Opinione Liberale del 29.11.2013

 

La cultura non va d’accordo con troppe regole. In ogni sua espressione ha bisogno di libertà, come noi dell’aria per respirare. Sopporta male le imposizioni e i vincoli perché la sua cifra è la spontaneità. La concezione liberale della cultura è dunque sussidiaria e pluralista per definizione. Non compete certamente allo Stato imbrigliare lo sviluppo della creatività umana per incanalarla, con politiche dirigistiche, verso obiettivi politici preordinati. La famigerata “cultura di Stato” fa a pugni con il liberalismo. Tantomeno compete allo Stato, nella buona regola, farsi promotore diretto di progetti culturali o burocratizzare quelli già nati per interferire sui loro contenuti e le loro forme. Il gesto artistico, come per altro tutto l’insieme delle specificità intellettuali, materiali ed emozionali che per la loro unicità definiscono una società o i suoi gruppi sociali – anche dal profilo identitario – nascono dal basso (come si suol dire) e non possono essere calati dall’alto, come invece accade nei regimi autoritari che mirano sempre al controllo e all’omologazione della cultura. E’ perciò rallegrante l’impostazione della nuova Legge-quadro ticinese sul sostegno alla cultura, licenziata dal governo ed esaminata dalla Commissione della legislazione.

Già il titolo è indovinato: il compito principale che spetta allo Stato, in questo settore, è quello di garantire la libertà di espressione artistica e di sostenere e favorire la cultura, come del resto il nostro Cantone e i Comuni fanno da sempre aiutando finanziariamente numerose manifestazioni, iniziative e opere di vario genere nei diversi ambiti, con uno sforzo complessivo che si aggira attorno ai 90 milioni annui. La nuova legge si limita quindi a portare un po’ di ordine normativo e a definire meglio i ruoli dei principali attori. (altro…)

 

Editoriale OL del 08.11.2013

 

Mi è stato chiesto di esprimere un commento a caldo in coda alla riunione di giovedì sera del Comitato cantonale, durante il quale sono state ufficializzate le dimissioni di Fulvio Pelli dal Consiglio nazionale per la prossima sessione primaverile (marzo 2014).

Questo passaggio di testimone avviene in un momento delicato. Non soltanto per il Canton Ticino, ma anche per la Confederazione. La crisi internazionale, che ci ha soltanto sfiorati (almeno finora), ci sta mettendo sotto pressione. Esportazioni, consolidamento delle assicurazioni sociali, costi della salute, formazione, turismo, segreto bancario, trasporti pubblici e privati sono dossier viepiù critici e devono essere affrontati con circospezione e lungimiranza. Sotto traccia stanno cambiando l’autorappresentazione del nostro Paese e i suoi rapporti con il resto d’Europa e del mondo. Un fenomeno graduale, ma profondo. La stessa percezione della sicurezza sociale e personale si è trasformata. Crescono il disagio, il disorientamento e le difficoltà nella progettazione del futuro di molti nostri concittadini, soprattutto tra i più giovani. Ci scopriamo un po` meno Sonderfall di qualche decennio fa, pur godendo ancora di invidiabili vantaggi competitivi rispetto ad altre economie ampiamente colonizzate dallo Stato. Dobbiamo coltivarli con passione, questi vantaggi. Stato di diritto ben funzionante, pace sociale grazie al partenariato, federalismo, fiscalità moderata, socialità efficiente e sostenibile, protezione delle libertà individuali e della sfera privata del cittadino devono rimanere i nostri assi nella manica. Valori e metodi che sono la nostra bussola e che noi liberali-radicali dobbiamo difendere con i denti, anche nei prossimi decenni. E nel contempo andrà monitorata e migliorata costantemente la qualità delle nostre carte, con forti investimenti nella ricerca, nell’innovazione e nella formazione. Perché anche gli altri Stati, nostri concorrenti sui mercati internazionali, non stanno certo con le mani in mano. So bene che mi aspetta un enorme lavoro da fare a Berna, ma chi mi conosce sa che non mi sono mai tirato indietro di fronte alle difficoltà. Raccolgo la sfida con umiltà, ma anche con determinazione. Farò fino in fondo la mia parte, sempre con occhio attento alla difesa efficace degli interessi generali della Svizzera italiana nel contesto confederale. Così come mi viene riconosciuto di essere stato degno successore di Fulvio alla presidenza cantonale del partito tredici anni fa, così mi impegnerò per esserlo anche come deputato federale. A lui va tutta la mia riconoscenza per la sua sagace, autorevole e generosa militanza politica negli ultimi trent’anni.

 

Gio Merlini

 

Opinione Liberale del 18.10.2013

 

A chi segue un po’ la cronaca politica di Paesi come gli Stati Uniti oppure la Germania, l’Inghilterra, la Francia o la Spagna non sfugge l’anomalia di cui soffre una nazione simpatica, ma politicamente sciagurata come l’Italia. A parte l’incapacità del centrodestra di superare il berlusconismo, in cui il Belpaese si è impantanato per quasi vent’anni, e di impostare finalmente una vera strategia liberale e riformista, ricorre sempre lo stesso argomento nella difesa ad oltranza del Cavaliere. Per i suoi irriducibili reggicoda (i cosiddetti falchi, secondo le consuete categorie ornitologiche applicate alla politica) l’ex capo del governo non può e non deve essere fatto decadere dalla sua carica di senatore perché gode ancora e comunque del consenso di oltre sei milioni di elettori. E poco importa se lo prevede la legge Severino in relazione ad un parlamentare condannato in via definitiva della Cassazione per frode fiscale. La mossa argomentativa, ancorché fragilissima, è interessante perché solleva una ben più ampia questione nella discussione sulla democrazia. E cioè: fino a che punto il consenso popolare può legittimare e assolvere la spregiudicatezza di chi riveste cariche istituzionali elettive ? O altrimenti detto: vale davvero l’asserzione latina “Vox populi, vox dei” (la voce del popolo è come la voce di Dio, è sempre portatrice di verità; il popolo non sbaglia mai) ? Attribuito al teologo e filosofo anglosassone Alcuino di York, beato della Chiesa cattolica e fautore del rinascimento carolingio non solo in Inghilterra, il binomio “voce popolare – voce di Dio” risale invero all’Antico Testamento, ma con un’accezione esortativa del tutto diversa dal significato odierno. Dall’Alto Medioevo in poi l’espressione è utilizzata per accreditare la plausibilità o l’attendibilità di convinzioni ampiamente diffuse nel sentimento popolare, riservata (con l’avvento dell’Umanesimo) la loro confutazione. (altro…)

 

Opinione liberale del 06.09.2013

 

La tentazione nazionalpopulista è sempre dietro l’angolo. Le reazioni suscitate dal progetto del Dipartimento federale degli esteri per un mandato negoziale con l’Unione Europea in ambito istituzionale sono, a tal proposito, un caso da manuale. In particolare le prese di posizione scomposte dei presidenti dell’Udc e del Pdc riassumono bene lo stile di far politica che va per la maggiore in questi tempi di crisi. Senza timore del ridicolo, non hanno esitato ad attaccare con veemenza il Dipartimento degli esteri e lo stesso Consigliere federale Didier Burkhalter, accusandoli addirittura di “tradimento della patria”. Si potrebbe liquidare queste esternazioni come l’ennesimo slittamento di frizione da parte di coloro che, incuranti dei loro ruoli di responsabilità, giocano a spettacolarizzare il confronto politico. Ma se anche il leader di un partito moderato (com’è per tradizione il Pdc) contribuisce senza remore ad alimentare nella popolazione il virus del nazionalismo – che è cosa assai diversa dal patriottismo – allora è il segno che il metodo della concordanza è davvero messo male, salvo poi invocarlo nelle campagne elettorali. Siccome le parole hanno ancora un significato, vorrei qui esaminare più da vicino ciò che è stato affermato da chi si è sentito tradito e il contenuto del progetto di negoziazione presentato alla stampa, ancorché solo a grandi linee. “Non vogliamo giudici stranieri a casa nostra ed è inammissibile che ci sottomettiamo a un’organizzazione sopranazionale di cui non facciamo parte”, è stato detto. E ci mancherebbe. Ma non è affatto ciò che propone il Dipartimento degli esteri, ovviamente. Il contesto della disputa è presto chiarito. Berna si sta arrovellando da tempo su come riuscire a tenere in vita a lungo termine la via bilaterale con l’UE, il nostro principale partner commerciale, con cui ogni giorno lavorativo scambiamo circa un miliardo di franchi in merci e servizi. E’ essenziale per il nostro sviluppo economico garantire anche in futuro agli operatori svizzeri l’accesso a questo enorme mercato, nettamente il più importante per noi. Di fronte all’Unione che preme per una ripresa automatica da parte della Svizzera del diritto comunitario ai fini dell’adeguamento costante della ventina di accordi principali e del centinaio di accordi settoriali attualmente in vigore, il Dipartimento vuole offrire un’alternativa che consenta di preservare la nostra indipendenza e sovranità. (altro…)

 

La Regione del 21.08. 2013

 

Archiviata anche questa 66. edizione del Festival del film,c he ha raccolto le lodi di molti commentatori nazionali e stranieri, a dispetto delle inevitabili polemiche per qualche scelta opinabile, rimane in chi l’ha frequentata un senso di riconoscenza. Per la ricchezza di un’offerta incredibile di esperienze possibili. Nel mare magnum di una ben calibrata programmazione ognuno ha potuto inventarsi il suo percorso di spettatore occasionale o di cinefilo incallito. Ognuno ha potuto soddisfare la sua sete di conoscenza. E’ stato anche quest’anno un momento forte di sperimentazione della libertà per una rassegna che della libertà ha fatto la sua bandiera. E sarà così anche in futuro, o quantomeno finché sarà l’eccellente Marco Solari a presiedere questo festival, nel totale e dovuto rispetto dell’autonomia della direzione artistica. Ma, confessiamolo pure, rimane anche qualche ambascia in tutti coloro che hanno a cuore i destini di questo appuntamento che scandisce da ormai quasi settanta anni la vita culturale locarnese, ticinese e nazionale, tra mille difficoltà. Perché nonostante la rispettabile età del Pardo ruggente e la sua volontà di crescere anno dopo anno, il suo avvenire non può essere considerato tranquillo nel contesto critico dei festival internazionali. E’ vero che l’organizzazione ha conosciuto nell’ultimo decennio un processo di aziendalizzazione che l’ha resa molto più efficiente. E’ un vantaggio che aiuterà il Festival nel confronto viepiù competitivo con le altre rassegne, ma decisive saranno le risorse finanziarie sulle quali dovrà poter contare anche nei prossimi anni. Gli sforzi degli enti pubblici e la generosità degli sponsor resteranno una condizione fondamentale per il suo successo. Andrà affrontato con una certa urgenze anche il tema della fragilità delle strutture, in particolare delle sale. Il palazzetto FEVI, che offre una sala per oltre 3’000 spettatori, necessita di una ristrutturazione. Ma non basta. Il progetto del Palacinema, nel quale troveranno spazio tre sale di proiezione per complessivi ca. 800 posti oltre agli uffici amministrativi e l’archivio del Festival, rappresenta un tassello essenziale in una strategia di consolidamento duraturo della manifestazione. Il messaggio licenziato dal Municipio di Locarno con la relativa richiesta di credito per la riattazione dello stabile delle ex scuole è all’esame della commissione della gestione del Consiglio comunale. (altro…)