai clienti, con il forte rischio di una stretta creditizia e quindi di minori investimenti con conseguente perdita di posti di lavoro, per tacere dei rischi di una destabilizzazione del franco svizzero e di un’inflazione non più controllabile da parte della BNS. Un vecchio adagio popolare dice di non riparare ciò che non è rotto. A maggior ragione se il prezzo della riparazione è esorbitante, come con la moneta intera.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

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