La Regione del 13.12.2014

Lo scorso 25 settembre avevo interpellato il Consiglio federale in merito all’applicazione dell’art. 260ter del Codice penale svizzero. Si tratta della norma che punisce le organizzazioni criminali. Il tema è purtroppo di attualità, considerate le sempre più frequenti rivelazioni dei media sulle attività (per molti anni indisturbate) di esponenti della ‘ndrangheta e della mafia su territorio svizzero e anche ticinese. Il fatto è che numerosi magistrati svizzeri si lamentano delle difficoltà pratiche nell’applicazione dell’art. 260ter CPS: i requisiti previsti da questa disposizione sono infatti molto restrittivi (se non troppo, come ritengono alcuni autori della dottrina giuridica). Sono per altro note anche le difficoltà incontrate dallo stesso Ministero pubblico federale nella raccolta delle prove a suffragio delle ipotesi di reato a carico di presunti membri di organizzazioni criminali in diversi processi penali che hanno avuto una forte eco mediatica. Con il mio atto parlamentare chiedevo quindi al governo se l’eventuale introduzione di norme di punibilità dei reati associativi, analoghe a quelle in vigore negli Stati a noi confinanti, potrebbe agevolare l’attività investigativa e repressiva delle nostre autorità inquirenti, rendendola più efficace grazie anche ad un alleviamento del fardello probatorio. Chiedevo inoltre, tra le altre cose, se di fronte alla minaccia del terrorismo di matrice islamico-fondamentalista (che può colpire ovunque ed in ogni momento) siano necessarie delle revisioni del Codice penale, ed eventualmente quali. (altro…)

Corriere del Ticino del 13.12.2014

Durante la terza settimana della sessione invernale il Consiglio nazionale dibatterà anche l’iniziativa popolare denominata “Per il matrimonio e la famiglia – No agli svantaggi per le coppie sposate”. L’obbiettivo dell’iniziativa è condivisibile nella misura in cui intende mettere fine agli svantaggi fiscali delle coppie sposate rispetto alle coppie concubine. E’ infatti noto che, rispetto a queste ultime, le coppie sposate – benché siano al beneficio di determinate agevolazioni fiscali come tariffe inferiori e deduzioni specifiche per coniugi – in taluni casi possono risultare sfavorite per effetto dell’accumulo dei redditi e della progressione delle aliquote. Lo stesso Tribunale federale già nel 1984 aveva rilevato che l’onere fiscale dei coniugi doveva essere ridotto rispetto a quello delle persone sole e non doveva superare quello dei concubini. Tuttavia la soluzione proposta dai promotori dell’iniziativa popolare eliminerebbe una discriminazione per sostituirla con un’altra. Un’eventuale approvazione delle loro richieste impedirebbe la transizione all’imposizione individuale dei coniugi e precluderebbe alle coppie omosessuali la possibilità di sposarsi. E ciò per due ragioni: primo perché l’iniziativa definisce la nozione di matrimonio quale “durevole convivenza, disciplinata dalla legge, di un uomo e di una donna”, ancorandola per la prima volta in modo esplicito nella Costituzione. (altro…)

Opinione Liberale del 12.12.2014

Ieri, martedì 9 dicembre 2014, alla presenza del presidente della Corte dei diritti umani di Strasburgo, le Camere federali hanno commemorato con una dignitosa cerimonia il 40. anniversario della ratifica della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo (CEDU) da parte della Svizzera. Il Consiglio d’Europa, fondato nel 1949, aveva adottato la CEDU già l’anno successivo. A dispetto della sua lunga tradizione democratica, il nostro Paese (entrato a far parte del Consiglio d’Europa nel 1963) poté sottoscrivere la Convenzione soltanto 11 anni dopo (nel 1974). Perché non subito? Per la semplice ragione che fino al 1971 la Costituzione federale non riconosceva alle donne il diritto di voto e di eleggibilità, discriminandole come cittadine in violazione dei diritti umani garantiti dalla CEDU. Un diritto invece concesso alle donne già diversi decenni prima da altre democrazie molto più giovani della nostra. Le trasformazioni socio-culturali degli anni ’60, il movimento femminista e una certa pressione politica internazionale sul nostro Paese, esercitata anche dal Consiglio d’Europa, propiziarono un cambiamento di sensibilità e mentalità nella popolazione, cosicché anche in Svizzera fu raggiunta finalmente la parificazione di donna e uomo nel loro statuto di cittadinanza. Le donne svizzere devono quindi essere grate anche alla CEDU, come ha ricordato Thomas Meissen dalle colonne della NZZ am Sonntag. È una circostanza da tener ben presente di fronte agli attacchi recenti sferrati contro la CEDU dall’UDC e anche dal suo Consigliere federale, il quale vorrebbe addirittura disdire la Convenzione. Per non parlare dall’iniziativa popolare che vorrebbe stabilire il primato del diritto nazionale su quello internazionale. La CEDU ha avuto poi il merito di accelerare l’abrogazione nel 1973 di altre due disposizioni della nostra Costituzione federale, risalenti al 1848 e manifestamente incompatibili con i diritti umani: il divieto dei Gesuiti e il divieto di aprire o riaprire conventi, retaggio culturale del Kulturkampf, in flagrante violazione della libertà religiosa e confessionale. Più recentemente la giurisprudenza di Strasburgo ha favorito la revisione e l’unificazione del diritto processuale penale in Svizzera, migliorando le garanzie dell’imputato e le condizioni di equità del processo. (altro…)

Opinione Liberale del 28 novembre 2014

Tra i piatti forti del cospicuo menu di questa sessione invernale del Consiglio nazionale figura la “Strategia energetica 2050”. Dopo un anno di lavori commissionali il dossier è maturo per la discussione nel plenum e per le decisioni che si impongono in vista di un riassetto graduale dell’approvvigionamento energetico del Paese a lungo termine. Il dibattito inizia settimana prossima e ci occuperà ancora per diverse giornate.

Per comprendere bene i termini della questione occorre fare un passo indietro. Nel 2011, sull’onda emotiva del disastro di Fukushima, Governo e Parlamento federale decisero l’abbandono progressivo dell’energia nucleare: le cinque centrali nucleari esistenti in Svizzera dovranno quindi essere smantellate al termine della loro durata di esercizio (la rispettiva durata è determinata dai requisiti tecnici di sicurezza) e non potranno più essere sostituite da nuove centrali. Si pone inoltre il problema di come ridurre la dipendenza dall’estero del nostro approvvigionamento, ritenuto che importiamo circa l’80% del nostro fabbisogno energetico e siamo quindi particolarmente vulnerabili a livello di prezzi in caso di temporanea riduzione dell’offerta da parte dei Paesi fornitori. Il consumo energetico pro capite è elevato (ca. 6’400 Watt) e rimane lontano dall’ambizioso obbiettivo di una società a 2000 Watt. La quota parte di energia di provenienza fossile nel mix energetico si aggira attorno al 66%, risultando troppo consistente in un’ottica di politica climatica (effetto serra). Infine occorre supplire alla graduale scomparsa della produzione di energia nucleare e rinnovare le reti di trasporto della corrente elettrica. (altro…)

La Regione Ticino del 13.11.2014

Questa iniziativa popolare, in votazione il prossimo 30 novembre, si spinge ben oltre quella contro l’immigrazione di massa approvata lo scorso 9 febbraio. Mira ad una drastica limitazione dell’immigrazione nel nostro Paese. Chiede infatti che l’aumento della popolazione permanente, dovuto al saldo migratorio, non superi lo 0,2 % all’anno, come media triennale, ossia al massimo circa 16’000 persone. Per questa riduzione massiccia di afflusso non vi sarà alcun periodo transitorio di adattamento e la Confederazione dovrà investire nella promozione della pianificazione familiare volontaria almeno il 10 % delle risorse finanziarie allocate a favore della cooperazione internazionale per lo sviluppo. Questi due obbiettivi dell’iniziativa verrebbero così a sovrapporsi a quelli perseguiti dalla novella costituzionale (art. 121a) adottata dal popolo e dai cantoni, che introduce tetti massimi e contingenti, e complicherebbe enormemente il quadro giuridico. Per l’economia nazionale si prospetterebbero ulteriori e serie difficoltà, con incongruenze ingestibili e ulteriore burocrazia di cui proprio non abbiamo bisogno. La limitazione draconiana e irrealistica dei permessi di soggiorno comprenderebbe anche le richieste d’asilo, il ricongiungimento familiare e le ammissioni per ragioni umanitarie, settori nei quali la Svizzera è vincolata da precisi obblighi costituzionali e da impegni previsti dai trattati internazionali. Il contingentamento di tutte le categorie dei permessi di soggiorno di durata superiore ad un anno, oltre ad essere un’impresa estremamente complessa (considerato il numero dei tipi di permesso), metterebbe in concorrenza i vari settori economici toccati, i cui interessi divergono significativamente. Non va dimenticato che circa il 55% delle persone impiegate nella chimica, nella farmaceutica e nelle biotecnologie – quindi in ambiti strategici dell’economia del Paese – sono professionisti provenienti dall’estero. Ma anche molti altri settori economici non potrebbero svilupparsi senza l’apporto di forze lavorative straniere, come sappiamo bene in Ticino. (altro…)