Quel fascino discreto della “moneta intera”

Scritto da Giovanni in Politica

CdT del 19.12.2017

L’iniziativa popolare “Per soldi a prova di crisi: emissione di moneta riservata alla Banca nazionale! (Iniziativa Moneta intera)”, di cui si sta occupando il Consiglio nazionale, esercita un certo fascino. Se con la moneta intera si riuscisse davvero a scongiurare l’insolvenza delle banche e il ripetersi di crisi finanziarie dalle proporzioni inaudite, come quella scoppiata dieci anni fa a seguito della bolla dei subprimes americani, perché opposi alla sua introduzione? Peccato che le cose non siano così semplici. La stabilità del sistema finanziario è migliorata con l’applicazione delle misure per gli istituti bancari di rilevanza sistemica (“too big to fail”), con l’attuazione dello standard internazionale per la regolamentazione bancaria Basilea III e anche grazie alla vigilanza della FINMA che impedisce un’eccessiva esposizione ai rischi. Il radicale cambio di paradigma prefigurato dall’iniziativa determinerebbe una scissione tra il sistema monetario e il sistema creditizio: le banche sarebbero autorizzate a prestare unicamente il denaro messo loro a disposizione dai risparmiatori, dalle altre banche o dalla BNS sotto forma di moneta intera. Le stesse banche, infatti, non potrebbero più emettere moneta scritturale tramite la concessione di crediti con il contemporaneo accredito sui depositi a vista (conti correnti) e non sarebbero più in grado di incrementare così la massa monetaria circolante. Sarebbero costrette a gestire i depositi a vista dei loro clienti analogamente a quanto avviene oggi per i depositi titoli e dunque all’esterno del loro bilancio e della massa fallimentare in caso di dissesto. La moneta scritturale sui conti per il traffico dei pagamenti (ca. 365 miliardi di fr. al 31.12.2015) diventerebbe moneta della banca centrale e quindi un mezzo legale di pagamento, come le banconote e le monete che abbiamo in tasca. Questo monopolio statale per l’emissione di denaro attribuirebbe alla BNS la distribuzione esclusiva e diretta di denaro agli enti pubblici nonché alle economie domestiche e metterebbe l’istituto centrale in stretta relazione con il finanziamento dello Stato. La BNS si troverebbe esposta a pressioni politiche indesiderabili e al rischio di un’impennata dell’inflazione. È proprio per evitare questa insana esposizione che nel sistema attuale è riservato un ampio grado di indipendenza alla BNS. L’attuale modello imprenditoriale delle banche commerciali, preso di mira dall’iniziativa, consiste sostanzialmente nelle operazioni su interessi: quelli riscossi sui crediti coprono i costi e gli interessi dei conti per il traffico dei pagamenti. La gestione dell’attività creditizia è favorita dal tasso d’interesse risultante dall’incontro tra domanda e offerta. I clienti delle banche si vedrebbero accollare nuovi oneri sui servizi relativi al traffico dei pagamenti a compensazione dei mancati introiti delle stesse banche, causati dalla perdita dei depositi a vista. La concessione di crediti risulterebbe molto più complicata di oggi perché le banche dovrebbero rifinanziarsi presso la BNS. In pratica sarebbe la banca centrale a decidere sulla concessione o meno di un credito, come nei sistemi ad economia rigidamente pianificata di infausta memoria. Siccome l’iniziativa prevede l’estinzione del prestito ottenuto nella fase transitoria, le banche commerciali sarebbero costrette a scegliere: procurarsi nove fonti di finanziamento all’estero (ma a condizioni più sfavorevoli), limitare la concessione di crediti alle imprese e alle economie domestiche (con una contrazione significativa dei mutui ipotecari) oppure indurre i propri clienti con depositi a vista a collocare il loro denaro in forme rischiose di investimento. D’altra parte l’attuale politica monetaria della BNS verrebbe stravolta, con pregiudizio alla stabilità del sistema. Verrebbe infatti a mancare il ruolo svolto dal margine di fluttuazione del tasso di riferimento (il Libor a 3 mesi) quale strumento per l’attuazione della politica monetaria, dato che il tasso d’interesse perderebbe la sua capacità d’influenzare l’erogazione del credito e quindi l’emissione di moneta da parte delle banche commerciali. La distribuzione diretta di moneta agli enti pubblici e ai cittadini ridurrebbe la fiducia nella stabilità monetaria perché a questo denaro trasferito non corrisponderebbe alcun attivo sotto forma di riserve valutarie od auree. All’entrata in vigore della novella costituzionale, tutta la massa monetaria (salvo il denaro contante) si trasformerebbe in moneta intera: questa enorme quantità di denaro iscritta negli attivi di bilancio delle banche non sarebbe più a disposizione dei titolari dei depositi a vista. Per evitare il collasso del bilancio delle banche, la BNS dovrebbe prestare loro una pari quantità di denaro diventandone la principale creditrice, con i relativi rischi. Agli effetti pratici sarebbe lo Stato che si assume questo enorme rischio finanziario, già prima di una crisi di portata sistemica. Il modello della moneta intera non riuscirebbe a scongiurare l’eventualità di bolle speculative e di insolvenza, la cui origine è da ricercare nella sottovalutazione dei rischi non solo da parte delle banche, bensì pure delle economie domestiche. Anche in un sistema retto dalla moneta intera lo Stato interverrebbe verosimilmente per salvare una banca dalla minaccia di insolvenza allo scopo di salvare l’economia, soprattutto se quella banca fosse determinante per l’erogazione di crediti o la gestione dei risparmi e avesse forti connessioni col sistema bancario nazionale. Avventurarsi su di una simile via esoterica e solitaria, come quella proposta dall’iniziativa, sarebbe un esperimento temerario. Sacrificheremmo il nostro sistema ben collaudato ed esporremmo il franco svizzero ad una pericolosa crisi di fiducia internazionale. Non ne vale davvero la pena.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale (PLR)

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