Riflessioni sul liberalismo svizzero

Scritto da Admin in Cultura

09.12.2008

Questo settimo tomo del monumentale Dizionario storico della Svizzera ha catturato il mio interesse, in particolare –devo ammetterlo- per la presenza della voce Liberalismo che viene illustrata a partire da pagina 665. Ed ecco spiegato come mai la gentile responsabile della Redazione di lingua italiana di questo Dizionario, la collega deputata Chiara Orelli Vassere, mi abbia chiesto di intervenire alla presentazione del volume pubblicato dall’Editore Dadò. Proverò quindi a farvi partecipi di qualche mia considerazione sul tema, che è anche il pretesto per parlare del nostro Paese in un momento delicato, visto il rapido deteriorarsi della congiuntura economica internazionale.

Il liberalismo convive con una perenne difficoltà –la definirei addirittura una resistenza strutturale- che gli procura da sempre molti nemici. E’ paradossale: molti nemici anche oggi, a dispetto del fatto che viviamo in un’epoca in cui, se non proprio tutti, moltissimi si professano a parole liberali, ognuno a modo suo (“in qualche modo” come usa dire oggi).

In che cosa consiste questa difficoltà del liberalismo?

Consiste nella sua ritrosia a produrre e diffondere certezze, nella sua propensione a coltivare il dubbio cartesiano, nella sua avversione ai dogmi e nella sua mania di esercitare la ragione critica anche nei confronti dell’acquisito. E’ un atteggiamento scomodo, lo è stato in passato e lo è ancora oggi: proprio questo suo tratto distintivo lo rendeva insopportabile al sovrano e al potere assoluto, e persino blasfemo agli occhi delle gerarchie ecclesiastiche e dell’autoritarismo dell’Ancien Regime che era stato resuscitato dalla Restaurazione con il Congresso di Vienna (1815). E nondimeno oggi, in un mondo globalizzato alla ricerca di punti fissi di riferimento, di nuovi e forti agganci identitari e localistici, il liberalismo non vuole e non è in grado di offrire risposte definitive e semplicistiche a questioni complesse. Il liberalismo è dunque faticoso, forse qualche volta anche troppo faticoso, e troppo poco rassicurante per chi vorrebbe invece facili soluzioni. I liberali diffidano delle scorciatoie, dei ragionamenti comodi, degli imbonitori con il piffero dal suono suadente.

Certo il liberalismo ha vissuto momenti più epici ed esaltanti di quanto non sia il caso oggi nel nostro Paese, dove molte delle sue conquiste vengono considerate come qualcosa di ormai scontato. Oggi abbiamo tendenza a scordare che il benessere della nazione e la sua sostanziale stabilità –due fattori che le consentono oggi di affrontare con una certa tranquillità le difficoltà dell’incombente recessione economica internazionale- sono anche un lascito prezioso del metodo e del patrimonio di pensiero e di valori del liberalismo “alla svizzera”. Ma come sarebbe oggi la Svizzera se il liberalismo non ne avesse permeato abbondantemente la storia? Che ne sarebbe stato del suo sviluppo a partire dalla metà del XVIII secolo se non vi fossero stati personaggi che dedicarono la loro vita (e spesso buona parte del loro patrimonio) all’affermazione e all’applicazione, anche nel nostro Paese, degli insegnamenti e dei principi del giusnarturalismo profano, dell’Illuminismo e della Rivoluzione americana e poi francese?

Non avremmo mai avuto le Costituzioni del 1830, quelle della cosiddetta Rigenerazione e poi quella federale del 1848. Se a Ginevra nel 1762 non fosse stato scritto Le contrat social, se nel 1804 Friedrich Schiller non avesse messo in scena il Guglielmo Tell, se non ci fosse stato il famoso Gruppo cosmopolita di Coppet, creato da Madame de Staël (nemica giurata di ogni tiranno ed in particolare di Napoleone) e di cui facevano parte intellettuali curiosi e di grande influenza come Karl Viktor von Bonstetten, Charles Léonard Simon de Sismondi e i fratelli tedeschi Schlegel e soprattutto Benjamin Constant, che teorizzò una serie di principi di moderazione della volontà popolare propugnata da Rousseau, se tutto ciò non ci fosse stato, la Svizzera avrebbe tardato il suo processo di modernizzazione e avrebbe verosimilmente imboccato strade diverse da quelle del federalismo liberale, strade che l’avrebbero allontanata anziché avvicinata alla democrazia semidiretta e al pluralismo politico.

Se non avessimo avuto dei propugnatori entusiasti dei valori improntati all’elevazione spirituale e morale del popolo, assertori convinti del metodo liberale e interpreti di visioni progressiste della società come Henri Monod, Frédéric César de La Harpe, Philipp Stapfer, Pellegrino Rossi, Paul Usteri e Johann Heinrich Füssli non si sarebbero sviluppate iniziative feconde nell’ambito dell’istruzione pubblica, non sarebbero decollate imprese commerciali e industriali, non sarebbero nati giornali come la NZZ (1821), il Nouvellliste Vaudois (1824), il Journal de Genève (1826) e l’Appenzeller Zeitung che subito assunsero il ruolo di coscienza critica del Paese, contribuendo in modo determinante alla formazione dell’opinione pubblica e alla diffusione delle nuove idee di libertà, uguaglianza e solidarietà, e soprattutto non sarebbero stati codificati il principio del suffragio universale maschile e della separazione dei poteri, la pubblicità dei dibattiti e i diritti fondamentali di cittadinanza come la libertà personale di opinione e di credo (non sempre di culto), il diritto della proprietà, la libertà di commercio e di industria, la libertà di associazione, di riunione e di stampa.

Non solo: chissà quanto tempo sarebbe passato per arrivare all’abolizione delle dogane interne, alla libera scelta del domicilio, alla libera scelta dell’istruzione religiosa, alla libertà del matrimonio e all’istruzione pubblica. E senza personaggi come Franscini, Favre e Escher chissà quanto tempo avrebbe dovuto attendere la Svizzera per vedere la nascita del Politecnico federale, lo sviluppo della piazza finanziaria zurighese e la realizzazione del traforo ferroviario del S. Gottardo, oppure ancora lo sviluppo della scienza della statistica.

Tutte queste conquiste (quelle materiali e quelle immateriali) furono sudate, proprio nella misura in cui non furono considerate da tutti come corollario ineluttabile della fiducia nel progresso e nelle capacità umane, o almeno come conseguenza diretta della dignità della persona e del ruolo del cittadino nella società e nello Stato federale. Gli ambienti conservatori vicini alla Reazione restauratrice e alle alte sfere del clero cattolico si opposero finché poterono a queste “perverse e malvagie forme di progresso”, anche a costo di incoraggiare dolorosi tentativi di secessione come fu la triste pagina del Sonderbund. Il Liberalismo era stato del resto condannato come “deviazione della Modernità” da due pontefici come Gregorio XVI (nel 1832) e Pio IX (nel 1864) che ne temevano il potenziale eversivo, vista l’insofferenza liberale verso i dogmi religiosi (e non solo religiosi).

Nonostante la divisione intervenuta dopo il 1830 tra radicali e liberali (questi ultimi confluiti in una corrente che si consolidò nel Partito liberale svizzero solo nel 1913, partito che dopo la prima guerra mondiale era presente con delle Sezioni cantonali solo a Ginevra, Vaud, Neuchâtel e Basilea-Città), il liberalismo -inteso come metodo politico e come approccio alle politiche economiche e sociali- ha goduto in Svizzera di una chiara supremazia, con alcuni alti e bassi, anche durante la seconda metà del XIX secolo e fino alla vigilia della prima guerra mondiale, con la depressione economica e l’avvento al potere dei totalitarismi. Dopo il 1945 ci fu una ripresa del liberalismo che riuscì ad influenzare gli indirizzi della politica federale. In Svizzera, e ancora di più in Ticino il liberalismo si è sempre distinto per il suo pragmatismo e per la sua riluttanza alle grandi teorizzazioni. Ha sempre cercato di convivere e di dialogare con le altre scuole di pensiero, mirando alla coesione sociale e nazionale in uno Stato federale in cui dovevano essere garantite le condizioni quadro più favorevoli allo sviluppo dell’impresa, della prosperità collettiva e della responsabilità individuale. Più vicino al capitalismo di matrice renana che non a quello di matrice anglosassone, questo liberalismo non ha mai demonizzato lo Stato centrale e neppure lo ha mai considerato un male necessario, proprio in virtù di questa sua forte identificazione con la nascita ed il rafforzamento delle istituzioni federali, in contrasto con la fiera resistenza dei Cantoni cattolici che non volevano rinunciare alle loro prerogative. L’unità confederale nel pluralismo e nella diversità culturale doveva imporsi sui particolarismi cantonali. Certamente anche il liberalismo elvetico ha sempre nutrito e continua a nutrire fiducia nel mercato, preoccupandosi di circoscrivere l’intervento dello Stato al ruolo di regolatore e arbitro per garantire la correttezza della concorrenza e per evitare quegli scompensi e quelle ingiustizie che da solo il mercato (e oggi la globalizzazione) non riesce ad evitare. Questa costante ricerca di un equilibrio virtuoso suggerito dalla formula del “tanto mercato quanto possibile e tanto Stato quanto necessario” è ravvisabile, con qualche oscillazione più spinta in un senso o nell’altro a dipendenza delle situazioni contingenti, anche negli anni successivi al secondo dopoguerra fino ai giorni nostri, passando  attraverso le trasformazioni delle ex regie federali in aziende orientate alla redditività negli anni ’90.

L’attuale crisi dei mercati finanziari e gli effetti che essa sta producendo non solo sull’economia statunitense, ma pure europea e in parte di quella asiatica, è anche il frutto del tradimento o dell’abbandono delle principali virtù e degli insegnamenti basilari del liberalismo, che vale la pena di recuperare al più presto per accelerare il superamento di una simile emergenza che non ha precedenti per dimensioni. La moderazione, il senso della misura, l’equilibrio e la considerazione dell’interesse generale sono stati purtroppo accantonati a causa del prevalere della cupidigia, del parossismo dei guadagni sproporzionati nel breve termine e della spregiudicatezza nella gestione dei rischi.  L’ingegneria finanziaria ha così assecondato la rincorsa frastornante alla rapida presa di profitti, favorendo l’illusione che fosse possibile creare senza sosta plusvalore virtuale ad libitum, senza alcun limite. Illusione purtroppo alimentata anche da politiche monetarie troppo espansive che hanno ridotto eccessivamente i tassi di riferimento, propiziando un colossale indebitamento collettivo. L’economia reale, il lavoro, la vera impresa devono dunque tornare al centro dell’attenzione, anche della politica. Deve tornare in auge il vincolo, tipicamente liberale, della responsabilità per il proprio agire perché la libertà impegna (Freiheit verpflichtet) ed il conseguente principio secondo cui chi sbaglia paga. La razionalità deve tornare a rivendicare il suo primato sulle passioni e sulla fragilità delle ambizioni smodate. L’aleatorietà e l’inconsistenza del “tutto e subito”, del “mordi e fuggi” e dell’improvvisazione è urgente che lascino il posto al valore dell’impegno perdurante, dello sviluppo sostenibile e ragionevole che guarda al lungo termine. Deve tornare di moda la volontà di costruire a partire da fondamenta solide e non sulla sabbia. La riscoperta dell’etica weberiana della convinzione e della responsabilità, a tutti i livelli, ci aiuterà a rendere più breve la traversata del deserto che ci sta davanti. Perché è di questo che abbiamo bisogno e non invece di reazioni scomposte improntate al dirigismo, all’interventismo statale ad oltranza e all’iperregolamentazione. Se è infatti vero che occorre una governance internazionale sui mercati finanziari, è altrettanto vero che in Europa ed in Svizzera le regole esistono eccome e il settore bancario è disciplinato nei dettagli da norme severe, di cui semmai va verificata più attentamente l’applicazione. La moralizzazione dei comportamenti di certi manager avventurieri non può essere imposta per decreto legge. Occorre riscoprire una nuova cultura della responsabilità, magari anche attraverso la rilettura dei classici del liberalismo a cominciare da Smith, Ricardo e Stuart Mill.

Se così sarà, potremo almeno dire –a nostra parziale consolazione- che non tutti i mali vengono per nuocere e che, perlomeno, la recessione globale è servita a farci fare un salto di paradigma.

Giovanni Merlini

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