La Regione del 6 ottobre 2015

La parola “formazione” è spesso sinonimo di aggiornamento in relazione alla formazione professionale di studenti, lavoratori e lavoratrici. Sono tuttavia dell’opinione che sarebbe più corretta l’espressione sviluppo professionale, poiché interpreta meglio la dinamicità del percorso formativo dei docenti, a cui si riconoscono subito competenze specifiche.

In un sistema formativo ambizioso non si può prescindere dalle qualità umane e professionali di ogni insegnante e dalle sue capacità critiche. Ben si comprende quindi il ruolo fondamentale svolto dal docente nell’interpretare la propria missione educativa.

Per assicurare un elevato livello alla formazione degli studenti è necessario migliorare continuamente le competenze educative e didattiche dei docenti. Lo ripeto spesso: sono gli insegnanti a fare la qualità della scuola. La politica deve quindi sempre chiedersi come poter disporre di insegnanti di primo ordine. Le risposte sono molteplici e chiamano in causa la formazione iniziale dei docenti, le modalità di reclutamento, gli aspetti contrattuali e il riconoscimento concreto dei meriti. Ma si possono fare passi avanti significativi solo si investe nella formazione in servizio. L’insegnante ben preparato è la chiave di volta di tutte le innovazioni educative e didattiche. Ogni importante innovazione (come Harmos per esempio) richiede sì una spinta esterna, ma poi la sua attuazione esige da parte dei docenti intelligenza, preparazione, forza di volontà e passione.

Lo sviluppo professionale passa attraverso i canali classici, come i corsi di aggiornamento, i seminari, i convegni, la lettura di libri ecc., ma anche attraverso i giornali, il cinema, i concerti, la partecipazione a eventi di ampio respiro culturale. La formazione dev’essere soprattutto intesa come apertura verso il nuovo, amore per il proprio lavoro-vocazione, interesse per il cambiamento che si alimenta con l’estensione delle conoscenze e con la tensione costante verso il miglioramento, che deve caratterizzare tutta la vita professionale. E non bastano lo studio e l’aggiornamento permanente sull’evoluzione della scienza, delle teorie pedagogiche-psicologiche, della metodologia e della didattica. Occorre anche la partecipazione alla vita sociale e culturale; non è pensabile che un docente non si abbeveri alla fonte della conoscenza, non alimenti la sua curiosità intellettuale, non si arricchisca ad ogni occasione propizia offerta dalla produzione culturale dell’ambiente in cui vive o non sia informato su quello che accade attorno a sé, oppure non tenti di avvicinarsi al mondo dei suoi allievi e di comprenderne le dinamiche.

Una dimensione importante della formazione (sviluppo) deve essere la sperimentazione e l’innovazione. Solo così si cresce nella professionalità e si riesce ad incrementare il rendimento degli allievi, anche inventando nuovi percorsi di insegnamento, a vantaggio dell’intera comunità scolastica. La ricerca è una dimensione fondamentale della funzione di docente. Una formazione in servizio continua presuppone una buona disposizione mentale e motivazionale al cambiamento. La formazione non può ridursi ad un mero pezzo di carta e al monitoraggio che non offre garanzie e appesantisce ulteriormente gli oneri burocratici degli istituti. Il canale di sviluppo informale, non facilmente certificabile, è altrettanto (se non più) importante.

Se si intende davvero rendere un servizio alla scuola, la via da percorrere non è quella di sommare vincoli burocratici ad altri oneri, ma di scommettere sulla valorizzazione dei docenti, stimolandoli, motivandoli ed investendo su di loro, affinché tornino ad essere protagonisti riconosciuti dalla comunità. Solo così si potranno meglio mobilitare e liberare tutte le numerose risorse della scuola, talora sottovalutate e mortificate.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

CdT del 30.09.2015

La piazza finanziaria svizzera, della quale Lugano rappresenta il terzo centro più importante, ha dovuto affrontare nell’ultimo decennio una crisi che non è esagerato definire epocale, dopo un lungo periodo di crescita spensierata. Le ripercussioni si fanno sentire ancora oggi. Basta osservare la statistica relativa all’evoluzione del settore bancario in Ticino, pubblicata annualmente dal Centro di Studi Bancari di Vezia. Dal 2005 al 2013, il numero degli istituti bancari si è ridotto del 30% (da 78 a 54), il numero degli occupati del 15% (da 7’650 a 6’465) e il gettito fiscale (riferito alla sola imposta cantonale) addirittura di oltre l’80% (da 107.2 milioni di franchi a 19 milioni).

A seguito della devastante bolla scoppiata nel 2008, la comunità internazionale si è adoperata fortemente ai fini della stabilizzazione e del rafforzamento del sistema finanziario, codificando tutta una serie di regole e misure che sono oramai divenute dei modelli standard. Per il nostro Paese l’adeguamento a tali sviluppi è stato particolarmente doloroso, comportando uno storico cambiamento di paradigma: la conformità a questi modelli rappresenta infatti un aspetto centrale che, a differenza del passato, non può più essere trascurato, pena l’iscrizione del nostro Paese in diverse liste grigie e nere che comportano pesanti svantaggi, in particolare per l’accesso ai mercati finanziari.

Per uniformarsi al nuovo contesto internazionale, nel 2009 il Consiglio federale ha avviato una nuova politica in materia di mercati finanziari, finalizzata a stabilizzare la nostra piazza, tutelarne maggiormente i clienti e gli investitori e lottare contro la criminalità finanziaria. Questa politica di adeguamento è stata sollecitata da buona parte dello stesso mondo bancario elvetico. Pur con qualche resistenza politica, il nuovo indirizzo ha permesso alla Svizzera di salvaguardare la certezza del diritto, che da sempre è uno dei principali fattori competitivi del nostro Paese, e di limitare il rischio reputazionale per gli intermediari finanziari attivi sul nostro territorio. Tuttavia, va rilevato che il Consiglio federale si è mostrato in diverse occasioni più papista del papa, peccando di precipitosità e perfezionismo: l’ultimo esempio da manuale è l’ennesima proposta di modifica della Legge federale contro il riciclaggio di denaro, contestualmente alla ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa e dell’OCSE sull’assistenza amministrativa in materia fiscale e alle nuove disposizioni legali in tema di scambio automatico di informazioni fiscali, che abbiamo discusso mercoledì scorso al Consiglio nazionale. A ragione il PLR ha sostenuto la maggioranza commissionale che proponeva di non entrare in materia, poiché il progetto di legge del Consiglio federale attribuisce alle banche compiti polizieschi (che non spettano loro) nell’accertamento della conformità fiscale di conti di clienti fiscalmente residenti all’estero. l costi per l’attuazione di tali obblighi di indagine sarebbero oltretutto esorbitanti per il settore bancario e pregiudizievoli per la sua competitività, ritenuto oltretutto che la Svizzera sarebbe l’unico Paese ad adottare simili misure.

Non esistono soluzioni miracolose per lo sviluppo della piazza finanziaria svizzera. Nondimeno l’elevata qualità delle sue competenze e prestazioni, come pure la stabilità del sistema le consentono – e le consentiranno anche in futuro – di beneficiare di un afflusso importante di nuovi capitali da gestire. Anche i servizi offerti p.es nell’ambito del commercio delle materie prime e nella consulenza aziendale e successoria saranno sempre più apprezzati. Per contro, l’autonomia dei legislatori nazionali è destinata ormai a ridursi sempre di più, imbrigliata dagli standard internazionali. Per garantire una concorrenza leale, è però di capitale importanza che tali standard siano applicati e rispettati da tutte le piazze finanziarie, senza alcuna eccezione. In questo senso deve attivarsi il Consiglio federale, esercitando una più energica e costante pressione negli specifici gremi internazionali, affinché tutti gli Stati mostrino la stessa diligenza dimostrata dalla Svizzera nell’adeguarsi alle nuove regole del gioco.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale PLR

Opinione Liberale del 18.09.2015

La cronaca di queste settimane è ormai incandescente. Telegiornali, stampa scritta e parlata, social media e portali online non ci danno tregua. Ci raccontano di guerre civili che stanno dilaniando la Siria, l’Irak, la Libia, l’Afghanistan e della resa dei conti della Turchia contro i Curdi e il PKK. Siamo sopraffatti dalle immagini dell’esodo drammatico di una moltitudine di disperati in fuga dai conflitti armati e alla ricerca di una vita migliore. Alla miscela esplosiva di immigrazione, frontalierato e frizioni internazionali si aggiunge la campagna elettorale dai contorni sempre più virulenti e scomposti. Da una parte coloro che vorrebbero spalancare le porte a tutti e dall’altra coloro che vorrebbero blindare i confini con il filo spinato, mentre in mezzo regna sovrano il disorientamento. In queste situazioni incombe sempre lo stesso pericolo: il prevalere dell’emotività sull’analisi lucida e l’assuefazione agli approcci apocalittici, al complottismo e allo scontro denigratorio. Si pretende di sancire chi siano i veri difensori della Patria e chi invece sia pronto a svendere territorio e valori nazionali. Qualsiasi invito alla moderazione dei toni è visto con sospetto e tacciato di “collaborazionismo” con l’UE e di genuflessione naïve difronte alle pressioni internazionali. In questo marasma spiccano la posizione chiara ed equilibrata del PLR nazionale e l’atteggiamento costruttivo del nostro ministro degli esteri, Didier Burkhalter: una figura di riferimento importante che esorta a mantenere la calma e il senso delle proporzioni (il numero delle richieste di asilo registrate quest’anno sono solo circa il 60% del picco raggiunto negli anni ’90 durante la guerra nei Balcani), ricordandoci sempre la meritoria tradizione umanitaria svizzera, così apprezzata quando il nostro Paese offre i suoi buoni uffici nelle crisi internazionali. Il PLR propugna una politica ferma, ma corretta: accoglienza ai rifugiati che hanno diritto all’asilo, fermezza invece verso coloro che decidono di raggiungere la Svizzera per ragioni economiche, alla ricerca di un posto di lavoro. La distinzione è giustificata da evidenti ragioni di sostenibilità, considerata anche la quota di stranieri già presenti nel nostro Paese (la più elevata nel confronto europeo) ed è conforme alla Convenzione europea dei diritti umani. È una posizione responsabile e negli interessi della nazione. Non si può certo dire altrettanto dell’accanimento di cui ha dato prova l’UDC nel dibattito di settimana scorsa al Consiglio nazionale sulla riforma della legge sull’asilo: la sua proposta – spazzata via da tutti gli altri partiti – di una moratoria per un anno avrebbe solo peggiorato la situazione alle nostre frontiere, avrebbe impedito di velocizzare le procedure di esame delle domande di asilo e avrebbe ostacolato il necessario rafforzamento delle competenze della Confederazione nella gestione dei centri per i rifugiati e un loro coordinamento efficace in collaborazione con i Cantoni e i Comuni. Grazie anche al sostegno del PLR, almeno il 60% delle procedure di accertamento dello statuto di asilante dovranno dunque essere evase entro 140 giorni, e ciò allo scopo di agevolare notevolmente il rimpatrio di coloro che non hanno diritto all’asilo. Fedele al principio “hart aber fair”, il PLR da sempre invoca la necessità di procedure più rapide, ma rispettose delle garanzie dello Stato di diritto, e sostiene con convinzione le nostre forze dell’ordine, fra cui le guardie di confine che stanno facendo un lavoro eccellente in particolare nella Svizzera orientale e nel Ticino.

L’atteggiamento del nostro partito si iscrive pertanto a pieno titolo e con coerenza nella formula scelta per questa campagna elettorale: «Libertà, Coesione e Progresso » devono sempre ispirare il nostro impegno al fronte.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

21 agosto 2015

Il Consiglio federale ha risposto alla mia interpellanza del 1 giugno scorso, con cui avevo formulato alcune domande scomode in merito alle intercettazioni telefoniche su suolo svizzero, ordinate dalla Procura della Repubblica di Milano nell’estate 2013 nell’ambito di un’inchiesta a carico di una presunta organizzazione internazionale dedita al riciclaggio di denaro. Premesso che la lotta al crimine organizzato è sacrosanta e che la sua repressione deve essere favorita anche grazie all’intensificazione della collaborazione transnazionale delle autorità inquirenti, la mia interpellanza mirava ad attirare l’attenzione del governo sul mancato rispetto degli accordi internazionali in materia di assistenza giudiziaria penale da parte delle autorità inquirenti italiane. In particolare, nel caso denunciato dal Corriere del Ticino lo scorso 23 maggio (da cui traeva origine il mio atto parlamentare), le mie domande riguardavano una serie di intercettazioni telefoniche di collegamenti della rete fissa svizzera (con prefisso 091) intestati ad una società fiduciaria svizzera e ad un cittadino svizzero, entrambi residenti a Lugano. Le intercettazioni in questione non erano state ordinate dal tribunale competente ed erano state unilateralmente decise dalla Procura di Milano in esito ad una domanda di assistenza giudiziaria relativa alla trasmissione di copiosa documentazione concernente una trentina di società riconducibili ad un cittadino svizzero, accusato appunto di trovarsi a capo di un’organizzazione internazionale dedita al riciclaggio. La Procura di Milano non si era infatti ritenuta soddisfatta dalla documentazione ricevuta dalle autorità svizzere e, anziché richiedere ulteriori documenti seguendo le procedure previste dalla Convenzione europea sull’assistenza giudiziaria in materia penale e lo specifico Accordo tra CH e I in questo ambito, aveva preferito la scorciatoia delle intercettazioni telefoniche arbitrarie. Con ciò sono stati violati manifestamente sia la sovranità svizzera sia il principio di territorialità. Lo ammette lo stesso CF, secondo il quale intercettazioni ordinate da un altro Stato su territorio svizzero e a carico di collegamenti telefonici della rete svizzera (fissa o mobile che sia) possono essere ammesse soltanto sulla scorta di una regolare domanda di assistenza giudiziaria penale e solo con la formale autorizzazione di un tribunale svizzero competente per le misure coercitive. Cionondimeno il CF, more solito, nella sua risposta non ritiene di dover censurare nei confronti dell’Italia i fatti riportati dal quotidiano ticinese, non considerandoli come sufficientemente accertati. Ho il vago sospetto che il CF non si sia preoccupato troppo di verificare debitamente le segnalazioni emerse dalla stampa ticinese, anche se non è la prima volta che vengono denunciate alcune pratiche italiane di indagine incompatibili con gli accordi internazionali in vigore (p.es. i pedinamenti su suolo ticinese di persone sospette di evasione fiscale in Italia da parte di agenti in borghese della Guardia di finanza). L’atteggiamento remissivo del governo, dettato dai rapporti già piuttosto tesi con lo Stato vicino, è comprensibile solo fino ad un certo punto. Nel timore di mettere a repentaglio la conclusione dell’Accordo con l’Italia sulla fiscalità dei frontalieri, il CF preferisce rinunciare a qualsiasi iniziativa che possa irrigidire ulteriormente le relazioni diplomatiche tra i due Paesi. E così anche in questa occasione abbassa la testa. E ciò dopo averla abbassata anche in relazione ad altre inadempienze dell’Italia (vedi rispetto della reciprocità nell’accesso alle commesse pubbliche, immobilismo italiano in relaziona all’accesso della Svizzera ai suoi mercati finanziari, ritardi nella realizzazione delle infrastrutture ferroviarie ecc.). Dubito che alla lunga la scelta tattica del CF possa rivelarsi vincente. Tra Stati vicini e tradizionalmente amici occorre parlarsi in modo franco, soprattutto quando le cose non funzionano. I patti chiari fanno le amicizie lunghe, come dice il saggio adagio popolare.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

La Regione del 18 agosto 2015

E’ stata una chiusura del Filmfestival col botto. Dopo l’affollata premiazione Carlo Chatrian ci ha regalato una perla in prima mondiale: Heliopolis, del regista e sceneggiatore brasiliano Sergio Machado. Heliopolis è il nome di una favela nella cui scuola giunge Laerte, violinista talentuoso. Non essendo stato ammesso all’Orchestra sinfonica per una momentanea défaillance durante il test di prova, Laerte decide infatti di ripiegare sull’insegnamento della musica classica ai ragazzi della favela. E così tocca con mano una realtà sociale pesantissima, dove violenza e devianza sono all’ordine del giorno. Storie di sofferenze familiari e di sopraffazioni si intrecciano con l’anelito al riscatto che anima questi giovani, condannati da un destino crudele, ma sensibili al potere liberatorio della buona musica. Grazie alla costanza dei suoi sforzi, Laerte riesce a superare la diffidenza iniziale dei ragazzi e ad instaurare un rapporto di amicizia con loro, diventandone la persona di riferimento. Scandito dalle irresistibili note di famosi brani di Bach, Mozart e Mahler, il film di Machado mi è parso come una metafora del potere del Festival e più in generale della capacità creativa e liberatoria dell’arte e della cultura, anche in un Paese fortunato come il nostro e al riparo dagli enormi squilibri sociali che invece ancora dilaniano il Brasile.

Ma la rassegna locarnese non è solo un’occasione di piacevoli scoperte. È anche un evento aperto a tutti, che s’irradia sul territorio e contagia diverse decine di migliaia di persone. Già da fine luglio si avverte per strada il fermento che prelude alla rassegna di agosto e alle sue innumerevoli manifestazioni collaterali disseminate un po’ ovunque. Gli addetti ai lavori che innalzano con perizia lo schermo gigantesco di Piazza Grande, il tramestio metallico delle sedie che vengono disposte sui ciottoli, i camioncini degli uffici tecnici che scaricano la nuova segnaletica, la magnolia davanti alla Posta che si tramuta in piattaforma conviviale, le vetrine che s’identificano con i colori del pardo: tutta la città subisce un’affascinante trasformazione.

Se incroci il pubblico più o meno pazientemente in fila all’entrata delle varie sale, ti rendi conto di che cosa significhi la cinefilia: tutti in emozionata attesa – poco importa se piove o fa un caldo sfibrante – di prendere posto e di confrontarsi con le pellicole selezionate e i loro racconti di vite e realtà vicine o lontane, interpretate attraverso l’occhio e il microfono delle telecamere. Dal Fevi al Palavideo, dal Rialto all’Altra Sala non troviamo marziani, bensì persone normali, rapite dal mondo del cinema che ci offre spunti di riflessione e ci pone interrogativi in grado di scuotere le nostre più granitiche certezze.

Ma poi c’è anche l’indotto economico. È interessante vivere una giornata nell’orbita festivaliera dal primo mattino. Tute arancioni che s’impegnano all’alba a garantire l’apprezzato decoro delle vie e delle piazze, studenti che si guadagnano la meritata paghetta gestendo con motivazione le varie sale, alberghi, pensioni, bar e ristoranti che accolgono senza tregua ospiti dalle mille richieste. È un esercito variopinto, ma con una divisa d’ordinanza: tessera al collo, prospetto dei film in mano e borsetta pardata. “Scusi, come arrivo al Rialto?”. Si fermano dal panettiere, fanno un salto in farmacia, perlustrano qualche negozio. Dietro le quinte si muovono a pieno regime tutte le ditte che si occupano di audiovisivo, ma anche di logistica, di catering, di giardinaggio, di sicurezza e via dicendo. Che sia venerdì o martedì sera, si prova quella sensazione permanente di vacanza e tempo libero, sempre sul crinale tra globale e locale, dal protagonista di Fight Club agli assaggi del formaggio d’alpe.

Il Festival non sono solo pellicole giapponesi da 317 minuti o cortometraggi psichedelici. È soprattutto un’iniezione generosa di vitalità artistica, sociale ed economica, in una cittadina turistica che non ha paura di confrontarsi con realtà internazionali. Cultura, commercio e servizi d’accoglienza s’intrecciano in un connubio vincente e sono quindi in molti, dietro le quinte, ad aver meritato anche quest’anno il Pardo d’oro. Anche a loro va il caldo abbraccio della Piazza Grande.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale