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Opinione liberale del 10.11.2017

Riprende a soffiare impetuoso il vento secessionista dei nazionalismi locali in Europa? Per alcuni osservatori non vi è ombra di dubbio. Esultano teorici e fautori delle piccole patrie. La proclamata indipendenza della Catalogna e i referendum autonomisti in Lombardia e Veneto starebbero dando una salutare spallata non solo agli Stati nazionali, ma anche all’Unione europea e all’idea stessa di Stati Uniti di Europa. Per i seguaci della Nouvelle Droite, che si riconoscono nel comunitarismo (antiliberale) propugnato dal filosofo e pubblicista francese Alain de Benoist, soltanto la cura identitaria dei localismi e delle varie culture regionali rappresenterebbe un antidoto efficace contro “l’imperialismo della globalizzazione” ed il suo appiattimento omologante. Sarà, ma tutto questo entusiasmo mi pare fuori luogo. Non guasterebbe un po’ più di senso critico nel giudicare sia le dinamiche indipendentiste in Spagna, sia il risorgere dei nazionalismi soprattutto nell’Europa orientale, con occhio guardingo alla storia del secolo scorso. La strumentalizzazione delle minoranze etniche per fini di potere sono infatti una costante (basti ricordare l’aggressione nazista di Danzica nel 1939 per la liberazione della minoranza tedesca che vi risiedeva e la “redenzione dei Sudeti” per giustificare l’invasione della Cecoslovacchia).

Intanto vanno distinte le legittime aspirazioni ad una maggiore autonomia in senso federalista da un parte, come quelle espresse nelle regioni settentrionali d’Italia, e le velleità secessioniste dall’altra, come quelle avventurosamente assecondate dal governo catalano nello sprezzo del quadro costituzionale e della stessa maggioranza silenziosa della Regione. Le consultazioni popolari lombarde e venete sono uno strumento previsto dalla Costituzione e dalla legge italiana. Sono state abilmente volute dei presidenti delle rispettive Regioni per rafforzare il loro potere negoziale nei confronti di Roma, allo scopo di ottenere maggiore autonomia nel controllo e nella gestione delle risorse fiscali provenienti dai loro territori. Per contro, la dichiarazione unilaterale d’indipendenza da parte del parlamento catalano e del presidente destituito Carles Puigdemont, frettolosamente riparato in Belgio con alcuni colleghi di governo, è il punto di non ritorno di un secessionismo dogmatico e ben poco responsabile che per anni ha prevaricato le forze politiche più moderate e contrarie allo strappo con Madrid, le cui conseguenze potrebbero sfuggire di mano. Perché, oltre all’immenso danno economico, con le banche principali e oltre 1’500 imprese che hanno lasciato la Catalogna per non ritrovarsi fuori dall’UE, incombe il rischio che scorra nuovo sangue a causa di una guerra civile. La Spagna tiene il fiato sospeso: ne ha già vissuta una (devastante) nel periodo 1936-1939 tra repubblicani e falangi franchiste e non ha alcuna intenzione di assistere ad una riedizione di quella tragedia, immortalata da Picasso nel celeberrimo quadro dedicato al bombardamento della cittadina basca di Guernica. Che poi anche Rajoi non abbia dato prova di particolare sensibilità e avvedutezza nel gestire una crisi che viene da lontano, è vero. L’uso sproporzionato della forza a Barcellona da parte della Guardia civil ai danni di cittadini spagnoli che hanno partecipato pacificamente ad una votazione popolare (ancorché illegale) non ha fatto altro che portare acqua al mulino di chi da tempo gioca la carta del vittimismo. Tra Davide e Golia, si sa per chi parteggia l’opinione pubblica. Maggiore circospezione e disponibilità al dialogo avrebbero scongiurato il peggio. Ma intanto la temerarietà ed il calcolo politico di chi ha voluto a tutti i costi la rottura definitiva hanno fatto perdere alla florida Catalogna non solo il suo statuto speciale (che le riservava uno spazio di autonomia più ampio rispetto a tutte le altre regioni spagnole) ma anche la sua classe dirigente, i cui vertici rischiano trent’anni di carcere per l’accusa di sedizione, malversazioni, disobbedienza e altri reati.

Tuttavia, le forze nazionaliste europee applaudono. E puntano il dito contro Bruxelles che si guarda bene da ogni interferenza nelle questioni interne di uno Stato membro. Cautela invero ben comprensibile: anche solo il più timido segnale di apertura verso il secessionismo catalano potrebbe scoperchiare il vaso di Pandora nel resto del continente europeo, dove pressoché in ogni Stato vivono minoranze etniche e linguistiche. Troppo spesso la vulgata romantica dell’autodeterminazione dei popoli è in realtà il grimaldello retorico di chi non esita a strumentalizzare il timore diffuso nella popolazione locale di perdere vantaggi economici e rendite di posizione nell’ambito di una perequazione finanziaria nazionale a favore delle regioni meno fortunate. Pur di giustificare il rifiuto della logica “uno per tutti e tutti per uno” – un principio iscritto nella cupola di Palazzo federale e che ispira il nostro federalismo svizzero – tornano comode anche le più improbabili rivisitazioni storiche, come quella delle guerre di indipendenza dei Comuni italiani nel XII secolo contro il Barbarossa o le lotte patriottiche risorgimentali. Sembra distante anni luce il Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, che tra il 1941 ed il 1944 prefiguravano un’Europa unita e libera. Ma le piccole patrie non sono certo la soluzione ai problemi che vive oggi un’Europa già fragilizzata dalla sua mancanza di solidarietà e di coordinamento nelle politiche migratorie, né possono essere una valida alternativa alla necessità di una strategia comune per affrontare le emergenze climatiche, geopolitiche ed economico-finanziarie del vecchio Continente nei prossimi decenni. La valorizzazione delle specificità culturali e regionali è sacrosanta e rientra in un sano pluralismo. Ma l’esasperazione delle differenze in chiave nazionalista e identitaria, a tutti i livelli, serve solo ad alimentare la divisione e la conflittualità latente di un’Europa già in affanno e che sta perdendo per strada, soprattutto ad est, i suoi valori fondanti.

La Regione del 26.10.2017

Nel nostro Cantone l’apprendimento della lingua di Goethe è da qualche anno oggetto di dibattito politico. Ed è un bene che lo sia. Diversi atti parlamentari inoltrati a Bellinzona, dal 2009 in poi, tematizzano il ruolo delle lingue ed in particolare del tedesco nelle scuole ticinesi, chiedendo di dare avvio ad un progetto di riforma globale dell’insegnamento delle lingue nei vari livelli della formazione. Lo scorso 27.5.2017 i cofirmatari Alessandra Gianella e Fabio Kaeppeli, sostenuti con convinzione dai Giovani Liberali Radicali, hanno depositato una mozione sottoscritta da deputati di vari partiti e intitolata “L’importanza del tedesco per la coesione nazionale”. La mozione chiede di anticipare l’insegnamento del tedesco già alle elementari, affinché gli allievi possano crescere con una “mente bilingue” che comporta vantaggi futuri sul mercato del lavoro, considerato il numero crescente di aziende ticinesi con relazioni d’affari nella Svizzera tedesca e con la Germania. Nell’economia ticinese sempre più interconnessa, nel turismo e nelle relazioni internazionali, buone competenze del tedesco rappresentano un importante valore aggiunto. Anzi, nel settore terziario e secondario sono spesso decisive nella selezione del personale. Nel suo rapporto dello scorso 27.09.2017 il Consiglio di Stato invita il Gran Consiglio a non dar seguito alle proposta dei mozionanti: gli argomenti addotti per rifiutare l’anticipazione dell’apprendimento del tedesco non sono tuttavia granché convincenti. È ben vero che l’attuazione della mozione implicherebbe di ridisegnare in buona parte la struttura dell’insegnamento delle lingue seconde, rinunciando all’attuale impostazione con l’apprendimento obbligatorio del francese quale prima lingua seconda a partire dalla terza classe di scuola elementare fino alla seconda media. Ma un cambiamento appare opportuno. Il modello alternativo 3/5 – che prevede una prima lingua seconda dal terzo anno di elementare e una seconda lingua seconda dal quinto anno di elementare – è già in uso in diversi Cantoni, come riconosce lo stesso governo ticinese, e permetterebbe di approfittare della tipica elasticità di cui godono gli allievi più giovani nell’apprendimento precoce di una lingua seconda come il tedesco. Certo, questo modello richiede un riorientamento delle competenze linguistiche dei docenti in carica nelle scuole elementari, che attualmente non sono formati all’insegnamento del tedesco. È un riorientamento che costa, ma si tratterebbe di un investimento lungimirante nelle risorse cognitive e linguistiche delle generazioni che domani si affacceranno al mondo del lavoro meglio attrezzate di quelle che oggi invece rimpiangono di non disporre di sufficienti competenze nel tedesco. Il Consiglio di Stato richiama, in ottica pedagogica, l’influenza del fattore vicinanza/lontananza culturale della lingua appresa. La prossimità linguistica e culturale tra francese e italiano contribuirebbe infatti a creare nell’allievo un “vissuto positivo” nella sua esperienza di apprendimento, con conseguente maggiore efficacia per lo studio delle successive lingue seconde. Il richiamo non è privo di fondamento, nella misura in cui una lingua latina risulta più familiare di una germanica. Ma il “vissuto” dell’allievo non è alimentato unicamente dall’affinità dovuta alla comune matrice latina dell’italiano e del francese, bensì pure dalla frequentazione, ancorché episodica, con una lingua che sempre più spesso è – come il tedesco – la lingua madre di un genitore, di parenti e di conoscenti. In un Cantone turistico come il Ticino, con una forte presenza di residenti e ospiti svizzero-tedeschi, destinata a crescere anche grazie ad Alptransit, si accentueranno qui da noi – insieme al “Drang nach Süden” dei nostri confederati - le dinamiche di interrelazione e di convivenza con chi parla il tedesco e lo Schwyzerdütsch, creando un ambiente di vicinanza e familiarità che ne agevolerà l’apprendimento precoce alle elementari.

Nella risposta ad una mia interpellanza il Consiglio federale ha confermato che il plurilinguismo funge da “collante che unisce tutti i tasselli del mosaico politico e culturale che forma il nostro Paese” e che è un “fattore economico chiave, atto a facilitare le nostre relazioni commerciali e culturali, offrire prospettive professionali e aumentare le opportunità sul mondo del lavoro”.

C’è da augurarsi che il Gran Consiglio ne tenga conto quando dovrà pronunciarsi sulla mozione Gianella e Käppeli.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

CdT del 12 agosto 2017

Lo si sa: nei prossimi anni il fondo di compensazione AVS si troverà confrontato con problemi strutturali sempre più assillanti. Entro il 2040 il numero dei pensionati raggiungerà i 2,6 milioni (rispetto all’1,5 milioni del 2015) mentre il numero dei giovani con età fino ai 19 anni crescerà poco, da 1,7 a 1,9 milioni. Se quando fu introdotta l’AVS nel 1948 vi erano ancora 6,5 persone attive che finanziavano una rendita, nel 2035 – quando sarà in pensione la generazione del boom delle nascite – ve ne saranno soltanto 2,3. Già nel 2015 venivano versate più rendite di quante ne fossero finanziate dalle persone attive e dalla Confederazione: è il risultato dell’evoluzione demografica e dell’invecchiamento della popolazione. Ma anche la previdenza professionale è sotto pressione. Il capitale di vecchiaia accumulato non basta più a garantire l’attuale livello delle rendite, non solo a causa dell’aspettativa di vita, ma anche per la scarsa redditività del mercato dei capitali, che mette in difficoltà le casse pensioni. Le quali sono sempre più spesso costrette a far capo ai contributi versati da chi ha un’attività lucrativa per poter continuare a versare le rendite ai pensionati: una ridistribuzione miliardaria insana e contraria al sistema di capitalizzazione tipico della previdenza professionale, secondo cui ognuno dovrebbe poter costituire durante gli anni lavorativi il suo proprio avere di vecchiaia. Di qui la necessità di correre ai ripari, riducendo gradualmente il tasso minimo di conversione.

Secondo il Consiglio federale l’obbiettivo della Riforma della previdenza 2020 dovrebbe pertanto consistere nella stabilizzazione finanziaria a medio-lungo termine dell’intero sistema, per renderlo durevolmente sostenibile. Peccato che l’esito delle deliberazioni parlamentari disattende clamorosamente questa promessa. Invece di consolidare l’impianto previdenziale in vista degli sviluppi sfavorevoli appena ricordati, l’alleanza di centro-sinistra impostasi per un solo voto ha optato a favore dell’estensione delle prestazioni, incurante dell’onere che graverà sulle future generazioni. E così la riforma si è trasformata in una farsa, per altro assai costosa. Con il pretesto di “compensare” la riduzione del tasso minimo di conversione si è deciso l’aumento di CHF 70.- mensili della rendita individuale AVS (l’importo max. passerebbe da CHF 2’350 a 2’420) per coloro che andranno in pensione dal 2018: donne e uomini, ricchi e poveri. Un’esemplare icona di socialità ad innaffiatoio. Ma non bastava. Si è aumentato anche il tetto della somma delle rendite di vecchiaia per i coniugi (dal 150% al 155% dell’importo massimo della rendita individuale: da CHF 3’525.- a 3’751.-). Risultato: già fra 12 anni il maggior onere per l’AVS di 1,4 miliardi vanificherebbe ampiamente il sacrificio richiesto alle donne con l’aumento di un anno dell’età di pensionamento (1,2 miliardi di minor onere). A dispetto del minor introito di ca. 700 milioni annui per la Confederazione e dei maggiori costi per ca. 5,4 miliardi a carico dei consumatori a causa dell’aumento dell’IVA (+ 0,6%) come pure dei dipendenti e dei datori di lavoro per l’incremento dei prelievi sui salari (+ 0,3% dal 2021) nonché degli stessi pensionati ancora parzialmente attivi per l’abolizione della franchigia annua, la manovra non riuscirebbe a scongiurare la voragine di oltre 7 miliardi all’anno che si prospetta entro il 2035. Perdenti i giovani di oggi e di domani, gli attuali pensionati – che oltre alla beffa (non ricevono l’aumento di CHF 70.-) sopportano i danni legati ad un capitale di vecchiaia spesso modesto per le lacune contributive (la LPP è entrata in vigore solo nel 1985) e cionondimeno dovranno far fronte all’aumento dell’IVA – e infine anche le donne per le ragioni ricordate sopra. La “compensazione” della riduzione del tasso minimo di conversione con l’estensione delle prestazioni AVS, oltre ad essere inopportuna, ha assunto connotazioni ideologiche. Infatti, coloro che fanno parte della generazione transitoria (tra i 45 ed i 65 anni) e sono assicurati solo per la parte obbligatoria della previdenza professionale non saranno penalizzati dal tasso di conversione ridotto, essendo salvaguardati i loro diritti acquisiti grazie ai versamenti compensatori dal fondo di garanzia. E semmai, invece di mescolare AVS e LPP, andavano accolte le proposte tese a rafforzare il secondo pilastro, come p.es. quella di abolire la deduzione di coordinamento per la determinazione del salario assicurato sul quale si calcolano i contributi paritetici, allo scopo di incrementare l’avere di vecchiaia soprattutto di coloro che lavorano a tempo parziale e hanno più di un’occupazione (spesso donne).

Mi auguro quindi che il prossimo 24 settembre popolo e cantoni respingano questa pseudoriforma, evitando di pregiudicare l’equilibrio del sistema previdenziale svizzero dei tre pilastri: un impianto ben collaudato che va preservato anche nei prossimi decenni, senza compromettere il patto intergenerazionale.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

CdT del 3 giugno 2017

Nell’intervista al mio collega Consigliere nazionale e membro (come il sottoscritto) della Commissione degli affari giuridici, pubblicata a pag. 4 del GdP del 23.5 us. in merito alle proposte della Commissione speciale del GC che si è occupata di concretizzare l’iniziativa popolare “Prima i nostri”, si leggono alcune affermazioni avventurose.

Nidegger, difendendo a spada tratta il “primanostrismo” sempre più in auge e non solo da noi, sostiene che “se Berna non ha fatto i compiti nell’applicare l’iniziativa contro l’immigrazione di massa, il Ticino può sostituirsi ad essa, legiferando nel rispetto della Costituzione federale” o ancora che “i Cantoni (…) conservano il diritto di occupare spazi non coperti dal diritto federale”. E ci assicura che “i Cantoni non perdono (…) il loro diritto di emanare delle leggi se la Confederazione decide di non fare uso di questa sua competenza”.

Non mi sento di condividere questa analisi, per più di una ragione.

I Cantoni sono sì sovrani, ma nel limite stabilito dalla Costituzione federale ed esercitano le competenze che non sono riservate alla Confederazione (art. 3 CF). Inoltre vale il principio secondo cui Confederazione e Cantoni sono tenuti a rispettare il diritto internazionale (art. 5 cpv. 4 CF). E’ un po’ come per il popolo: noi Svizzeri siamo orgogliosi della sovranità esercitata dalle cittadine e dai cittadini grazie ai diritti popolari della nostra democrazia diretta. Ma sappiamo bene che, pur essendo sovrano, il popolo non è onnipotente. Deve infatti rispettare le regole dello Stato di diritto che esso stesso si è dato.

Per quanto concerne le competenze legislative della Confederazione, ve ne sono di due tipi: quelle esaustive che escludono la possibilità per i Cantoni di legiferare nello stesso ambito e quelle concorrenti, che invece lasciano spazio di manovra ai Cantoni accanto alla Confederazione. P.es. per i settori degli stranieri e dell’asilo (art. 121 CF) così come per il mercato del lavoro disciplinato dal diritto civile (art. 122 CF) la nostra Costituzione federale assegna alla Confederazione una competenza legislativa esaustiva. Di conseguenza, in questi tre ambiti, i Cantoni non possono mettersi a sperimentare in ambito legislativo, neppure laddove Berna abbia fatto un uso solo parziale delle sue competenze. È vero che i Cantoni possono sfruttare un per altro angusto margine di manovra se sussistono comprovati motivi di ordine pubblico, di sicurezza e salute pubblica, come stabilisce l’Accordo sulla libera circolazione delle persone (ALC), oppure nei casi di impieghi legati all’esercizio della “pubblica podestà” (p.es. nell’ambito del rilascio di permessi di soggiorno). Ma dubito che tali motivi possano essere invocati per giustificare la discriminazione di cittadini stranieri non residenti, derivante dalle varie clausole di preferenza indigena proposte dalla Commissione speciale sotto forma di molteplici modifiche di leggi cantonali, come quella sul turismo (secondo cui le OTR, a parità di requisiti e qualifiche, devono dare la precedenza alle persone residenti, purché idonee ad occupare il posto di lavoro offerto), oppure quella sulla Legge tributaria (che prevede tra l’altro una riduzione di 1/3 dell’imposta sull’utile delle neocostituite società per la durata di 10 anni, se almeno l’80% dei loro dipendenti risiedono in CH) oppure ancora quella sull’USI e la SUPSI (precedenza indigena nelle assunzioni di personale amministrativo, bibliotecario, tecnico e ausiliario, a parità di requisiti e qualifiche), sulle aziende di trasporto e sulla Banca dello Stato. Si tratterebbe in questi casi di manifeste violazioni del divieto (stabilito dall’ALC) di discriminazione di cittadini non residenti. Non solo: a mio modesto avviso vi si può ravvisare anche una restrizione indebita della libertà economica garantita dall’art. 27 CF. Inoltre, a prescindere dalle puntuali modifiche delle leggi indicate, l’iniziativa proposta in forma generica volta a modificare la Legge d’applicazione della preferenza indigena interviene a regolare un ambito, quello del rilascio dei permessi agli stranieri, in cui i Cantoni non hanno alcunché da dire, proprio per una chiara ripartizione delle competenze. E’ come se il Ticino si mettesse a stampare moneta, magari denominandola “leponzio”.

Nella lingua di Racine si usa l’espressione “jamais trop de zèle” per ammonire qualcuno circa i rischi legati a certi eccessi di zelo. Gli sforzi della Commissione speciale del Gran Consiglio per attuare la modifica costituzionale approvata dalla maggioranza del popolo ticinese sono lodevoli, ma non sortiranno effetti pratici degni di nota. Il difetto sta infatti nel manico, ossia nel tenore di un’iniziativa (“Prima i nostri”) il cui titolo seducente sintetizza bene l’obbiettivo, ma illude sulle possibilità di raggiungerlo. E così torniamo all’inizio. Le regole dello Stato di diritto vanno osservate, piacciano o no. Se alcune non piacciono più si possono cambiare, ma senza scorciatoie illecite. Ben venga quindi l’iniziativa popolare sull’ALC. Perlomeno ci porterà chiarezza. Intanto il DFE continui a sollecitare le parti sociali a dialogare in vista della conclusione di contratti collettivi di lavoro, come ha fatto con successo nel settore della vendita al dettaglio.

Opinione Liberale del 2.06.2017

Recentemente è stato commemorato il 25. anniversario dell’attentato di Capaci che costò la vita a Giovanni Falcone, a sua moglie e ai tre agenti di scorta. Intanto nel nostro Paese è in corso un’animata discussione sul rafforzamento della lotta al criminalità organizzata e al terrorismo di matrice islamista. Giuristi e politici si interrogano sugli strumenti più opportuni e urgenti da aggiungere all’attuale panoplia di misure preventive e repressive. Si moltiplicano, anche in reazione ad alcune sentenze del Tribunale penale federale considerate troppo miti, gli atti parlamentari che mirano ad inasprire la pena massima comminata dal Codice penale svizzero per i crimini violenti e per la partecipazione ad un’organizzazione criminale (quest’ultima punibile attualmente, secondo l’art. 260ter, con una pena detentiva massima di soli 5 anni). Mercoledì scorso il Consiglio nazionale ha respinto una mozione che chiedeva al governo di adottare una normativa sui collaboratori di giustizia (ossia a favore dei cosiddetti “testimoni della corona”), in particolare per agevolare le inchieste nel perseguimento di reati di stampo mafioso, aiutando così la giustizia penale a sgominare le organizzazioni criminali attive sul nostro territorio. La Camera del popolo ha tuttavia approvato una mozione che vuole estendere la possibilità per i giudici di attenuare la pena inflitta al membro di un’organizzazione terroristica come Al Quaida e ISIS, che grazie alla collaborazione fornita contribuisce ad impedire la continuazione dell’attività criminale dell’organizzazione di cui ha fatto parte.

Il Codice di procedura penale unificato (CPP) non prevede oggi la possibilità di valorizzare processualmente gli imputati dissociatisi da un’organizzazione criminale o terroristica. Il Ministero pubblico della Confederazione federale (MPC) non è infatti autorizzato a prospettare ai pentiti una riduzione della pena se la loro collaborazione attiva e le loro testimonianze contribuiscono a far arrestare i vertici dell’organizzazione e a smantellarla, scongiurando così ulteriori reati. Questo divieto di patteggiare uno sconto di pena con i pentiti deriva direttamente dai principi di legalità e di parità di trattamento, appena confermati appunto dal Consiglio nazionale. Anche secondo il Consiglio federale, le esigenze di maggiore efficienza nella lotta contro le organizzazioni criminali grazie agli insiders non giustificherebbe il sacrifico di due principi così importanti dello Stato di diritto. Questa posizione “purista” del governo e della maggioranza parlamentare ha le sue buone ragioni, ma appare contraddittoria nella misura in cui lo stesso CF aveva motivato nel 2006 la necessità di unificare la procedura penale proprio invocando la necessità di far fronte più efficacemente al carattere transnazionale e globale del crimine organizzato e di quello economico e finanziario. La facoltà dell’autorità inquirente di indurre gli imputati dissociatisi – prospettando loro riduzioni di pena in sede istruttoria – a collaborare attivamente nella raccolta di prove a carico di coimputati o persone terze coinvolte è riconosciuta da decenni in diversi Stati europei e con notevoli successi nella repressione di varie cosche e associazioni delinquenziali, come p.es. in Italia, in Francia e in Germania (con la Kronzeugenregelung del suo Codice penale), oltre che nei Paesi anglosassoni. È vero che possono sorgere dubbi sulla credibilità di dichiarazioni a carico di coimputati o altre persone, ottenute con la promessa di sconti di pena, ed è sempre latente il rischio che possa risultare compromesso il diritto ad un equo processo secondo l’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo. Il nostro CPP si limita quindi a stabilire solo una forma ristretta di testimonianza della corona, autorizzando il giudice ad attenuare la pena, se l’accusato si sforza di impedire la prosecuzione dell’attività dell’organizzazione criminale (art. 260ter cif. 2 CPS). Di conseguenza in Svizzera la possibilità di un trattamento di favore interviene, in questi casi particolari, soltanto in sede di commisurazione della pena da parte del giudice.

Dunque il Ministero pubblico federale non potrà giovarsi della regola “del testimone della corona” nella repressione sempre più impegnativa di queste gravi forme di criminalità ramificata, che orami da tempo si fa un baffo dei confini nazionali.