Il quesito posto dagli organizzatori di questo dibattito è quello di sapere se oggi le visioni e i valori del liberalismo e del cattolicesimo siano conciliabili.

Il quesito, come spesso accade, richiede risposte differenziate.

Si potrebbe tentare una prima risposta, evidenziando le differenze rimaste a tutt’oggi, e ve ne sono ancora, sia nella concezione del ruolo dello Stato e dei corpi intermedi, sia nelle questioni di ordine morale. Su questi aspetti tornerò in seguito. Sarebbe d’altronde riduttivo accontentarsi di ripetere (un po’ banalmente) i luoghi comuni di un rapporto storico conflittuale, dovuto a presupposti teorici e interessi irrimediabilmente antagonistici: da una parte una concezione del mondo immanente e laica, fondata sull’autonomia della ragione dell’Uomo che ha finalmente deciso di emanciparsi dal suo stato di minorità in cui si era cacciato per colpa propria (la famosa selbstverschuldete Unmündigkeit per dirla con le parole di Kant nella sua famosa risposta alla domanda “Was ist Aufklärung?”) e che si batte per la libertà della coscienza e per la separazione netta tra Stato e Chiesa. E dall’altra invece una concezione trascendentale della Vita, animata dalla fede e che crede quindi nel Verbo fattosi Uomo, rivendicando un ruolo di guida per la Chiesa in una società che si vorrebbe organica e tendenzialmente confessionale.

Oppure si potrebbe rispondere rileggendo la storia dei rapporti tra liberalismo e cattolicesimo in chiave sociologica. Si potrebbero così ripercorrere i contrasti tra le vecchie classi feudali (aristocrazia e clero) e la nuova borghesia emergente nel Sei e Settecento, che aveva necessità di liberarsi dai vincoli e dai condizionamenti di un’organizzazione sociale chiusa, di tipo agrario e corporativo, per poter migliorare le sue condizioni materiali ed esercitare con maggior profitto le sue attività produttive viepiù mercantili.

Oppure ancora si potrebbero evidenziare le differenze tra liberalismo e cattolicesimo nel pensare la sovranità statuale, fin dalla genesi e graduale affermazione degli Stati-Nazione nel XVI. secolo. Ma qui le cose si complicherebbero, perché se per il cattolicesimo si può ricostruire almeno in parte una linea di continuità nel suo atteggiamento di sostanziale resistenza verso il rafforzamento e la concentrazione del potere secolare nelle forme dello Stato moderno (pur con tutti i distinguo che andrebbero fatti), sul fronte del liberalismo le cose presero invece pieghe assai diverse. Nel continente europeo e in particolare in Francia l’irruzione della borghesia (o del Terzo Stato) – con la Rivoluzione e il giacobinismo – fece da catalizzatore ai processi di centralizzazione e unificazione politica e giuridica, mentre p.es nei Paesi anglosassoni (Gran Bretagna e Stati Uniti) andò sviluppandosi un liberalismo di tipo difensivo e teso a limitare il potere monarchico o federale (negli USA) con un sistema di checks and balance, e non solo in ambito fiscale. Il radicalismo di tipo statolatrico di Danton, Robespierre, Sieyès, S.Just e compagni e l’esperienza napoleonica della Repubblica una e indivisibile hanno ben poco in comune con gli insegnamenti di Locke, Hume, Ricardo, Smith e Mendeville e dei Padri fondatori dei federalist papers. (altro…)

Corriere del Ticino del 20.11.2012

 

E’ notevole la rapidità con cui il Consiglio federale e le Camere hanno modificato nel volgere di pochi anni la loro posizione sul segreto bancario, in particolare nel campo dell’assistenza amministrativa internazionale in materia fiscale. Non so se per lungimirante capacità di prevenire problemi più grossi o per meno commendevole arrendevolezza alle pressioni esterne. O un po’ per entrambe le ragioni. Fatto sta che da quando, nel marzo 2009, il governo ha recepito l’art. 26 del Modello di convenzione OCSE sullo scambio generale di informazioni ai fini dell’imposizione fiscale di contribuenti di uno Stato firmatario e nei casi di frode e sottrazione fiscale, l’interpretazione degli obblighi incombenti alle autorità è mutata significativamente. In poco meno di quattro anni è stata versata molta acqua nel vino del segreto bancario. Al momento dell’adozione da parte svizzera dello Standard OCSE era controversa la questione a sapere se nell’ambito dell’assistenza amministrativa fossero ammissibili le richieste di informazioni concernenti gruppi di persone che, seppure non identificate singolarmente, si erano rese sospette agli occhi dell’autorità richiedente per le loro modalità operative, tutte riconducibili ad un determinato e comune modello comportamentale. Il Consiglio federale si precipitò allora a precisare che lo scambio di informazioni sarebbe stato concesso unicamente in presenza di una concreta richiesta riguardante una singola fattispecie e specifica persona, ribadendo sostanzialmente il principio ancorato all’art. 4 cpv. 1 della legge federale sull’assistenza amministrativa internazionale in materia fiscale (LFAA). Questa interpretazione restrittiva fu poi confermata nei protocolli addizionali e nelle varie dichiarazioni esplicative attinenti alle Convenzioni contro la doppia imposizione, nel frattempo stipulate o rinnovate con i vari Stati. Il governo chiarì espressis verbis che l’istanza di assistenza avrebbe dovuto indicare il nome e il recapito tanto della persona coinvolta nell’indagine quanto della persona (fisica o giuridica) presumibilmente titolare delle informazioni richieste. Ma gli Stati membri dell’OCSE, risoluti più che mai nel combattere l’evasione fiscale nella comprensibile ricerca di risorse finanziarie, non gradirono e non tardarono quindi a far sentire la loro voce critica. (altro…)

LiberaTV/blogs del 23.10.2012

L’art. 261 del nostro Codice penale commina una pena pecuniaria fino a 180 aliquote giornaliere a chiunque, pubblicamente e in modo abietto, offende o schernisce le convinzioni altrui in materia di credenza, particolarmente di credenza in Dio, o profana oggetti di venerazione religiosa. E’ il reato di perturbamento della libertà di credenza e di culto.

A sua volta l’art. 261bis cpv. 1 commina una pena detentiva sino a tre anni o una pena pecuniaria a chiunque incita pubblicamente all’odio o alla discriminazione contro una persona o un gruppo di persone per la loro razza, etnia o religione. E’ il divieto della discriminazione razziale. Entrambi i reati sono perseguibili d’ufficio. Non è necessaria una querela di parte poiché il bene protetto è nel primo caso il diritto fondamentale alla libertà religiosa (e solo in subordine il sentimento e la pace religiosi) e nel secondo la dignità umana.

La cultura giuridica occidentale, con poche eccezioni, attribuisce rilevanza penale a simili comportamenti.

I vincoli del codice valgono anche per le offese arrecate attraverso la satira. In questo caso, tuttavia, quando è immediatamente riconoscibile dal pubblico il carattere satirico dell’offesa (il cui connotato distintivo è l’esagerazione), i tribunali sono generalmente più prudenti nell’ammettere gli estremi del reato. E si capisce perché. Se per la satira valessero i consueti parametri di giudizio, la libertà della stampa che se ne serve risulterebbe oltre modo limitata. Negli anni ’70 il tribunale cantonale zurighese condannò un giornalista che aveva pubblicato nel Blick il quadro “Sikakrusifiks” del pittore finlandese Harro Koskinen. Raffigurava un crocifisso sul quale era inchiodato, in luogo del Cristo, un maiale sofferente e con l’aureola, stilizzato alla Walt Disney. Oggi, in un’epoca in cui gli animali suscitano empatia piuttosto che disprezzo, una simile condanna non verrebbe più pronunciata, benché immagini come queste possano continuare a ferire la suscettibilità di molte persone.

Ma ciò che importa in un’ottica liberale è la separazione dei poteri. Negli Stati di diritto eventuali violazioni della libertà di credenza e di culto o discriminazioni razziali vanno accertate e, se del caso, condannate da parte dei tribunali e non da parte delle autorità politiche. Sembra di primo acchito un’ovvietà. Ma è lungi dall’esserlo. Lo abbiamo potuto costatare ancora recentemente. La diffusione su Youtube di un video dissacrante su Maometto, per altro di pessimo gusto, è valsa a scatenare reazioni di violenza cieca e inaudita da parte di gruppi islamici fanatici contro rappresentanti e simboli statunitensi e occidentali in genere. Non solo: gli ambienti integralisti di molti Paesi arabi hanno preteso l’intervento censorio della politica in Europa e negli USA nei confronti di chi si permette il “crimine della blasfemia”. Una pretesa significativa, che dà tutta la misura di una concezione totalitaria dello Stato. C’è solo da augurarsi che lo scontro tra gli ambienti moderati e le variegate forze integraliste in seno al proteiforme mondo islamico si risolva a favore dei primi. In caso contrario passerà ancora molto tempo prima che si affermino anche in quei Paesi i principi dello Stato di diritto, la separazione tra la sfera statale e quella religiosa e i valori del pluralismo. Al prezzo di nuovi bagni di sangue.

Giovanni Merlini

Opinione Liberale del 21.09.2012

 

Mi è stata chiesta una riflessione sugli indirizzi del liberalismo ticinese nei prossimi anni che purtroppo saranno contraddistinti ancora da una difficile situazione economica. Ritengo che il PLR debba cimentarsi in particolare nella promozione dell’inclusione delle persone. Non sarà facile riuscire nel compito di neutralizzare il rischio di esclusione dal ciclo occupazionale e produttivo. In pari tempo si tratta di favorire l’inserimento professionale dei giovani che ambiscono legittimamente a svolgere un ruolo in questa nostra società, senza dover dipendere dalle grucce dello Stato. Un partito liberale radicale degno del suo nome e della sua tradizione non perderà dunque di vista le pari opportunità (di partenza), affinché il valore della libertà dell’individuo-cittadino non si riduca ad una mera declamazione di principi. Non c’è vera libertà senza gli strumenti concreti per poterla esercitare. Libertà presuppone autonomia. Il che significa, tanto per cominciare, mobilitare i mezzi cognitivi e le risorse formative, finanziarie e ambientali indispensabili. Solo così si potranno per garantire le condizioni materiali e immateriali che consentono ad ogni singolo cittadino di raggiungere l’autosufficienza economica. Gli sforzi da dedicare all’aggiornamento della formazione professionale e di base, nonché alla ricerca dovranno essere ragguardevoli. E proprio per la loro entità, anche finanziaria, richiederanno sempre più la collaborazione tra l’ente pubblico e il settore privato, come del resto anche nel consolidamento della sicurezza sociale, vista l’urgenza di contrastare i processi di precarizzazione ed emarginazione che minacciano di svuotare i diritti di cittadinanza di ogni significato e di far saltare la pace sociale. (altro…)

Progresso Sociale settembre 2012

 

Se c’è un tema che in questi anni ha fatto scorrere fiumi di inchiostro e di parole nel nostro Cantone è quello della riforma e del risanamento dell’istituto previdenziale dei dipendenti dello Stato (CPDS). Basta dare un’occhiata ai verbali del Gran Consiglio e alla cronaca giornalistica per rendersene conto. Del resto, anche a livello svizzero il destino del secondo pilastro – in ambito privato o pubblico poco importa – non cessa di preoccupare alla luce della crisi dei mercati finanziari. Fin dalla mia prima elezione in GC (1995) ho avuto modo di partecipare attivamente a questo dibattito che è sempre stato (e sarà ancora) condizionato dagli interessi delle parti in causa e da alcune pregiudiziali ideologiche. Spesso le posizioni sono state estreme: da chi negava (e nega tuttora) l’urgenza di qualsiasi intervento a chi vorrebbe provvedimenti draconiani e senza troppi riguardi per i diritti acquisiti degli assicurati, pur di rimettere in sesto la CPDS. Fatto sta che oggi, dopo anni di misure puntuali e parziali di risanamento della sua situazione finanziaria, la Cassa si trova davanti ad una svolta. Infatti, il 10 luglio scorso il Consiglio di Sato ha licenziato il messaggio n. 6666 che pone, in modo organico, le basi per raggiungere un grado di copertura – che è poi il rapporto tra il patrimonio della Cassa e i suoi impegni verso gli assicurati – dell’85% entro 31.12.2051. Ma perché è così importante risanare la situazione e cambiare il piano assicurativo? Vi sono almeno due buoni ragioni: la prima è che per un istituto previdenziale con un numero così elevato di assicurati attivi (oltre 14’000) e beneficiari di rendite (circa 6’000) – e non si tratta solo di dipendenti cantonali, magistrati e docenti, bensì pure di impiegati di diversi enti pubblici esterni e di Comuni – è essenziale poter vantare una solidità duratura, in modo da poter continuare ad erogare le prestazioni assicurate anche sul lungo periodo. (altro…)