Irresponsabilità e leggerezze. Qualche ragionamento sull’abuso della democrazia diretta

Scritto da Giovanni in Politica

La Regione del 26 novembre 2016

La democrazia diretta è sotto pressione. Negli ultimi anni sono aumentate le iniziative popolari che mettono a dura prova la capacità dei cittadini di resistere alla tentazione di proposte seducenti, ma fuorvianti e pericolose. La destra nazionalista non esita a strapazzare i diritti popolari, pur di far passare soluzioni che rimettono in discussione il modello di successo elvetico. Un modello che comprende il rispetto dello Stato di diritto, la nostra tradizione umanitaria, l’osservanza della Convenzione europea dei diritti umani (CEDU) e la collaborazione ed i buoni uffici nelle relazioni internazionali, tanto per citare alcuni capisaldi su cui si regge la Confederazione. Ma non scherzano neppure la sinistra e gli ambienti sindacali di quell’area: a Berna, e poi in sede di votazioni popolari, abbiamo dovuto combattere iniziative nocive che avrebbero messo a repentaglio la stabilità finanziaria della Confederazione, dei Cantoni e delle nostre assicurazioni sociali, e altre che, fossero state accolte, avrebbero disatteso il federalismo ed il principio di sussidiarietà, la flessibilità, l’ordinamento liberale del mercato del lavoro e la competitività fiscale svizzera. Tutti fattori che pure rientrano nel cosiddetto modello di successo elvetico.

L’anno prossimo dovremo fare i conti con l’ennesima iniziativa popolare depositata dall’UDC, particolarmente insidiosa. Denominata “Diritto svizzero in luogo di giudici stranieri”, il suo vero scopo è la disdetta della CEDU e degli Accordi Bilaterali con l’UE. I promotori vorrebbero legare le mani ai giudici del Tribunale federale (TF). Propongono infatti che la Costituzione federale sia la suprema fonte di diritto della Confederazione. Secondo il testo dell’iniziativa la Costituzione federale deve prevalere addirittura sul diritto internazionale, riservate le sue disposizioni imperative. Di conseguenza chiede che Confederazione e Cantoni si astengano da qualsiasi impegno internazionale che contraddice la Costituzione federale e che – nel caso di conflitto tra norme del diritto internazionale e norme costituzionali – gli impegni previsti dagli accordi internazionali vadano adeguati in conformità alle indicazioni della Costituzione federale e, se necessario, disdetti. Soltanto gli accordi internazionali soggetti a referendum sarebbero vincolanti per il TF.

Non ci vuole molto per capire che questa iniziativa avrebbe conseguenze pesanti: non soltanto per l’immagine e l’affidabilità internazionale del nostro Paese, in particolare nell’ambito della politica di sicurezza ed in quello della politica estera, bensì pure per l’economia nazionale. Se una qualsiasi legge federale dovesse violare la CEDU (una convenzione internazionale che non è mai stata oggetto di referendum), ecco che il TF – in un caso concreto di impugnazione da parte di un cittadino – si ritroverebbe costretto ad applicare comunque quella stessa legge, pur avendo constatato l’incompatibilità. L’effetto concreto e l’obbiettivo perverso dell’iniziativa “per l’autodeterminazione” consistono dunque nel condizionamento dei nostri giudici, quelli del TF, e non dei giudici stranieri. Anzi la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo potrebbe comunque statuire, su ricorso di un cittadino svizzero, in merito all’eventuale incompatibilità con la CEDU di una disposizione contenuta in una legge federale. E in caso di accertata violazione del diritto internazionale superiore, il ricorrente potrebbe richiedere a Mon Repos la revisione della sua stessa sentenza, secondo quanto previsto dalla Legge sul TF.

I promotori ignorano volutamente che la CEDU non è soltanto diritto straniero, bensì anche svizzero, in quanto democraticamente recepito. Infatti, se è vero che il parlamento, quando ratificò la Convenzione nel 1974, non ritenne di sottoporla al referendum poiché non vi era ancora una norma che glielo imponeva, è però altrettanto vero che a partire dagli anni ’80 ogni Protocollo addizionale della Convenzione fu munito della clausola referendaria e, cionondimeno, nessun referendum fu lanciato. Vale anche per l’11. Protocollo addizionale che stabilisce le modalità di funzionamento della Corte europea dei diritti dell’Uomo, ancora valide oggi. La CEDU può quindi ritenersi ben ancorata nel diritto svizzero, anche dal profilo democratico. D’altra parte l’iniziativa “per l’autodeterminazione”, se approvata, indebolirebbe la nostra democrazia diretta perché costringerebbe il Consiglio federale (CF) a disdire anche gli accordi internazionali approvati dal popolo, ma in contrasto insanabile con la Costituzione federale. Ciò significa che in caso di fallimento dei nostri negoziati con l’UE sulla gestione autonoma dell’immigrazione, il CF dovrebbe disdire unilateralmente il principio della libera circolazione delle persone, previsto da uno dei 7 Accordi Bilaterali I e ripreso negli Accordi Bilaterali II, senza chiedere al popolo la sua opinione. E tutto ciò benché lo stesso popolo abbia approvato con una chiara maggioranza i Bilaterali I nel maggio del 2000, così come i Trattati di Schengen e di Dublino nel 2004 nell’ambito dei Bilaterali II, e benché non sia mai stato lanciato il referendum contro gli accordi ratificati nell’ambito dei Bilaterali II. Le conseguenze di un abbandono dei Bilaterali non tarderebbero a gravare sullo sviluppo economico e sull’occupazione in Svizzera: esclusione delle nostre esportazioni dall’accesso al mercato europeo e serio pregiudizio per il futuro della nostra ricerca, formazione e innovazione tecnologica.

Summa summarum: è piuttosto stupefacente costatare con quale cinismo elettorale e superficialità si possano lanciare iniziative che creano soltanto problemi alla Svizzera, lasciando poi agli altri l’onere di trovare soluzioni praticabili per minimizzarne i danni. Una sorta di insostenibile leggerezza dell’irresponsabilità.

Ogni abuso, anche quello dei diritti, è da condannare. Ma quando si tratta di diritti popolari di natura politica, qualsiasi ipotesi di contromisure deterrenti è delicata (come un eventuale aumento, di per sé giustificato già solo dall’incremento demografico, del numero delle firme necessarie per il valido deposito di un’iniziativa popolare o un rigoroso esame preventivo della sua ricevibilità costituzionale ancora prima della raccolta delle firme) e destinata a scontrarsi con forti resistenze (“in dubio pro populo”). Anche in futuro dovremo quindi saper convivere con proposte provocatorie che verosimilmente non diminuiranno di numero, almeno finché sarà pagante la politica spettacolo delle non-soluzioni.

Provo comunque a concludere con una nota positiva, invitando a non drammatizzare. Se osserviamo la situazione da un diverso angolo prospettico, possiamo considerare di scontare questo ricorso abusivo ai diritti popolari come prezzo necessario della democrazia partecipativa. E così possiamo consolarci, ricordando che il sistema svizzero è comunque preferibile alla democrazia parlamentare dove la classe politica decide indisturbata ogni cosa, salvo sottoporsi al giudizio popolare alla fine della legislatura. Meglio la nostra democrazia diretta, anche se è più complessa nella misura in cui obbliga il legislatore ad essere prudente e a trovare soluzioni mediate e consensuali, in un contesto di condivisione delle responsabilità tra parlamento e popolo. Un lavoro faticoso che richiede tempo. Ma finora ha dato risultati tutto sommato lusinghieri.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

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