La Regione del 26.10.2017

Nel nostro Cantone l’apprendimento della lingua di Goethe è da qualche anno oggetto di dibattito politico. Ed è un bene che lo sia. Diversi atti parlamentari inoltrati a Bellinzona, dal 2009 in poi, tematizzano il ruolo delle lingue ed in particolare del tedesco nelle scuole ticinesi, chiedendo di dare avvio ad un progetto di riforma globale dell’insegnamento delle lingue nei vari livelli della formazione. Lo scorso 27.5.2017 i cofirmatari Alessandra Gianella e Fabio Kaeppeli, sostenuti con convinzione dai Giovani Liberali Radicali, hanno depositato una mozione sottoscritta da deputati di vari partiti e intitolata “L’importanza del tedesco per la coesione nazionale”. La mozione chiede di anticipare l’insegnamento del tedesco già alle elementari, affinché gli allievi possano crescere con una “mente bilingue” che comporta vantaggi futuri sul mercato del lavoro, considerato il numero crescente di aziende ticinesi con relazioni d’affari nella Svizzera tedesca e con la Germania. Nell’economia ticinese sempre più interconnessa, nel turismo e nelle relazioni internazionali, buone competenze del tedesco rappresentano un importante valore aggiunto. Anzi, nel settore terziario e secondario sono spesso decisive nella selezione del personale. Nel suo rapporto dello scorso 27.09.2017 il Consiglio di Stato invita il Gran Consiglio a non dar seguito alle proposta dei mozionanti: gli argomenti addotti per rifiutare l’anticipazione dell’apprendimento del tedesco non sono tuttavia granché convincenti. È ben vero che l’attuazione della mozione implicherebbe di ridisegnare in buona parte la struttura dell’insegnamento delle lingue seconde, rinunciando all’attuale impostazione con l’apprendimento obbligatorio del francese quale prima lingua seconda a partire dalla terza classe di scuola elementare fino alla seconda media. Ma un cambiamento appare opportuno. Il modello alternativo 3/5 – che prevede una prima lingua seconda dal terzo anno di elementare e una seconda lingua seconda dal quinto anno di elementare – è già in uso in diversi Cantoni, come riconosce lo stesso governo ticinese, e permetterebbe di approfittare della tipica elasticità di cui godono gli allievi più giovani nell’apprendimento precoce di una lingua seconda come il tedesco. Certo, questo modello richiede un riorientamento delle competenze linguistiche dei docenti in carica nelle scuole elementari, che attualmente non sono formati all’insegnamento del tedesco. È un riorientamento che costa, ma si tratterebbe di un investimento lungimirante nelle risorse cognitive e linguistiche delle generazioni che domani si affacceranno al mondo del lavoro meglio attrezzate di quelle che oggi invece rimpiangono di non disporre di sufficienti competenze nel tedesco. Il Consiglio di Stato richiama, in ottica pedagogica, l’influenza del fattore vicinanza/lontananza culturale della lingua appresa. La prossimità linguistica e culturale tra francese e italiano contribuirebbe infatti a creare nell’allievo un “vissuto positivo” nella sua esperienza di apprendimento, con conseguente maggiore efficacia per lo studio delle successive lingue seconde. Il richiamo non è privo di fondamento, nella misura in cui una lingua latina risulta più familiare di una germanica. Ma il “vissuto” dell’allievo non è alimentato unicamente dall’affinità dovuta alla comune matrice latina dell’italiano e del francese, bensì pure dalla frequentazione, ancorché episodica, con una lingua che sempre più spesso è – come il tedesco – la lingua madre di un genitore, di parenti e di conoscenti. In un Cantone turistico come il Ticino, con una forte presenza di residenti e ospiti svizzero-tedeschi, destinata a crescere anche grazie ad Alptransit, si accentueranno qui da noi – insieme al “Drang nach Süden” dei nostri confederati - le dinamiche di interrelazione e di convivenza con chi parla il tedesco e lo Schwyzerdütsch, creando un ambiente di vicinanza e familiarità che ne agevolerà l’apprendimento precoce alle elementari.

Nella risposta ad una mia interpellanza il Consiglio federale ha confermato che il plurilinguismo funge da “collante che unisce tutti i tasselli del mosaico politico e culturale che forma il nostro Paese” e che è un “fattore economico chiave, atto a facilitare le nostre relazioni commerciali e culturali, offrire prospettive professionali e aumentare le opportunità sul mondo del lavoro”.

C’è da augurarsi che il Gran Consiglio ne tenga conto quando dovrà pronunciarsi sulla mozione Gianella e Käppeli.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

La Regione del 23 febbraio 2017

Un tale batteva le mani ogni dieci secondi. Interpellato sul motivo di questa sua stravaganza, rispose: “È per scacciare gli elefanti”. All’obiezione che non v’era alcun elefante esclamò: “Appunto!”.

Ci sta succedendo qualcosa di vagamente simile: stiamo infatti assistendo all’agonia dei fatti. È il tempo del loro crepuscolo, mentre dilaga la “post-verità”. Il fenomeno è transnazionale e non ne è rimasto immune neppure il nostro piccolo Cantone, anzi. Certo, quando si parla di fatti occorre sempre dar prova di una certa cautela. Spesso dietro un asserito “fatto” si cela una comoda scorciatoia per ovviare ad una carenza argomentativa. Oppure invocare un “fatto” diventa l’artificio dialettico per sottrarsi al confronto delle idee e per sancire la non-negoziabilità di punti di vista consolidati. Lo ricordava già oltre cinquant’anni fa Hannah Arendt, segnalando come ogni cosiddetta “verità di fatto” (Tatsachenwahrheit) miri ad emarginare il senso critico dal dibattito pubblico. Ma i fatti da cui l’era della “post-verità” ha deciso di congedarsi non sono le opinioni dominanti e i pregiudizi travestiti da verità di fatto; sono invece i fatti intesi come dati empirici comprovati (p.es. l’incremento del potere d’acquisto di milioni di persone nei Paesi emergenti grazie alla liberalizzazione dei mercati) e persino gli accertamenti scientifici (come il surriscaldamento climatico dovuto all’effetto-serra).

Il piedistallo su cui dovrebbe poggiare ogni opinione politica sono i fatti

Chissà come reagirebbe Luigi Einaudi di fronte agli odierni successi della “post-verità” o “post-fattualità”. Fu infatti proprio il celebre economista e illustre esponente del liberalismo italiano a propugnare il metodo “conoscere per deliberare nelle sue Prediche inutili del 1959. Disprezzava la superficialità di quei politici che non fondavano le loro decisioni sulla conoscenza approfondita dei fatti. E si doleva che “nulla (…) repugna più della conoscenza a molti, forse a troppi di coloro che sono chiamati a risolvere problemi”. La conoscenza e definizione delle cose prima di qualsiasi decisione: era e dovrebbe essere tuttora la regola d’oro di ogni amministratore e politico responsabile. E non solo: ogni cittadino, a cui sta a cuore il destino del proprio Paese e delle future generazioni, dovrebbe documentarsi, approfondire, soppesare tutti i fattori in gioco per poi determinarsi con cognizione di causa. È un onere non irrilevante, soprattutto in una democrazia diretta che chiama così spesso i suoi cittadini a votare sugli oggetti più disparati. Ma è garanzia di scelte oculate.

Il piedistallo sui cui dovrebbe poggiare ogni opinione politica sono i fatti. Ovvero quelle realtà oggettive e misurabili che – a dispetto del costruttivismo puro e duro – esistono aldilà del filtro interpretativo dei nostri diversi occhiali. Negare i fatti, intesi in questa precisa accezione, o prescinderne disinvoltamente significa compromettere da subito (se non rendere impossibile) qualsiasi confronto teso alla soluzione di un problema, qualsiasi ragionamento coerente e solido: gli interlocutori, infatti, si ritrovano ad argomentare – quando riescono a farlo – su piani diversi. Non riescono a dar vita ad un vero dibattito, visto che manca l’oggetto del contendere: vuoi perché il problema da risolvere in realtà non sussiste (o non sussiste nelle proporzioni denunciate) vuoi invece perché il problema viene negato (o ampiamente ridimensionato) pur ponendosi in tutte le sue evidenze.

Si indeboliscono gli anticorpi del discernimento critico

Il contrasto con l’impostazione di Einaudi emerge in tutto il suo nitore dall’attuale era della cosiddetta “post-verità”. La forza dirompente di quella che ha tutta l’aria di una nuova ideologia globale, cara ai populismi di destra e di sinistra, consiste nella sua capacità di relativizzare e snaturare a tal punto qualsiasi circostanza di fatto (o fattispecie) politicamente rilevante, da modificare radicalmente la scala delle priorità di intervento. Sapere come davvero stiano le cose non ha più importanza. La loro verità (pur con tutti i limiti che caratterizzano questo termine) assume una posizione del tutto secondaria. Gli aspetti oggettivi cedono il passo alle percezioni collettive, alle emozioni, alle convinzioni prevalenti e ai facili pregiudizi. È così che avviene la manipolazione di una buona parte dell’opinione pubblica, con la conseguente creazione di un ampio consenso politico. E intanto si indeboliscono gli anticorpi del discernimento critico contro questo subdolo e abile processo di falsificazione. Si moltiplicano le bufale pilotate e le distorsioni della realtà economica e sociale. L’unica cosa che conta è l’intercettazione degli stati d’animo, delle credenze e delle preoccupazioni di alcuni segmenti della società e in particolare dei cittadini-elettori.

Una narrazione suggestiva e identitaria che promette riscatto sociale

Il flusso delle “post-verità” è ormai incessante e si diffonde grazie ad una precisa strategia di marketing politico grazie al web e ai social media, dove tutto corre tanto veloce quanto incontrollato, generando bolle mediatiche capaci di produrre o distruggere verità di fatto secondo convenienza. E tutto è reso ancora più insidioso dalla rete informatica che studia i cosiddetti followers e i like di ciascuno di noi, affinché ciò che ci giunge sotto gli occhi sia conforme ai nostri orientamenti e ai nostri interessi. Di riflesso ci si lascia comodamente cullare dal cosiddetto story-telling, ovvero da una narrazione suggestiva e fortemente identitaria che promette riscatto sociale all’insegna della precedenza indigena generalizzata e che stigmatizza la diversità.

Dove ci porterà la post-verità lo vedremo presto. I primi scivoloni piuttosto clamorosi di Donald Trump, uno dei suoi massimi cultori, non promettono nulla di buono. Ma anche qui da noi diverse scelte politiche, adottate senza un’analisi seria della situazione e nel solco dello story-telling identitario, stanno rivelando tutta la loro inconsistenza, creando solo difficoltà nei nostri rapporti con gli altri Cantoni e con la Confederazione.

La prima regola del buon governo: chiamare le cose con il loro nome

Resto quindi convinto che si possa fare politica in modo costruttivo solo se si è disposti ad esaminare i dati di fatto e le singole situazioni nella loro oggettività, senza alcun preconcetto. Diceva Confucio che la prima regola del buon governo è chiamare le cose con il loro nome. Le politiche post-fattuali fanno l’esatto contrario. Ogni confronto politico dovrebbe prendere le sue mosse a partire da un minimo comune denominatore: ossia da un accordo perlomeno parziale sulla natura e l’entità del problema che si intende affrontare e possibilmente risolvere. Il che non significa ignorare le implicazioni emotive e percettive legate a quel problema, ma queste non possono diventare l’unico criterio per individuare una soluzione corretta e nell’interesse generale. La politica non può esaurirsi in un esercizio di costante compiacenza agli elettori. È semmai l’arte di trovare soluzioni equilibrate ed efficaci, capaci di consenso. I totalitarismi sono nati quando il sentimento predominante delle masse è diventato l’unica bussola di chi governava.

Ogni tanto sarebbe buona cosa ricordarsene.

CdT del 31.03.2016

Ad oltre un secolo dalla pubblicazione (1899) delle lettere giovanili del poeta di Sagno, l’iperbole continua a dilagare imperterrita nella nostra Repubblica sudalpina. La recente decisione del Gran Consiglio (adottata con i voti leghisti e pipidini, ma non solo) di istituire una “Commissione di controllo del mandato pubblico di USI e SUPSI”, oltre ad essere eccessiva, non mi pare destinata ad entrare nel novero delle scelte più lungimiranti. Rimasta piuttosto sotto traccia nei media, si tratta di una decisione che si presta a troppe ambiguità. E rivela un rapporto problematico (se non conflittuale) tra una certa politica sempre più sospettosa e suscettibile da una parte e l’ambiente della ricerca e della formazione dall’altro. Gli strumenti già in vigore e previsti dalla Legge cantonale sull’USI, la SUPSI e gli istituti di ricerca sono sufficienti per garantire la congruenza dell’uso delle risorse finanziarie pubbliche con gli obbiettivi di politica universitaria fissati dal legislatore. Su proposta del Consiglio di Stato, ogni quattro anni il Gran Consiglio approva la pianificazione della politica cantonale universitaria, con il rispettivo impegno finanziario quadriennale, e viene informato sugli orientamenti strategici, sulla creazione di istituti e sull’affiliazione di istituzioni private create da terzi (art. 3 lit. b). Inoltre, ogni anno, lo stesso Gran Consiglio stabilisce – in sede di preventivo – il contributo effettivo per l’anno considerato (art. 3 lit. c) e discute la politica universitaria dell’anno accademico trascorso, sulla base di un apposito messaggio del Consiglio di Stato che comprende pure un rapporto di verifica del mandato di prestazione e un rapporto dell’USI, risp. della SUPSI, corredati dei conti e del bilancio (art. 3 lit. d). Non basta: il Gran Consiglio verifica anche l’utilizzo del montante globale e la conformità con la pianificazione quadriennale e con il contratto di prestazione stipulato dal governo con USI e SUPSI (art. 3 lit. e). Esecutivo e legislativo cantonali hanno quindi già oggi ampia facoltà di dibattere a scadenze regolari attorno al “mandato pubblico” e di verificarne l’adempimento da parte di USI e SUPSI. Non vi è quindi alcuna necessità di un nuovo organo che proceda a non si sa bene quali ulteriori verifiche. USI e SUPSI hanno bisogno di tutto, fuorché della messa sotto tutela da parte della politica.

Dalla formazione del livello terziario, poco importa se universitaria o professionalizzante, si pretende sempre più insistentemente – senza distinzioni di sorta – un indirizzo funzionale alle (tutt’altro che univoche) esigenze del mercato e del mondo del lavoro. È una pretesa legittima se rivolta alle Scuole universitarie professionali, il cui scopo principale consiste nell’attrezzare gli studenti al cosiddetto saper fare, in vista del loro ingresso nel mondo del lavoro. È invece una pretesa discutibile se rivolta nella stessa misura a quell’universitas studiorum che dovrebbe rimanere il luogo privilegiato della conoscenza e della piena libertà di indagine nelle varie discipline del sapere umanistico e scientifico. Se poi vi si aggiungono i tentativi di interferenza della politica, magari nelle procedure di assunzione dei docenti o nell’attribuzione dei mandati, per non parlare delle questioni organizzative o didattiche, ecco che il danno è fatto. Ricerca e formazione universitaria hanno una necessità fisiologica di indipendenza e autonomia, come noi dell’ossigeno: nella scelta dei loro percorsi didattici e delle loro opzioni metodologiche, ma anche nello sviluppo del senso critico nei confronti dell’esistente e delle sue logiche consolidate. Questi aspetti fanno parte della libertà di insegnamento e di ricerca, tutelata espressamente dall’art. 4 della stessa Legge. I sentimenti di rivalsa nei confronti della ricerca e dell’ambiente accademico (si ricorderanno le reazioni scomposte di alcuni deputati al GC ad un recente studio dell’IRE sugli effetti della libera circolazione delle persone nel nostro Cantone) sono fuori luogo e non giovano alla promozione strategica del Ticino dell’innovazione e del progresso.

Giovanni Merlini

CdT del 26 gennaio 2016

Nel 2000 hanno attraversato le Alpi svizzere 1,4 mio. di autocarri, mentre nel 2014 “solo” 1,03 mio. Benché l’obbiettivo di 650’000 autocarri all’anno sia ancora lontano, il graduale trasferimento delle merci dalla gomma alla rotaia, voluto dall’Iniziativa per la protezione delle Alpi, funziona bene. La volontà politica a tal proposito è chiara e consolidata. Il quesito è allora: che cosa abbiamo fatto a Berna per continuare a proteggere le Alpi, quando lo scorso 26 settembre 2015 abbiamo approvato il progetto di risanamento della galleria autostradale del San Gottardo, previo un secondo traforo? Ci siamo cautelati, modificando così la legge federale sul transito stradale nella regione alpina (LTS): “La costruzione di una seconda canna della galleria autostradale del San Gottardo è consentita. La capacità della galleria non può tuttavia essere aumentata. In ciascuna canna può essere in esercizio una sola corsia di marcia; qualora sia aperta al traffico soltanto una delle due canne, al suo interno i veicoli possono circolare su due corsie, una per direzione. Per il transito del traffico pesante attraverso la galleria è predisposto un sistema di dosaggio. L’Ufficio federale delle strade stabilisce una distanza minima tra gli autoveicoli pesanti adibiti al trasporto di merci” (Art. 3a cpv. 1,2,3). Con queste restrizioni, il legislatore ha dimostrato di voler scongiurare qualsiasi ipotesi di elusione dell’art. 84 cpv. 3 della Costituzione federale sulla protezione delle Alpi. Questo, e non un altro, è il testo della LTS su cui saremo chiamati a pronunciarci il prossimo 28 febbraio. Chi lo approva vota sì, chi ne dissente vota no.

I contrari danno per scontato che il Consiglio federale aggirerà le precauzioni del parlamento a suon di ordinanza, su pressione europea. Non succederà. Recentemente la signora Violeta Bulk, responsabile dei trasporti terrestri della Commissione europea, ha confermato per scritto le dichiarazioni del suo predecessore all’attenzione della Consigliera federale Doris Leuthard: l’UE condivide e rispetta l’opzione elvetica a favore della tutela delle Alpi e la rinuncia ad aumentare la capacità di transito al S. Gottardo. La commissaria europea ha pure precisato che l’UE considera la limitazione decisa dal nostro parlamento federale del tutto compatibile con l’Accordo bilaterale sui trasporti terresti. Non vi è dunque alcun motivo per temere “furbate” da parte di Berna e non vi è alcun interesse a modificare la rotta della politica svizzera dei trasporti a medio-lungo termine.

La galleria attuale, con un’unica canna troppo stretta e lunga quasi 17 km, conta poco meno di 6 milioni di transiti all’anno. Per il Cantone Ticino è una sorta di cordone ombelicale che garantisce il collegamento con il resto della Confederazione, soprattutto in caso di incidente sulla tratta ferroviaria, come accade purtroppo sempre più spesso, l’ultima volta lo sorso 18 dicembre a Bodio. Il risanamento della galleria, come ha ricordato negli scorsi giorni a Lugano il vicedirettore dell’USTRA, va fatto indipendentemente dall’esito della votazione popolare. Si tratta di interventi strutturali (p.es. il rifacimento della soletta intermedia e la ricostruzione della volta interna) e di opere di adeguamento e miglioria (p.es. il rinnovamento del sistema di ventilazione, ecc.) che richiedono la chiusura totale della galleria. Non si potrà attendere ancora un altro trentennio, affidandosi a qualche intervento poco più che cosmetico, come qualcuno vorrebbe farci credere. La scelta politica è dunque tra un risanamento (che avrà inizio tra una quindicina d’anni e durerà ca. 3 anni) durante il quale non sarà dato alcun collegamento autostradale con il resto del Paese, oppure un risanamento con possibilità garantita di transito e quindi senza isolamento, grazie alla nuova canna che nel frattempo sarà a disposizione. Nel secondo caso, per un Cantone periferico come il Ticino i vantaggi sono manifesti. Presuppongono sì un investimento complessivo di ca. 2,8 mia. di franchi, ma si tratta di un investimento sostenibile per un’opera che gioverà anche alle prossime generazioni e che consentirà, una volta ultimato il risanamento, di viaggiare senza traffico in senso opposto, riducendo drasticamente il rischio di collisioni. Non altrettanto si può invece dire della variante senza un secondo traforo e con quattro stazioni di trasbordo (due per le automobili e due per gli automezzi pesanti) che andrebbero smantellate a risanamento compiuto, per poi essere nuovamente approntate dopo un ulteriore trentennio di esercizio della galleria, in previsione del successivo risanamento. Sarebbero, questi sì, soldi gettati al vento (tra 1,4 e 1,7 mia.) con l’imperdonabile aggravante di un enorme spreco di territorio. Dunque, votiamo sì al risanamento con un secondo traforo.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale PLR

La Regione del 22 gennaio 2016

Tra i temi in votazione il prossimo 28 febbraio figura anche l’iniziativa popolare denominata “Per il matrimonio e la famiglia – No agli svantaggi per le coppie sposate”. Il suo obbiettivo è di porre fine alla disparità di trattamento tra coppie sposate e coppie concubine in relazione all’imposta federale diretta (IFD). Oggi risultano svantaggiate ca. 80’000 coppie con doppio reddito e le coppie di pensionati il cui reddito è di almeno 50’000.- (con ripartizione interna 50/50), risp. di almeno 60’000.- (con ripartizione 70/30). Due coniugi che lavorano senza figli, il cui reddito netto da attività lucrativa è di almeno 80’000.- (con ripartizione 50/50), risp. di almeno 110’000.- (con ripartizione 70/30) oppure due coniugi con doppio reddito e figli, il cui reddito netto da attività lavorativa è di almeno 120’000.- (con ripartizione 50/50), risp. di almeno 190’000.- (con ripartizione 70/30) pagano di più rispetto a due conviventi nella stessa situazione economica. Se invece il cumulo dei redditi da lavoro o da pensione è inferiore agli importi indicati sopra, la coppia sposata paga un’IFD inferiore rispetto alla coppia di conviventi nella stessa situazione economica. Nel caso poi di reddito da lavoro di un solo coniuge, la coppia sposata paga sempre di meno rispetto alla coppia di concubini. Per effetto del cumulo dei redditi e della progressione delle aliquote, la discriminazione colpisce quindi le coppie sposate con redditi medi o alti, benché siano al beneficio di determinate agevolazioni fiscali come categorie di aliquote inferiori e deduzioni specifiche per coniugi. Tuttavia la soluzione proposta dai promotori dell’iniziativa eliminerebbe una discriminazione per sostituirla con un’altra. Un’eventuale approvazione delle loro richieste impedirebbe la transizione all’imposizione individuale dei coniugi e precluderebbe alle coppie omosessuali la possibilità di sposarsi. E ciò per due ragioni: primo perché l’iniziativa definisce la nozione di matrimonio quale “durevole convivenza, disciplinata dalla legge, di un uomo e di una donna”, ancorandola per la prima volta in modo esplicito nella Costituzione. Si escluderebbe così ogni futura interpretazione che assimili al matrimonio anche altre forme possibili di convivenza, come quella tra partner dello stesso sesso. Queste forme di convivenza resterebbero dunque escluse dalla tutela accordata dall’art. 14 della Costituzione, riguardante il diritto al matrimonio e alla famiglia. Secondo, perché l’iniziativa stabilisce nella Costituzione federale che il matrimonio costituisce, dal profilo fiscale, una comunione economica, con la conseguenza di un’imposizione congiunta dei coniugi. In un’ottica liberale è invece preferibile l’imposizione individuale dei coniugi, senza però escludere in futuro un modello impositivo indipendente dallo stato civile, che tenga quindi conto dei diversi stili di vita e delle altre forme di convivenza, permettendo di risolvere il problema degli svantaggi derivati alle coppie sposate. Non è saggio scolpire nella Costituzione federale la nozione di matrimonio; meglio limitarsi alla definizione contenuta nel Codice civile e lasciare che il concetto evolva insieme alla sensibilità della società. Rimane così riservata al legislatore la facoltà, con una semplice modifica di legge, di rendere accessibile l’istituto anche ad altre unioni di persone, evitando discriminazioni. Se bocciamo l’iniziativa lasciamo impregiudicata la possibilità per il legislatore di scegliere tra tutti i modelli di imposizione separata o congiunta, compreso lo splitting parziale o integrale, oppure il sistema dei quozienti per famiglie, oppure ancora l’imposizione individuale o il diritto di opzione che dà ai coniugi la possibilità di scegliere tra l’imposizione congiunta con splitting o tariffa multipla da una parte o l’imposizione individuale dall’altra. Gli svantaggi attuali nelle fasce di reddito medio e alto possono dissuadere il coniuge di un contribuente che lavora a tempo pieno dall’esercitare un’attività lucrativa o dall’incrementare il proprio tempo parziale spesso già ridotto. In un sistema di splitting (anche se si tratta di splitting totale) l’effetto deterrente è maggiore che in un sistema d’imposizione individuale perché l’aliquota marginale dell’imposta è superiore per il coniuge che consegue il secondo reddito e che reagisce in modo più flessibile. Per contro, con l’imposizione individuale vera e propria l’opzione di un’attività lucrativa diventa più attrattiva rispetto alla conduzione di un’economia domestica o del tempo libero. Del resto il modello dell’imposizione individuale è decisamente più in sintonia con le trasformazioni socioeconomiche e culturali in atto: il 2013 è stato il primo anno in cui il numero delle persone sole in Svizzera ha superato quello delle persone coniugate. Accanto alle famiglie tradizionali sempre più persone decidono di convivere. Se 30 anni fa le unioni coniugali in cui un solo coniuge svolgeva un’attività lucrativa rappresentavano ancora il 70%, oggi sono solo il 50%. La flessibilità del nostro mercato del lavoro che consente di reagire in modo più elastico all’offerta, la riduzione dei divari nella formazione e negli stipendi tra i due sessi e la diffusione dell’occupazione a tempo parziale depongono a favore dell’imposizione individuale. Non sorprende quindi che la maggioranza degli Stati membri dell’OCSE applichi un sistema di imposizione individuale con fattori correttivi, in particolare per le coppie di coniugi con un solo reddito. L’imposizione individuale risulterebbe assai più adeguata a questi nuovi stili di vita e, configurandosi in modo indipendente e neutrale rispetto allo stato civile, porrebbe fine alla penalizzazione fiscale del matrimonio.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale