Europa in affanno: piccole patrie, secessioni e nazionalismi

Scritto da Giovanni in Attualità

Opinione liberale del 10.11.2017

Riprende a soffiare impetuoso il vento secessionista dei nazionalismi locali in Europa? Per alcuni osservatori non vi è ombra di dubbio. Esultano teorici e fautori delle piccole patrie. La proclamata indipendenza della Catalogna e i referendum autonomisti in Lombardia e Veneto starebbero dando una salutare spallata non solo agli Stati nazionali, ma anche all’Unione europea e all’idea stessa di Stati Uniti di Europa. Per i seguaci della Nouvelle Droite, che si riconoscono nel comunitarismo (antiliberale) propugnato dal filosofo e pubblicista francese Alain de Benoist, soltanto la cura identitaria dei localismi e delle varie culture regionali rappresenterebbe un antidoto efficace contro “l’imperialismo della globalizzazione” ed il suo appiattimento omologante. Sarà, ma tutto questo entusiasmo mi pare fuori luogo. Non guasterebbe un po’ più di senso critico nel giudicare sia le dinamiche indipendentiste in Spagna, sia il risorgere dei nazionalismi soprattutto nell’Europa orientale, con occhio guardingo alla storia del secolo scorso. La strumentalizzazione delle minoranze etniche per fini di potere sono infatti una costante (basti ricordare l’aggressione nazista di Danzica nel 1939 per la liberazione della minoranza tedesca che vi risiedeva e la “redenzione dei Sudeti” per giustificare l’invasione della Cecoslovacchia).

Intanto vanno distinte le legittime aspirazioni ad una maggiore autonomia in senso federalista da un parte, come quelle espresse nelle regioni settentrionali d’Italia, e le velleità secessioniste dall’altra, come quelle avventurosamente assecondate dal governo catalano nello sprezzo del quadro costituzionale e della stessa maggioranza silenziosa della Regione. Le consultazioni popolari lombarde e venete sono uno strumento previsto dalla Costituzione e dalla legge italiana. Sono state abilmente volute dei presidenti delle rispettive Regioni per rafforzare il loro potere negoziale nei confronti di Roma, allo scopo di ottenere maggiore autonomia nel controllo e nella gestione delle risorse fiscali provenienti dai loro territori. Per contro, la dichiarazione unilaterale d’indipendenza da parte del parlamento catalano e del presidente destituito Carles Puigdemont, frettolosamente riparato in Belgio con alcuni colleghi di governo, è il punto di non ritorno di un secessionismo dogmatico e ben poco responsabile che per anni ha prevaricato le forze politiche più moderate e contrarie allo strappo con Madrid, le cui conseguenze potrebbero sfuggire di mano. Perché, oltre all’immenso danno economico, con le banche principali e oltre 1’500 imprese che hanno lasciato la Catalogna per non ritrovarsi fuori dall’UE, incombe il rischio che scorra nuovo sangue a causa di una guerra civile. La Spagna tiene il fiato sospeso: ne ha già vissuta una (devastante) nel periodo 1936-1939 tra repubblicani e falangi franchiste e non ha alcuna intenzione di assistere ad una riedizione di quella tragedia, immortalata da Picasso nel celeberrimo quadro dedicato al bombardamento della cittadina basca di Guernica. Che poi anche Rajoi non abbia dato prova di particolare sensibilità e avvedutezza nel gestire una crisi che viene da lontano, è vero. L’uso sproporzionato della forza a Barcellona da parte della Guardia civil ai danni di cittadini spagnoli che hanno partecipato pacificamente ad una votazione popolare (ancorché illegale) non ha fatto altro che portare acqua al mulino di chi da tempo gioca la carta del vittimismo. Tra Davide e Golia, si sa per chi parteggia l’opinione pubblica. Maggiore circospezione e disponibilità al dialogo avrebbero scongiurato il peggio. Ma intanto la temerarietà ed il calcolo politico di chi ha voluto a tutti i costi la rottura definitiva hanno fatto perdere alla florida Catalogna non solo il suo statuto speciale (che le riservava uno spazio di autonomia più ampio rispetto a tutte le altre regioni spagnole) ma anche la sua classe dirigente, i cui vertici rischiano trent’anni di carcere per l’accusa di sedizione, malversazioni, disobbedienza e altri reati.

Tuttavia, le forze nazionaliste europee applaudono. E puntano il dito contro Bruxelles che si guarda bene da ogni interferenza nelle questioni interne di uno Stato membro. Cautela invero ben comprensibile: anche solo il più timido segnale di apertura verso il secessionismo catalano potrebbe scoperchiare il vaso di Pandora nel resto del continente europeo, dove pressoché in ogni Stato vivono minoranze etniche e linguistiche. Troppo spesso la vulgata romantica dell’autodeterminazione dei popoli è in realtà il grimaldello retorico di chi non esita a strumentalizzare il timore diffuso nella popolazione locale di perdere vantaggi economici e rendite di posizione nell’ambito di una perequazione finanziaria nazionale a favore delle regioni meno fortunate. Pur di giustificare il rifiuto della logica “uno per tutti e tutti per uno” – un principio iscritto nella cupola di Palazzo federale e che ispira il nostro federalismo svizzero – tornano comode anche le più improbabili rivisitazioni storiche, come quella delle guerre di indipendenza dei Comuni italiani nel XII secolo contro il Barbarossa o le lotte patriottiche risorgimentali. Sembra distante anni luce il Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, che tra il 1941 ed il 1944 prefiguravano un’Europa unita e libera. Ma le piccole patrie non sono certo la soluzione ai problemi che vive oggi un’Europa già fragilizzata dalla sua mancanza di solidarietà e di coordinamento nelle politiche migratorie, né possono essere una valida alternativa alla necessità di una strategia comune per affrontare le emergenze climatiche, geopolitiche ed economico-finanziarie del vecchio Continente nei prossimi decenni. La valorizzazione delle specificità culturali e regionali è sacrosanta e rientra in un sano pluralismo. Ma l’esasperazione delle differenze in chiave nazionalista e identitaria, a tutti i livelli, serve solo ad alimentare la divisione e la conflittualità latente di un’Europa già in affanno e che sta perdendo per strada, soprattutto ad est, i suoi valori fondanti.

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